Cinema/Raccontare la violenza

All’anteprima del film La moglie del poliziotto mi sono trovata in compagnia di un’intera classe di liceali e sono rimasta colpita dalle reazioni di ragazze e ragazzi: il film dura quasi tre ore spezzate in 59 capitoli, piccole scene, frammenti della vita quotidiana di una giovane coppia, Uwe (David Zimmershied) e Christine (Alexandra Finder), che abita con la figlioletta Clara (Pia e Chiara Kleemann) di 5 anni in un casa accogliente della campagna tedesca.  All’inizio ironia, insofferenza (e risatine) sono scontate data la lentezza quasi esasperante con cui il regista, Philip Gröning (noto al pubblico internazionale per Il grande silenzio), riprende i gesti dei protagonisti che si vestono, si svestono, si lavano, passeggiano nel bosco, cantano filastrocche, ma la tensione diventa palpabile e il silenzio cala in platea man mano che inizia a trapelare il segreto dilaniante nascosto dietro il quadretto di apparente armonia familiare.

Quei lividi leggeri, quasi impercettibili, che diventano sempre più marcati ed estesi sul corpo di lei, quelle esplosioni di aggressività di lui per motivi assolutamente inconsistenti, quella volontà disperata della donna di proteggere la figlia circondandola di un amore smisurato, insegnandole a cogliere la bellezza della natura e degli animali… A poco a poco, senza spettacolarizzazioni ma con grande delicatezza e attenzione a dettagli solo apparentemente marginali,  il regista, vincitore all’ultimo festival di Venezia del Premio Speciale della giuria, descrive il dolore della violenza che si consuma nell’isolamento totale di una famiglia. Gröning ha raccontato di essere stato a lungo a contatto con operatrici e operatori di centri anti-violenza prima di girare il film. Le modalità con cui la storia si sviluppa offrono molti spunti di riflessione. È lei la più forte: la prima volta che lui la picchia le grida “senza di te non sono nulla”,  come se si sentisse inadeguato, schiacciato fra due ruoli, escluso dal rapporto perfetto madre-figlia.

E cerca di dominarla, di annientarla in una drammatica escalation: più la moglie del poliziotto si sente ferita e disperata, più diventa dipendente, desiderando anche il minimo gesto di affetto da parte del marito. Così cerca di sopravvivere, si aggrappa ai giochi, ai piccoli gesti condivisi con la figlia ma è troppo sola. E a poco a poco si lascia andare, si trascura, mentre il suo corpo è sempre più straziato e il marito diventa ogni volta più crudele e aggressivo. Adesso è il padre a giocare con Clara ed è toccante l’apparente indifferenza della bambina quando la madre non si regge quasi più in piedi: la piccola inconsapevolmente si allea con il padre e ne condivide il disprezzo verso la mamma. Lo spettatore scivola lentamente nell’abisso di una relazione malata segnata dalla sopraffazione: il film analizza con dolorosa precisione l’intreccio tra tenerezza, impotenza e maltrattamenti anche se non è spiegato fino in fondo da dove nascano tutta la crudeltà e la rabbia del poliziotto e la fine drammatica (che non riveleremo) appare poco coerente con la figura della madre e troppo distante dalla realtà.

In ogni caso è positivo il fatto che la violenza degli uomini contro le donne sia un  tema che da un po’ di tempo registe e registi affrontano con modalità e risultati molto differenti. È stata lei è il nuovo corto appena uscito (video.corriere.it) di Francesca Archibugi che racconta con grande sapienza l’incontro tra  Nicola Giuliani (il bravissimo attore Claudio Santamaria), condannato a 8 anni per il tentato omicidio della moglie, e la magistrata del Tribunale di sorveglianza incaricata di valutare la richiesta del detenuto di scontare agli arresti domiciliari gli ultimi due anni della pena. Particolari della storia di Nicola vengono alla luce durante il colloquio: la relazione, totalizzante, con la moglie Silvia, iniziata quando sono ragazzi, comincia a incrinarsi alla nascita del figlio. Lui è depresso, urla, accusa di ingerenze la famiglia di lei finché non viene affrontato dal suocero, che minaccia di denunciarlo, riaccendendo in lui l’antico conflitto con un padre distaccato e narcisista.

La sensazione di essere stato tradito dalla moglie scatena la sua paranoia e la prima aggressione fisica: in un’alternanza di panico, dolore e violenza si arriva dopo tre denunce per percosse (accompagnate ogni volta da promesse di pentimento) all’episodio più grave: la moglie colpita 11 volte con il cric dell’automobile davanti al figlio di 5 anni viene ricoverata all’ospedale in coma e deve subire sei operazioni prima di riprendersi (le resterà un’invalidità del 70%). Ma Nicola non parla mai delle lesioni gravissime che le ha procurato e continua, imperterrito, a incolparla della degenerazione del rapporto, sostenendo che era lei a provocarlo. Dice: “voglio tornare a casa mia”, spiegando che adesso l’ex moglie vive con i suoi genitori (“sono come un clan mafioso”). Ha trasgredito il divieto di scrivere al figlio, che si rammarica di non aver potuto vedere per 6 lunghi anni,  e nella lettera dichiara la sua innocenza. “Casa nostra era un inferno” ammette e poi  si difende: “sono cambiato”. Ma subito dopo aggiunge: “lei ha paura di suo padre, uno che pensa solo ai soldi. Lui non capisce che il nostro anche se violento è un grande amore…”.

Nicola è un uomo sensibile, colto (in carcere ha imparato l’arabo) in grado di riprendere il suo posto nella società ma incapace di capire la gravità del suo gesto e quindi è ancora pericoloso per la ex moglie: è questa la relazione finale della magistrata. Colpisce questa storia per la sua emblematicità: la maggior parte degli uomini maltrattanti si sentono vittime, sono essenzialmente dei “negazionisti”, che non sanno (non vogliono) guardare dentro di sé e continuano a minimizzare le proprie colpe. Santamaria interpreta con grande efficacia il ritratto di quest’uomo disperato, distrutto eppure in grado di inventare una serie di giustificazioni al reato che ha commesso.

La moglie del poliziotto REGIA: Philip Gröning SCENEGGIATURA: Carola Diekmann, Philip Gröning ATTORI: Alexandra Finder, David Zimmerschied, Pia Kleemann, Chiara Kleemann, Horst Rehberg, Lars Rudolph FOTOGRAFIA: Philip Gröning MONTAGGIO: Philip Gröning PRODUZIONE: 3L Filmproduktion, Bavaria Film, Philip-Gröning-Filmproduktion, ZDF/Arte DISTRIBUZIONE: Satine Film PAESE: Germania 2013 DURATA: 175 Min

È stata lei REGIA: Francesca Archibugi con Claudio Santamaria e Benedetta Buccellato novembre 2013 visibile sul sito del Corriere della sera

 

 

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