Letture aquilane (fra Anne Michaels e il post terremoto)

Mi aggancio al bellissimo articolo di Roberta Mazzanti sulle giornate aquilane – ben conscia che non riuscirò a restituirne il senso con la stessa ricchezza di emozioni e osservazioni.

Nel convegno – e prima, e dopo – ho occupato uno spazio anfibio, dentro e fuori e continuamente dentro e fuori da luoghi differenti: con le donne TerreMutate guardando al convegno e alla Sil; con le donne della Sil guardando all’Aquila e alle donne TerreMutate. E tutti i possibili incroci di questa feconda relazione, che ha regalato a noi TerreMutate, credo di parlare non solo per me, momenti di prezioso “riconoscimento” di ciò che a L’Aquila abbiamo vissuto insieme negli ultimi anni, un riflettersi/rifletterci/essere riflesse, in tanti interventi del convegno, e nell’atmosfera che vi si respirava; nelle emozioni e nel rigore di Monica Farnetti, ad esempio, perché quel Guasto celeste era così intimo alle aquilane.

Dall’altro sguardo, nei giorni di novembre ci è stato detto da tante silline che il convegno avesse preso una certa intensità proprio a L’Aquila, rispetto ad altre occasioni: per la presenza delle TerreMutate (e di tutto ciò che avevamo cercato di portarvi); ma se vogliamo per una sorta di vibrazione interna al luogo, alle stratificazioni e al senso che aveva lo stare assieme, in quel contesto e con ciò che le donne aquilane stanno cercando di fare/dire negli ultimi anni.

Il tempo ci dirà gli effetti di tale, magica interazione. Ci dirà se qualcosa resterà, potrà dare altri frutti. Se resterà un bel ricordo o produrrà altre pratiche politiche, di relazione, fra L’Aquila, le donne TerreMutate, la Sil. Qualcosa è successo già l’ultima giornata: prima fra tutte, con l’immediata proposta di Clotilde Barbarulli e Liana Borghi (subito sposata da Roberta Mazzanti) di andare, noi TerreMutate, il prossimo 6 febbraio a Firenze. Seguita da altre proposte di incontri, da Livorno a Pesaro, a Ravenna, in Sicilia, a Trieste e a Pescara.

A Firenze, ci hanno detto di andare per parlare non solo dell’Aquila e di noi TerreMutate, e della Casa delle Donne, come se ne è già parlato in ventisei “staffette” in tutt’Italia, ma per continuare la “lettura” di Anne Michaels, che è stata uno dei momenti più belli – per ciò che mi riguarda – della lunga e appassionata preparazione del convegno. E forse, anche se troppo breve, un momento succoso del convegno, nel senso di tirar fuori non solo il succo del lavoro fatto, ma di porgerlo, specialmente come pratica, al futuro.

La lettura del libro giusto per la situazione giusta. La lettura collettiva come un brainstorming, un ping pong fra dentro e fuori; fra la vita e la letteratura. (Mai ringrazieremo abbastanza Roberta Mazzanti per la meravigliosa intuizione di aver connesso Michaels a L’Aquila, La Cripta d’inverno al terremoto del 6 aprile del 2009 e a ciò che ne è seguito.)

Riassumo per punti – così come ho fatto, in breve, nell’ultima giornata a L’Aquila – le evidenze, le sinergie che la Cripta d’Inverno ha fatto emergere nei gruppi di lettura che si sono svolti fra l’aprile e l’ottobre di quest’anno, e che hanno coinvolto alcune decine di donne e qualche uomo. (Aggiungo in fondo qualche sito, per restare aggiornate sulle vicende aquilane.)

Il cambiamento delle percezioni e del sentimento. La città, con i suoi interni divorati e divenuti pubblici, diventa “carne esposta, carne tua”; e, nello stesso tempo, “mi è arrivato, fortissimo, che il luogo che abiti non è un luogo fisico, statico, ma un essere vivente, un organismo vivo” (Maria Linda). Non è più piacevole scrutare da un treno le intimità dei paesi che si attraversano, neppure scorgere una luce dietro un vetro con figure che si muovono, l’immagine ne rimanda subito altre, troppo dolorose (Lucia). È cambiata la relazione con le persone: “la tolleranza (è diminuita), la capacità di essere solidale (è aumentata)” (Loretta). Soprattutto cambia, in modo definitivo, la percezione della sicurezza, di ciò che significa trovarsi in un luogo sicuro (la casa, la città): “Abbiamo perso la sicurezza e non ce l’avremo mai più” (Nicoletta). “Sicurezza, da sine cura, è passare da un mondo sicuro in uno insicuro, per tornare (tendere) ad una nuova sicurezza: così come il neonato, dalla sicurezza del ventre, nascendo si affaccia al terrore della vita, per poi trovare nel seno, nell’abbraccio, una nuova sicurezza, un nuovo equilibrio. Noi facciamo un investimento sulla sicurezza e quando, per qualche ragione, diventiamo insicure, cerchiamo altre sicurezze, è una spinta vitale” (Filomena).

La perdita della memoria. “Quando sento parlare di memoria resto interdetta, perché quando percorro una strada, vedo qualcosa buttato giù, ma non mi ricordo cosa c’era prima“ (Loretta). Dopo la perdita, la memoria oscilla, servendo due esigenze che si oppongono, entrambe necessarie ad immaginare un futuro: conservare a livello interiore il paesaggio esteriore perduto; oppure rimuoverlo, in tutto o in parte, per aprirsi dentro nuove possibilità.  “Ho un gran rispetto per questo corpo morente che è la nostra città. Ci vado per non lasciarlo in abbandono, bisogna incoraggiarla questa città morente, tenerle compagnia.” (Anna). “È vero che i nostri casermoni sono disperanti, ma anche quelle case assumeranno col tempo la loro vita. Le persone cambiano, come il paesaggio, io non mi fermerei alla nostalgia” (Pina). Hassan Dafalla osservava, mentre i nubiani toglievano le grosse chiavi di ferro dalle serrature e poi scomparivano di nuovo nelle loro case per guardarle ancora una volta (…) di certo, pensò Hassan Dafalla, pochi luoghi su questa terra sono stati guardati da tante persone insieme, con un tale sentimento condiviso (La Cripta d’inverno, p. 115). Quando il sentimento è condiviso, la memoria dei luoghi può anche subire delle trasformazioni, diventare una falsa memoria, dice Nicoletta.

In che modo apparteniamo a un luogo. “Mi sono accorta che quando la città c’era, L’Aquila per me erano certe persone, era il mio lavoro che non mi piaceva più: quando ci si vive non si pensa alla città, al luogo, è un dato acquisito. Quando la città non c’è più, c’è la perdita, non pensi più che quello era un contenitore, pensi che la perdita uccide pure te, ti senti morta pure tu, c’è un’identificazione totale; e da questa parte, piano piano, il processo di elaborazione del lutto, da questa identificazione assoluta nasce l’elaborazione del lutto. Ci vuole un’operazione di distacco, in modo che la città ridiventi la tua città, e il tuo io ridiventi il tuo io, che possa progettare. Ma che sia una cosa nuova, rispetto alla quale ristabilire il sentimento di appartenenza, rimettendo la distinzione fra te e la città” (Filomena). “Il terremoto mi ha dato una possibilità di appartenere a qualcosa: è stata la prima volta nella mia vita che ho sentito di appartenere a una comunità” (Anna).

Cosa ci è sacro nei luoghi?, si chiedeva Roberta Mazzanti nel gruppo di lettura. E citava una pagina de La Cripta, quando nelle case in abbandono dei nubiani un archeologo polacco si mette a copiare affreschi di calce colorata che si trovano sulle pareti: (…) si accorse, con sorpresa, che sotto c’era un’altra immagine. Ogni volta che copiava un affresco, sotto ne scopriva un altro. Gli strati di pittura, alla fine, risultarono ottantasei (p. 119).

Quanto e come, ciò che non si vede determina la nostra appartenenza ad un luogo?

 

Il significato della parola ricostruzione. La Cripta d’inverno e In Fuga parlano soprattutto di una ricostruzione interiore: i traumi che hanno colpito i protagonisti, i traumi che colpiscono la terra, anche quando prodotti da scelte umane, cambiano i paesaggi. Sia quelli esteriori che quelli interiori. Poi c’è il caso di Varsavia (La cripta), dove dopo le distruzioni della guerra c’è  stato l’abbattimento del ghetto, ad opera dei nuovi “padroni” sovietici, per fare della ricostruzione un momento della nuova èra. “Il libro mi parla della menzogna del potere. Forse dovremmo smettere di usare la parola progresso, altrimenti l’idea è che quel che viene dopo è meglio, quindi opere grandi perché i regimi hanno bisogno della grande opera come Nasser con la diga di Assuan“ (Orietta). In ogni ricostruzione c’è “il tradimento” (Loretta). “L’uomo non è in grado di dominare i cambiamenti che causa. È una piaga moderna, non siamo in grado di gestirli, perché la situazione è troppo complessa e sono troppo potenti le capacità di trasformazione” (Nicoletta).

Ciò che resta, ciò che si perde. E allora è importante capire cosa si è perduto e cosa, invece, è restato a disposizione non solo nello spazio fisico, ma dentro di noi. Dice Loretta: se in una prima fase dovevamo pensare che tutto dovesse tornare come prima, se questa spinta ci è servita ad andare avanti, a progettare, oggi dobbiamo dire “sarebbe un gran danno se dovesse ritornare ad essere come prima, dobbiamo recuperare ciò che ci serve per la nostra identità, che è una trasformazione di quella precedente”. Michaels scrive che – quando tutto sembra perduto – restano agli esseri umani il corpo, il linguaggio, la memoria. E questa è anche l’esperienza di Loretta: “Esistiamo solo noi, esiste il nostro corpo con quello che ricorda e il suo modo di relazionarsi con l’esterno…ma qualcosa è cambiato in questa relazione”. Restano le cose che non potranno più esistere; e alimentano la nostalgia. Resta una vitalità “animale” (Orietta): “Come i merli, volati in cerca di cibo, che non trovano più il loro nido…si adattano, noi ci adattiamo: dopo quattro anni, chi sta fuori dal centro storico, comincia a farsene una ragione”. “La nostra vita è un continuo oscillare fra preservarsi e osare. Quello che è successo ci ha costrette ad osare. Il calice me lo sono bevuto fino in fondo, adesso ho finito di piangere, penso alle parole di Michaels in In fuga (p. 47): rendere la bellezza necessaria, trovare bella la necessità…siamo nella necessità, rendiamola bella!” (Nicoletta)

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