Incantevoli cadaveri femminili

Incipit fulminante: «Nella difficile arte di morire, le donne sono insuperabili». Prosa brillante, a passo di carica. Campo dei riferimenti: ampio, interdisciplinare, usato senza nessun timore, con l’invidiabile disinvoltura di chi si muove con agio nelle letterature (e nell’arte) – prevalentemente occidentali – prendendo ciò che serve a seguire un filo di discorso personalissimo e originale, assai denso ma senza pesantezze accademiche. La morte ci fa belle di Francesca Serra, a due anni da Le brave ragazze non leggono romanzi (2011), torna sul peso simbolico del femminile nella storia della nostra cultura mettendo al centro del suo ragionamento la rappresentazione della sposa cadavere. Il titolo fa esplicito riferimento – ma senza citarlo – alla commedia nerissima di Robert Zemeckis La morte ti fa bella (1992), dove però è lo spettro dell’invecchiamento, della perdita della bellezza, il motore della rivalità di due amiche-rivali che sfidano la morte manipolando i loro corpi con un magico elisir di eterna giovinezza.

Un rovesciamento parodico della figurazione invece prevalente della morte della fanciulla, bella, bellissima proprio quando, e proprio perché, muore giovane.  Serra ricorda l’affermazione di E.A.Poe, che a metà Ottocento scriveva: «Non c’è niente di più poetico al mondo della morte di una bella donna». Bella, dunque giovane. Perché sull’altare del genio maschile, dell’Arte, del Bello, dell’Ideale disincarnato che può librarsi al di sopra delle umane miserie della materia vivente, i “capri” da sacrificare sono in realtà “capre”. E non è un caso se è una scena veramente horror quella che a mio avviso è al centro del libro, in qualche modo lo sottende: la scena di «caccia infernale» – resa poi visivamente da Sandro Botticelli – è nel Decameron di Boccaccio, al centro della novella di Nastagio degli Onesti, dove una «bellissima giovane e ignuda» viene sbranata da due cani mastini. Le bestie la inseguono, lei è del tutto indifesa, finché«un cavaliere non la trapassa con la lancia e “messo mano al coltello” la apre “nelle reni, e fuori trattone il cuore e ogni altra cosa d’attorno” lo getta ai cani affamati che lo divorano». Sullo sfondo di un ameno boschetto, una scena crudelissima, sadica, horror – se non splatter – appunto. Ma ciò che dà al racconto e alle immagini di Botticelli – che sfalsano la ripetizione della stessa scena nella profondità della prospettiva in quattro quadri distinti – è il suo carattere rituale di sacrificio, reiterato più e più volte, sempre identico: quella “capra sacrificale”, ci dice Serra, è «messa a morte infinite volte per espiare qualcosa. E insieme per fondare qualcosa. Un ordine intellettuale. Una comunità di ultracorpi maschili. L’eternità dell’arte, che sulla tomba della bella donna si è issata come un piedistallo».

Dunque, «l’omicidio femminile [è] un mito fondativo della nostra cultura», conclude. E nel capitolo successivo la studiosa fiorentina torna sulle argomentazioni del suo libro precedente per sottolineare quel passaggio della modernità in cui «l’intero corpo della letteratura sembrò essere minacciato da un branco di cani feroci». E i cani feroci sono il mercato, quell’entità cieca che fece dell’Arte una merce: «Una schiera di manufatti, tutti uguali e tutti agghindati per attirare più clienti possibile, marciava stto le insegne della rivoluzione industriale […] dentro non c’era dubbio che fossero dei cadaveri. Per l’effimera loro destinazione di consumo». Lo sdegno dei letterati (Flaubert in testa) contro la minaccia sempre più incombente del denaro, rilanciò la “caccia infernale”. Perché i libri diventati oggetti di intrattenimento – non più Arte, non più Ideale, non più la Bellezza, non più viatico per il Pantheon degli immortali –   attengono alla carnalità, l’animalità, l’esperienza, vale a dire il femminile.

E qui, secondo Serra, il cerchio di chiude. La “caccia infernale” riprende con grande vigore, non più singoli sacrifici esemplari ma «sacrifici di massa»: «Ecco il motivo della proliferazione parossistica nel corso degli ultimi secoli delle immagini delle belle donne morte. Le tombe diventano fosse comuni».  Come quelle, ricordate con molto pudore solo in nota, delle donne uccise a Ciudad de Juarez, città di frontiera tra Messico e Stati Uniti, «scheletro nell’armadio […] di questo piccolo libro».

 

Francesca Serra La morte ci fa belle Bollati Boringhieri Torino 2013, 138 pagine, 14 euro

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4 Comments
  1. Conte Vlad

    la morte fa parte della vita e riguarda uomini e donne, anche la morte violenta esiste e va raccontata. L’arte tende a estetizzarla (non sempre) come tende a esttizzare tutto

  2. Conte Vlad

    l’horror, il thriller, il cinema del mio adorato tarantino e non solo sanno raccontare la morte e la morte violenta (di uomini come di donne) in maniera molto diversa da quella ottocentesca di cui si parla nel libro.
    Una cosa è sicura: la morte e la morte violenta è parte dell’umano e la narrativa non smetterà di raccontarla nè credo che l’autrice lo auspichi

  3. Conte Vlad

    “la morte fa parte della vita e riguarda uomini e donne, anche la morte violenta esiste e va raccontata”

    e ovviamente ogni autore e autrice la racconta secondo i propri modi,sensibilità e ambizioni

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  1. […] che la nostra cultura è fondata sulla fascinazione per la bella ammazzata: legga, Ceronetti, La morte ci fa belle di Francesca Serra, per capire come la morte di una donna sia  “il mito fondativo della nostra […]

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