Piovono strenne

Francesca Caminoli

Quindici sono le vite che Aleksandar Hemon, nato a Sarajevo nel 1964 e che dallo scoppio della guerra in Bosnia nel 1992 vive a Chicago, racconta. C’è la vita nella sua città natale, bambino che passa le giornate in banda con quelli della sua raja, ragazzo tra l’hippie-teppista-socialista che vuole organizzare feste rivoluzionare a cui invitare l’élite culturale della città in uno spazio riempito di filo spinato per “sovversivamente lacerare” i loro abiti italiani, quindi giornalista in radio e giornali dove lo “esaltava l’idea di essere giovane e radicale” e si crogiolava “in quello spazio di fanculismo” che si era ritagliato. Ma poi inizia la guerra in Croazia, il suo amato professore di poesia e critica si trasforma in un delirante sostenitore di Karadžić “il poeta senza talento destinato a diventare il criminale di guerra più ricercato al mondo”, Hemon e i suoi giovani compagni di ubriacature da “oblio salvavita” tentano ancora di pensare che le atrocità di cui cominciano a venire a sapere fossero “la follia di un paio di mele marce”. Non sarà così, come ben sappiamo. Quando inizia l’attacco serbo alla Bosnia, Hemon è a Chicago e lì si ferma. Inizia la sua vita di migrante, il suo “sradicamento era metafisico nella stessa identica misura in cui era fisico”, lavora come piazzista di Greenpeace, gioca ossessivamente a scacchi con un assiro nato a Belgrado e a calcio con un gruppo di emigrati che arrivano da tutti i paesi possibili del mondo. E poi c’è la vita di oggi, scrittore, marito, padre. Ed è nell’ultimo capitolo del libro, L’acquario, che Hemon, che ha trovato parole perfette per tutte le stazioni della sua vita, trova anche le più difficili: le pagine in cui racconta la morte della sua bambina Isabel per un tumore al cervello sono, nella loro totale assenza di sentimentalismi, pure e acuminate come la punta di un coltello che affonda preciso anche nell’autodifesa più solida. Un libro bellissimo.

Aleksandar Hemon Il libro delle mie vite, Einaudi 2013, .175 pagine, 17 euro

Emanuela A. Abbadessa

Sembra ovvio consigliare un libro di cucina per Natale ma tra i molti presenti in libreria, La cucina dell’anima rappresenta un unicum. A scriverlo non è uno chef stellato ma sono Giuseppe Conte e la moglie Maria Rosa che, attraverso le ricette raccolte in una vita insieme, narrano i viaggi, le occasioni conviviali, le suggestioni dei luoghi. Si va dal succotash degli Indiani d’America ai piatti giapponesi, passando per i gusti speziati dell’India. Alle 99 ricette sapienziali segue un’Appendice in cui Conte, distinguendo tra nostalgia e memoria, racconta la cucina materna e ligure e quella siciliana, esportata in riviera dal padre. Tenerezza e ricordi affiorano e rendono più gustoso ogni piatto.

Maria Rosa Teodori e Giuseppe Conte, La cucina dell’anima. 99 ricette sapienziali, Ponte alle Grazie, 119 pagine, 12 euro

Laura Guglielmi

Più nostalgico del solito, sente gli anni passare implacabilmente e guarda indietro ai movimenti degli anni Sessanta e Settanta. Stiamo parlando dell’investigatore privato Bacci Pagano, alter ego dello scrittore Bruno Morchio, che ha appena mandato in libreria il suo ultimo noir, Lo spaventapasseri. Un vecchio compagno di liceo, l’avvocato Almansi, si è candidato alle elezioni, come senatore e lo chiama perché qualcuno lo sta minacciando di morte: è un idealista, sta sempre dalla parte dei più deboli. Chi segue Bruno Morchio da anni sa bene quanto i suoi romanzi siano intessuti del vissuto dell’autore. Infatti lo scrittore ha sostenuto l’elezione di Marco Doria a sindaco di Genova, presentandosi anche come candidato. Lo spaventapasseri è un romanzo sulla memoria e sull’incapacità dei personaggi a fare i conti con il proprio passato, a mio parere una metafora dell’Italia tutta che non è in grado di elaborare i propri traumi, ma preferisce rimuoverli. E così facendo il paese procede a tentoni verso un futuro incerto. Ma un elemento, se non l’elemento portante, del tessuto narrativo è che, dopo tanto tempo, Bacci si innamora di nuovo. Dopo il trauma di Rossoamaro, il precedente romanzo in cui è venuto a conoscenza di alcuni dettagli fondamentali sui genitori partigiani, rimanendone fortemente colpito, qui incontra di nuovo la passione. Meno gigione che in altre circostanze, si innamora di una donna complessa, con un passato difficile, che lo maltratta e lo fa soffrire. Una nuova relazione, che però a differenza di tante avventure passate, nonostante i tira e molla, è molto meno fisica, più meditativa e analitica. Pare che in questo libro Morchio sappia dialogare di più con il femminile e che riesca a vederlo e a descriverlo con più lucidità, a differenza di tanti giallisti di casa nostra. Dove le donne sono solo pure pedine in mano degli scrittori. Che noia! Ad ogni modo in Italia dobbiamo ancora aspettare perché nasca un uomo che sappia scrivere una trilogia del Millennio alla Stieg Larsson. Ma si sa la Svezia è la prima della classe.

Bruno Morchio, Lo spaventapasseri, Garzanti Milano 2013, 239 pagine, 16,60 euro

Antonella Di Vito

Sindaca di Lampedusa, determinata, lucida nell’analisi dei fatti, propositiva nelle soluzioni, Giusi Nicolini analizza, attraverso un dialogo con Marta Bellingreri, la tragedia dei migranti che fuggono da situazioni disperate per trovare le peggiori umiliazioni in terra italiana o la morte in mare. Un libro che parla anche della vivibilità di un’isola e dei suoi abitanti, che quotidianamente si confrontano sulla mancanza di adeguati servizi per lo smaltimento di rifiuti, per l’approvvigionamento idrico, per una mobilità che non tagli fuori la gente dal resto del paese, su un territorio che ha subito abusi edilizi e lo sperpero di denaro pubblico. Sono belli i desideri Giusi Nicolini per i quali non si stanca di lottare: «A me piacerebbe tantissimo che Lampedusa diventasse sede di un organismo sovranazionale, che monitorasse i flussi, i Paesi di provenienza, il numero dei vivi e dei morti e che elaborasse soluzioni, progetti di cooperazione fra popoli e non con i dittatori. Io credo che un giorno questo accadrà e spero che avvenga mentre io sono sindaca».

 Giusi Nicolini e Marta Bellingreri,  Lampedusa. Conversazioni su isola, politica, migranti, Gruppo Abele, pp. 143, euro 10,00

Loredana Lipperini

Non ci sono solo bambini, nei racconti dello scrittore siciliano Giosuè Calaciura: ma fra i giovanissimi narrati sarà difficile dimenticare Cicciummardo, creatura ibrida fra la bestia e il demone, ma che umano nasce, sebbene con due denti. Battezzato con l’acqua gialla dei pozzi, a sei anni comincia a lavorare nelle cave di zolfo insieme ad altri piccoli fantasmi del sottosuolo, che con lui usciranno dalle tenebre ormai ventenni, e terrorizzeranno le campagne per saziare una fame che non si estingue.  Non ci sono solo bambini, dunque: ci sono gli umili, i disperati, i marinai che pescano corpi, i soldati timidi che muoiono sventrati per un amore proibito, i padri svaniti per lupara bianca che bisbigliano al figlio dalla copertina di un sussidiario, i migranti che, come tragicamente avviene in queste ore, agonizzano nel mare che doveva portarli alla salvezza. Amarissimi e poetici, i racconti di Calaciura trasfigurano l’orrore grazie a una lingua carnale e insieme incantata, come quella delle fiabe più crudeli.

Giosuè CalaciuraBambini e altri animali, Sellerio, pagg.119, euro 14

Giulietta Ruggeri

Graziella Priulla insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania  e, con questo ricchissimo saggio ha composto un vero e proprio Manuale  per gli/le studenti dei suoi bellissimi corsi di genere ma anche, e secondo me soprattutto, per gli/le insegnanti. Non  si può infatti pensare di rifondare un patto sociale tra uomini e donne se non ci poniamo il problema di far crescere donne e uomini liberi. Ma allora il discorso sull’identità di genere deve entrare a pieno titolo nelle istituzioni formative attraverso piani che analizzino i linguaggi e la storia del rapporto tra i sessi.

Questo libro è composto di quattro capitoli sotto l’unico cappello: Che genere di scuola? Ogni capitolo è corredato da una bella bibliografia sulla storia dell’identità di genere, sul sessismo linguistico, sull’influenza dei media, sull’identità di genere e sull’educazione di genere. Nel testo troviamo immagini, canzoni, poesie, citazioni di fiabe e descrizioni di giochi. Un bel libro, uno strumento indispensabile per crescere.

Graziella Priulla,  C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole. Franco Angeli 2013,  pp. 238, euro 30,00

Emanuela E. Abbadessa

Narrare un deficit di comunicazione è sempre una grande sfida. Lo è ancora di più quando il deficit fisico – quello del piccolo protagonista di Non volare via, Matteo, un bambino sordo in lotta con la possibilità di parlare – diventa metafora e paradigma delle tante conteporanee interruzioni nella comunicazione tra adulti.

In un’epoca in cui, grazie ai nuovi media, sembra che l’interscambio tra le persone sia continuo, Sara Rattaro riprende le fila dei sentimenti narrando un interno familiare in cui si consumano gioie e dolori, in cui i più piccoli hanno il coraggio di “dire”, dove gli adulti non sanno far altro che tacere o, peggio, fuggire via, dalla vita, dalle responsabilità, dall’amore stesso. E in quell’istante in cui gioia e dolore si sovrappongono, in cui colpa e perdono si mescolano, Sara Rattaro dà ancora una volta una prova altissima della sua capacità nel narrare il senso e i sensi.

Sara Rattaro, Non volare viaGiunti Firenze 2013, pp. 222 Euro 14,90

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
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