Un'altra radice della convivenza

4086949Si può, in un mondo caratterizzato dalla crescente mostruosità della convivenza umana, da un corpo sociale privo di ordine simbolico e governato dal disordine maschile, quale quello che abbiamo di fronte, contrastare il dominio della forza e riportare giustizia e bene all’umanità senza ricorrere agli strumenti consueti: legge, diritti, proteste?

Si adottino pure queste pratiche, scrive Annarosa Buttarelli in Sovrane L’autorità femminile al governo “ma si provi a guardare con occhi aperti la forma generale della mente, che non va”. Auspicando con questo libro, diviso in sei capitoli, oltre il prologo, e dedicato alle sue quattro maestre alcune di vita e tutte di pensiero, “l’accadere di una conversione trasformatrice”.

Ci prova l’autrice cominciando col dare conto dell’accesso al tema della sovranità praticata e pensata dalle donne in modo radicalmente differente dall’autorità intesa dal maschile che si fonde con il potere e ha origine, secondo l’interpretazione di Nicole Loraux e Carole Pateman, citate dall’autrice, nell’agorà ateniese nata per tenere a bada la stasis, guerra tra fratelli di sangue per il possesso della città. Un’origine sanguinosa insita nel termine “democrazia” – kratos  stando ad indicare la vittoria ottenuta con la forza e la supremazia di un fratello su un altro. Ne deriva “una politica per un mondo di soli uomini incapaci di contenere la loro violenza se non facendo appello alla forza della legge” e fondata su un “orrore rimosso”. Come in forma meno sanguinosa è l’allontanamento del corpo femminile, all’origine del contratto sociale.

Forme di sovranità differenti sono esistite “da sempre”. A  partire, per quanto concerne la cultura  europea, da Antigone riletta da Maria Zambrano che sceglie di stare sopra e non contro la legge; un primum vivere che “ricolloca le radici del pensiero nell’esperienza del vivere quotidiano … in cui germina ogni passione … ogni gioia, ogni realistica speranza, ogni sapienza materiale”.

La difficoltà per le donne ad essere incluse per intero nel dispositivo della rappresentanza democratica di origine ateniese – dal latino repraesentare rendere presente la persona assente dandogli corpo col proprio corpo – rendendole ingovernabili, scaturisce dal fatto che queste – come il popolo – mostrano caratteristiche comuni quali l’estraneità alla gerarchia e all’individualismo a favore della relazione, dando vita alla “strana coppia … che regna ma non governa”. Entrambi (donne e popolo) sovrani per la loro “stretta connessione con la vita … propensi al contestuale, al domestico e al quotidiano” ma non governanti. Entrambi “spina nel fianco della società che tenta di disciplinarsi”. “Partecipare alla cosa pubblica non implica il potere d’incarnarla”, scrive Genevieve Fraisse, citata dall’autrice. Un fatto è amministrare, capacità nella quale le donne eccellono più degli uomini in quanto più capaci di farsi mediazione,  passaggio, un altro è rappresentare. Le donne “ri-presentano”, rendono presente chi è assente non mettendosi al suo posto ma “presentando il senso … di ciò che risulta pensato in una relazione realmente esistente con chi anche non essendoci … vuole mantenere integra la sua unicità … e dunque vincolata dalla prossimità”. Vincolo che evita la degenerazione in potere.

Una politica adeguata alla strana coppia “donna-popolo”, orientata alla fedeltà alla vita, all’affettività, ad un vedere-sentire che apre all’invisibile, esige una differente forma mentis capace di “tenere presente il cuore non immediatamente visibile della realtà”. Una politica profetica, intesa come “amore per la realtà più il suo di più”.

Un esempio di differente forma mentis viene indicata dall’autrice in una ricerca della Boston Consulting group su un campione di 15mila donne di tutto il mondo, dalla quale risulta che le donne non vogliono più soldi, potere, successo, ma più tempo, più amore, più benessere emotivo. E non disdegnano il mercato. “Le donne spendono non per il gusto di consumare ma per il piacere dell’agio e dell’ornamento”. Tanto basterebbe per riorientare il mercato in crisi attraverso una forma di economia orientata all’essenziale (al posto del necessario) e al superfluo saltando l’utile. Intendendo il superfluo un’eccedenza, un lusso (da luxus spostamento dalla norma) antitetico alla logica capitalistica fondata sulla dicotomia utile-inutile.

Ciò che serve, secondo l’autrice, è “un’altra radice della convivenza”. La stessa che Simone Weil chiama materialismo spirituale, un equilibrio tra bisogni vitali del corpo e bisogni dell’anima per liberare l’umanità dal “troppo umano” e limitare il dominio della forza e del diritto. Legando quest’ultimo alla nozione di obbligo, superiore a quella di dovere, e inteso come uno sporgersi verso esigenze umane persistenti, e quindi extrastoriche, capace di orientare i legami tra singoli esseri umani.

Esempi di sovranità a radice femminile – “ben ancorate alla propria differenza” secondo la definizione di Carla Lonzi – vengono indicati in: Cristina di Svezia ed Elisabetta 1 d’Inghilterra che hanno scelto di rinunciare al trono “dicendo e facendo la verità fuori dalla finzione della rappresentanza … tenendo in un unico atto di parola o di pensiero luogo d’origine e contenuto del discorso”; Ildegarda di Bingen e Anna Maria Ortese, orientate ad una politica cosmologica; le Preziose che spostano “l’asse della sovranità verso un ideale collettivo di vita sociale … in cui non contano potere, armi e denaro ma finezza del pensiero e del comportamento”.

Due esperienze contemporanee di “vera regalità” vengono narrati nell’ultimo capitolo “Rigovernare non solo in cucina”. Sono le operarie tessili di Brescia che in contrasto con la trattativa avviata dai sindacati confederali con le aziende Marzotto e le confezioni Manerbiesi, decidono di fare a meno della rappresentanza e ridefiniscono i termini della trattativa fuori dal dispositivo “più salario più utile” e “più salario più pezzi” ponendo a “fondamento della contrattazione la priorità delle relazioni e della qualità della propria esperienza professionale”.

La seconda è quella di Graziella Borsatti, sindaca di Ostiglia, in provincia di Mantova, che ha amministrato avendo presente la differenza tra potere e autorità cercando di togliere l’astrazione di cui si riveste la politica della rappresentanza attraverso un lavoro sulle parole e facendo di Ostiglia una “comunità governante”.

Di queste esperienze, di quest’ultima in particolare che ha registrato “una battuta di arresto”, l’autrice, a chiusura, scrive: “se è accaduto a Brescia e a Ostiglia può accadere ancora e ogni volta che sarà necessario”.

La storia è piena di donne sovrane che hanno segnato con la differenza i luoghi attraversati. Al nord come al sud. Parlando di esperienze operaie basta ricordare Dita di dama di Chiara Ingrao, la storia di Maria, operaia alla Voxoson “con quei  seni che arrivavano sempre prima di lei compressi dentro la camicetta”,  raccontata da Francesca.  Racconta della differenza femminile che già negli anni ’70 agiva dentro e fuori la fabbrica, rimpicciolita da uno sguardo maschile a semplice lotta per l’emancipazione o a solidarietà alle lotte degli uomini.  Di quelle lotte Francesca sceglie di mostrare particolari  “politicamente irrilevanti”. Come i finti svenimenti per ottenere l’aria condizionata; quel mostrare le cosce come provocazione davanti al capo del personale; fino all’invenzione del camice “color pesca setoso e brillante … infilato così com’era senza niente sotto” che Francesca regala a Maria. Oppure basta ascoltare le storie delle sindache della Locride, rimpicciolite dai massa media e dai politici di sinistra a “donne contro la mafia”. Storie di donne appassionate che lasciano intravedere, al di là dell’impegno quotidiano per la tenuta democratica delle istituzioni,  un modo di essere, di patire il mondo ed esperirlo differente, empatico,  reso visibile dalla frase di una giovane assessora napoletana che così condensò il suo operare: “sentire su di sé l’ingiustizia e far si che la propria ferita diventi quella di tutta la città per costruire qualcosa che assomigli al sorriso di mia madre”.

“Eccellenza femminile” la definisce Luisa Muraro nel saggio Non è da tutti, riferendosi alla naturale propensione delle donne ad inventare,  ad eccedere,  sporgersi verso un mondo che non c’è, conferendo loro, nel confronto con gli uomini, una superiore capacità di sentire. Qualità indimostrabile ma riconoscibile perché semplicemente si mostra. Saperla riconoscere non è impresa agevole, si rischia di fare scivoloni”.

Anche a me è successo di non riconoscerla quando l’ho incontrata incarnata nei gesti e nelle parole delle donne che nel ’45 occuparono le terre in Sicilia. Mi raccontavano di terre sognate e mai possedute; di feudi vestiti a festa; di finti svenimenti e di finte pazzie; di quando s’alzavano le gonne in segno di disprezzo davanti i carabinieri venuti per arrestare i mariti e della segretaria della camera del lavoro che per andare ad occupare indossava il vestito di pizzo e gli orecchini di brillante. Meglio fingersi pazze o svenute, meglio travestirsi che tradire se stesse. Era autorità, era fedeltà a se stesse, era lusso, soprammercato, e la scambiai, rimpicciolendola, per  diritto alla terra, solidarietà alla lotta dei mariti. A guidarmi, anni dopo, verso la scoperta della loro sovranità celata, fu l’esperienza della maternità, il persistere dentro le orecchie dell’eco del loro dialetto, dentro le narici dell’odore di cibo cotto e di spezie che emanava dai loro vestiti.

In un testo del 2011, parlando dell’esperienza interrotta di Graziella Borsatti e del movimento di amministratrici che s’era creato intorno, Annarosa Buttarelli scrive: “non di rado assistiamo al fatto che ad un certo punto della salita, di un certo livello di forza, di sapienza, di sapere, c’è (da parte delle donne) una specie di crollo di adeguatezza”. E aggiunge: “non riusciremo a fare nulla … se non c’è un’altra … che riconosce i nostri gesti e le nostre parole”.

L’autorità, come figura dello scambio, attivandosi solo se c’è un desiderio che sporge va infatti continuamente rilanciata. In sua assenza si lascia che sia il potere a fare e dare ordine.

Riconoscere vuol dire nominare, nel senso di mostrare attraverso una lingua che “non faccia a pezzi involontariamente quello che le donne tengono insieme”(Cigarini). L’intimo e il sociale per esempio. Corpo e parola. Realtà e immaginazione. Come la lingua del diario di Carla Lonzi Taci, anzi parla, che la stessa Annarosa Buttarelli individua “frammisto di sogni, poesie, racconti”. Perché “ogni volta che si ri-pensa qualcosa di nuovo ci vuole una nuova lingua altrimenti stiamo solo ripetendo”.

Annarosa Buttarelli, Sovrane L’autorità femminile al governo , Il Saggiatore, Milano, 2013, pag. 238, euro 18

Luisa Muraro, Autorità, Rosenberg & Sellier, Torino, 2013 125 pagine, 9, 50 euro

 Luisa Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carrocci, Roma 2011 126 pagine 13 euro

 Ti darei un bacio.  Carla Lonzi. Il pensiero dell’esperienza, a cura di Marinella Antonelli e Stefania Calzolari, Scuola di cultura contemporanea, Mantova,  2011

Chiara Ingrao, Dita di Dama, La Tartaruga, 2009

 

 

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