Alfabeto della precarietà. Un resoconto

Si è tenuto nell’ultimo weekend di novembre il seminario Abc della precarietà:  laboratorio organizzato dal Giardino dei ciliegi insieme al collettivo Le Acrobate ed all’associazione Corrente Alternata. Sono stati tre giorni intensi di scambi esperienziali sulle precarietà.

Ha aperto il seminario Clotilde Barbarulli del Giardino dei ciliegi, riattraversando il percorso che ha portato a riflettere sulla precarietà, a partire dal 2005 con Precaria/mente scuola estiva Raccontar(si) dove ci si iniziò ad interrogare sul “tipo di lavoro che il neoliberismo richiede a livello globale, un lavoro che incide sul quotidiano, su desideri e sentimenti”.

Sottolineando la ferocia del capitalismo neoliberista si è insistito, negli anni, sul bisogno di “dare spazio a riflessioni tendenti a interrogare, a inquietare i ‘discorsi trionfanti’, per ascoltare  parole come punti di rottura del tempo lineare liberista. Le narrazioni permettono l’affermarsi della vita contro la sua stessa precarietà, dice Azar Nafisi. E  aiutano anche a resistere, contro-narrare, e decostruire, re-inventarsi (Spivak), senza sottomettersi alla Storia ma mobilitandola.”

Dopo la sollecitante introduzione di Barbarulli la parola è passata a Giorgia Bordoni e Azeb Lucà Trombetta del progetto Seconde a chi? Giovani donne di seconda generazione tra cittadinanza e politica. Giorgia Bordoni, coordinatrice del progetto per Sel ed appartenente a Femministe Nove, ha parlato del corpo politico precario: un corpo lavorativamente consunto, frammentato, ricattato e per questo privabile di soggettività politica. Uno strumento per ovviare a ciò potrebbe essere il reddito di autodeterminazione, lanciato anni fa dal collettivo Amatrix.  Secondo Bordoni bisogna ripensare al lavoro autodeterminato come spazio dove portare le proprie competenze in un’ottica di partecipazione alla creazione di democrazia.

Il progetto Seconde a chi? si occupa di cittadinanza e diritti che contengano le differenze senza esclusioni. Azeb Lucà Trombetta, proveniente dai progetti di Crossing Tv e Cross generation, ha parlato della sua esperienza come giovane donna di origine etiope alle prese con un mondo del lavoro non solo precario ma razzista. Aldilà delle necessarie leggi riconoscenti la cittadinanza a figli e figlie di stranieri nat* in Italia, bisogna cambiare la diffusa mentalità discriminante. “Questo paese è in grado di riconoscere che un’educatrice nera vale come educatrice?” ci chiede Azeb, che, quando entra con tale ruolo nelle scuole, viene scambiata per una mamma o mandata in bidelleria perché identificata, in quanto nera, per l’operatrice delle pulizie. Alla precarietà lavorativa diffusa, si aggiunge la precarietà della cittadinanza e del non riconoscimento di professionalità conseguite in Italia dalla generazione dei nuovi italiani col permesso di soggiorno, troppo spesso incanalati pregiudizialmente solo verso scuole professionali. Azeb Lucà Trombetta ha richiamato alla responsabilità collettiva di fronte a tali comportamenti ed alla necessità di una presa di posizione sociale.

Si è poi tessuto un discorso di ampio respiro sul lavoro precario alla Tavola rotonda con Aldo Ceccoli, Federica Giardini, Renato Busarello coordinati da Maria Chiara Patuelli, del collettivo Le acrobate, che li ha sollecitati con riflessioni quali la necessità di utilizzare ancora la categoria di precarietà, la spendibilità degli strumenti politici elaborati collettivamente, l’organizzazione del welfare di fronte alla diffusione della povertà.                                                                                   Aldo Ceccoli di Ipazia ha tracciato un percorso storico degli ultimi decenni individuando nella globalizzazione la rivoluzione attuata dal capitale, che si è delineata come una guerra contro il lavoro e la democrazia, uno scontro feroce dove le imprese hanno danno vita a propri organismi di governo per meglio tenere sotto controllo biopolitico chi lavora. Emerge la necessità di inclusione sociale, di estensione dei diritti conquistati nei decenni passati, di collegamento dei diversi soggetti dispersi dentro le volute frammentazioni del tessuto sociale per resistere al fascismo postfordista dell’impresa-stato che cerca di imporre un apartheid sociale. Per Ceccoli l’azione politica necessaria deve creare il nuovo ed il possibile di contro al mantenimento dell’esistente.

Federica Giardini, del Teatro Valle occupato, ha visto nella precarietà la rottura del nesso tra cittadinanza e lavoro, un nesso che non sempre ha funzionato per le donne. Ripercorrendo una genealogia femminista, Giardini ha ricordato i dibattiti sulla divisione del lavoro tra produttivo e riproduttivo, sottolineando la difficoltà di monetizzare il lavoro di cura. Le competenze del lavoro domestico sono state inglobate nell’attuale mondo del lavoro precario e femminilizzato. Bisogna porre attenzione all’inclusione differenziale attraverso la quale le differenze vengono incluse nel mercato a seconda di ciò che al mercato serve, pericoloso è l’elogio del fattore D. La cura viene ad esempio usata nelle aziende come capacità di tessitura delle relazioni per abbassare il punto di irruzione del conflitto. In questo scenario c’è la possibilità secondo Giardini di ripensare i processi di autodeterminazione e autogoverno attraverso le esperienze dei beni comuni.

Renato Busarello di Smaschieramenti ha focalizzato l’attenzione sul nesso affettività-lavoro-precarietà. Partendo dalle genealogie degli anni settanta del rifiuto del lavoro di fabbrica e dalle riflessioni femministe sul lavoro di cura si arriva ad un punto di vista materialista queer. In un contesto dove le vite sono messe al lavoro va avanzata la richiesta di reddito come nuova forma di ridistribuzione della ricchezza. La precarizzazione globalizzata sta ponendo fine alla centralità del soggetto maschile, lavoratore ed eterosessuale. La rottura di tale paradigma può portare a potenzialità positive, in cui si creano nuove forme di temporalità di vita per tutt*. Non più la riproposizione dello schema lavoro famiglia riproduzione, ma spazio a forme differenti di affettività e ri/produzione. Bisogna partire, secondo Busarello, dai bisogni concreti di autodeterminazione da porre come centrali nelle lotte sociali.

La giornata di sabato è stata dedicata ai laboratori. La mattina Corrente Alternata ha dato vita ad uno spazio di condivisione Re-sisters: pratiche quotidiane di resistenza attiva alla precarietà. Le persone presenti si sono divise in piccoli gruppi a seconda del nucleo tematico scelto tra quelli proposti: autobiografie/identità, corpo/desideri/piacere, nomadismo/mobilità, politico/autodeterminazione, reti/relazioni.

Nella riflessione collettiva i concetti chiave sono spesso rimbalzati da un gruppo all’altro a sottolineare la condivisa situazione di precarietà, in cui parole come desiderio, autodeterminazione, relazione sono state significate nel contesto lavorativo: dall’investimento che mettiamo in opera, magari autosfruttando i nostri desideri che vengono sussunti dal mercato, alla ricerca di riconoscimento ed identità legate al lavoro che ne fanno qualcosa di più di uno strumento per ricevere reddito. Corrente Alternata individua nello scambio di esperienze una modalità per ricomporre la frammentazione e creare un linguaggio politico comune.

Nel pomeriggio Le Acrobate (collettivo di cui faccio parte) con Chiara Martucci, del gruppo Sconvegno, hanno gestito il laboratorio Abecedari precari. Parole, (pratiche) e resistenze ai tempi della crisi. Dopo alcuni giochi iniziali proposti da Chiara, sulla scia del Teatro dell’Oppresso, sono state lette voci degli abbecedari preparati: A di adultità e di autodisciplina, C di che lavoro fai, M di materialità, B di bando, I di identità precaria. Il partire dalle proprie parole per dire la precarietà è stato proposto come esercizio alle persone partecipanti al laboratorio, si è così dato vita ad un ricco scambio di termini, significati, pratiche incarnati dalle persone presenti differenti per generazioni, contesti lavorativi e posizionamenti politici. Ha iniziato Kaha Mohamed Aden, scrittrice, che ci ha donato l’amaro ironico racconto “Soggiorno”. Tra una parola e l’altra si è discusso animatamente di welfare e dei suoi limiti, di reddito di esistenza, di lavoro come fonte di godimento, di rifiuto del lavoro, di lavoro come realizzazione personale, non scordando le negatività del lavoro, non a caso è stato citato il libro di Andrea Fumagalli Lavoro male comune. Nel nostro dizionario precario sono state inserite parole come senso, sottrazione, tempo, leggerezza, desiderio, scarnificazione, poesia, apnea, part-time, metamorfosi, fabbrica, assenza, radicalità, equilibrio, rabbia, sollievo, lasciar correre.

La domenica è stata dedicata al dibattito Prima di domani: quali immaginari sulla precarietà animato da due interventi di Cristian Lo Iacono e Chiara Martucci.

Lo Iacono del Circolo Maurice ha proposto un’interessante chiave di lettura dell’inserimento delle soggettività queer negli scenari produttivi e riproduttivi. La flexyqueerity è la condizione di adeguatezza dei soggetti queer alle mutate esigenze del mercato del lavoro. Chi meglio di un soggetto queer, proletario degli affetti in quanto escluso da dinamiche familiste e riproduttive, marginale per il suo orientamento sessuale, poteva diventare il flessibile, mobile, precario e perfetto produttore-consumatore necessario al mercato postfordista in cui perdeva sempre più centralità il lavoratore eterosessuale, capofamiglia e operaio di fabbrica?

Tali elementi di integrazione ed omologazione sono però ambivalenti e possono diventare per Lo Iacono dei punti di fuga da quell’opprimente sistema basato sul legame tra stato, patriarcato e capitalismo. Dalla crisi di questo sistema si possono pensare nuove temporalità e molteplici affettività agendo protagonismo politico.

Differenti ed irregolari scansioni temporali sono state proposte anche da Chiara Martucci che ci ha presentato un articolo di prossima pubblicazione scritto a quattro mani con Gaia Giuliani. Da questa autonarrazione emergono i vent’anni dal 1993 al 2013, contesto in cui è declinato l’immaginario del mondo lavorativo fordista per lasciare spazio agli scenari della precarietà diffusa, con l’irruzione delle nuove figure lavorative cognitarie, femminilizzate, flessibili e motivate. Chiara ha vissuto con entusiasmo gli anni in cui affettività, politica, lavoro e interessi personali coincidevano dando vita a potenzialità ed entusiasmo. Fino alla crisi del 2008 e all’emersione “del lato b della precarietà” che ha polverizzato gli spazi di elaborazione collettiva lasciando le persone sole ad affrontare la perdita del lavoro. Martucci crede che agire soggettivamente la precarietà serva per mettere in discussione i modelli, per tessere reti di modo da scardinare collettivamente i meccanismi che regolano la biopolitica postfordista.

Al termine dei due stimolanti interventi si è sviluppata una vasta discussione intorno alla necessità di creare reti di resistenza di contro all’apocalittico scenario di precarietà, crisi e disoccupazione. La nostra opposizione è, come auspicato da Barbarulli a inizio seminario, “un percorso che continua, intessuto di affetti e relazioni intellettuali, una tensione ideale appassionata verso un sociale storico differente, in tutti gli ambiti del produrre, vivere e pensare”.

 

Ubaldo Ceccoli, La guerra al lavoro e alla democrazia: trent’anni di globalizzazione,  Fondazione Ernesto Balducci, Firenze, 2011, 118 pagine

Recensione libro Ceccoli

Andrea Fumagalli, Lavoro male comune, Bruno Mondadori, Milano, 2013, pagine 134, 15 euro

 Giardino dei Ciliegi

 Scuola di cultura delle donne

Raccontarsi 2005 Precaria/mente

Ipazia

Corrente Alternata

Smaschieramenti

Seconde a chi

Articolo Federica Giardini

Abecedario Chiara Martucci

 Racconto Kaha Mohamed Aden, Il Soggiorno

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