La scala di Mathausen

Sotera FornaroSi intitola Centottantasei gradini ed è il felice esordio letterario di Sotera Fornaro. Autorevole e originale studiosa di letteratura greca e cultura tedesca, ha pubblicato proprio di recente il suo primo romanzo: un promettente corpo a corpo con la memoria incarnata che, come suggerisce il titolo, si riferisce ad uno dei periodi più bui della storia del Novecento. La precisione del numero infatti, centottantasei gradini, richiama alla mente quelli della cava austriaca di Mauthausen. Irregolari e costruiti nella roccia e nell’argilla, hanno accompagnato verso la reclusione, i lavori forzati e la morte migliaia di detenuti ebrei tra il 1939 e il 1945. Il romanzo di Fornaro è tuttavia qualcosa di più. Al centro della scena dolorosa e complessa delle deportazioni per mano nazista, spicca il volto e il nome di una donna: Grete Weil che attraversa l’orrore con la sapienza di chi ancora riesce a immaginarsi il futuro.

Ebrea tedesca, perseguitata e infine scampata alla furia nazista, Weil viene ricordata soprattutto per il suo libro più conosciuto, Mia sorella Antigone, con cui ha partecipato ad una stagione significativa e fruttuosa della ricezione dell’eroina sofoclea nella Germania del dopoguerra. Sotera Fornaro, già profonda indagatrice sia di Grete Weil che di Antigone alle quali ha dedicato una grande attenzione e diversi scritti, non ha dubbi: decide di fare spazio al suo desiderio per dire che sì, Antigone può interloquire con ulteriori esistenze a lei assorellate. Proprio lei, appare nella penna di Fornaro, dotata di un’indulgenza resistente e luminosa. Insieme ad alcuni riconoscibili scorci di Etty Hillesum, Maria Zambrano e Christa Wolf, quest’ultima nell’occorrenza di alcune parole che ne riecheggiano i titoli principali. Ma il punto di partenza è finalmente Grete, protagonista filiforme e capace di fermarsi all’orlo dello struggimento definitivo.

Il romanzo è ricco di dettagli biografici veritieri e si apre appunto con una vicenda realmente accaduta: Edgar, drammaturgo tedesco e grande amore di Grete nel 1941 viene deportato a Mauthausen. Grete lo aspetta, dapprima non capacitandosi di cosa realmente gli possa essere accaduto, per poi reagire con grazia e desiderio di vivere. Si possono individuare anche le numerose scelte difficili della scrittrice, come l’adesione al Consiglio ebraico, l’andirivieni umbratile ma significativo nella resistenza fino al rifugio ad Amsterdam. Eppure l’operazione di Sotera Fornaro è più affascinante e articolata di una mera trasposizione della vita di Grete Weil.

Si avverte infatti la condensazione di una serie di luoghi e figure concettuali che hanno accompagnato il percorso della studiosa negli ultimi anni e che nella narrazione letteraria assumono un’inconsueta libertà. Intanto il desiderio di aprire la ricezione di Antigone ad una coralità che sia anzitutto femminile e che dia conto di ulteriori destini possibili oltre al fatto di considerare il corpo come una prigione; poi la ricerca di quella voce misconosciuta e preziosa che la storia non restituisce mai interamente e che Fornaro fa gravitare tra memoria e ricerca di sé. Scompigli, conflitti e incantamenti puntellano la vita di Grete, tra realtà e invenzione.

Come fosse una fucina creativa di cui il filtro preciso è il proprio corpo, la protagonista di Centottantasei gradini osserva se stessa come un crocevia di scoperte e slittamenti votati tutti ad un’unica legge, quella dell’esperienza. Misurarsi con l’amore è per lei l’apprendistato di un cuore che a volte è un osso e poi si trasforma in una diga. Certo, «il bisogno di non stare sola è un ago» che graffia la distruzione che la circonda. Così se «chi non sa, non può tradire» e «chi non vede, non può essere visto», Sotera Fornaro restituisce il monito forse più importante di Antigone: «Non per odiare, per amare io sono». E se l’interrogazione stringente che la logica della guerra vorrebbe mantenere viva è «Qual è stato il tuo posto (…) Da che parte sei stata?», quelle stesse domande diventano per Fornaro amorevoli soste verso la completezza di una sorte.

Si potrebbe forse sostituire il nome di Grete Weil a quello di molte altre donne che hanno attraversato l’odio senza averlo voluto vivere? Non per dirsi avulse dal proprio tempo ma per trovare uno spazio di libertà. Perché «dappertutto c’è splendore». Anche quando l’attesa si tinge di una sopravvivenza quasi inumana e Grete trascorre giorni interminabili nascosta dietro una libreria per non essere arrestata. Anche quando la guerra finisce e il senso di estraneità pervade la sua esistenza orfana. Anche lì, in quella stanzetta berlinese dove Grete trova requie, dopo anni difficili, sogna orizzonti luminosi. E il sogno diventa il dispositivo di cucitura puntuale e persistente per rimembrare lo smarrimento.

Edgar muore. Così come molti altri e altre. Grete non ha più dubbi, i centottantasei giorni di attesa – pesanti come i gradini scoscesi di Mauthausen – si sono nel frattempo moltiplicati a dismisura ma la sparizione combacia con quella di chi è stato deportato e si è perduto. C’è sempre un fuori che non accenna ad esaurire il proprio istinto coercitivo e un dentro che invece promette speranze. Anche quando gli unici avvicinamenti sono quelli dell’amata Elly che fa ruotare lo scaffale di libri dove Grete rimane immobile. Perfino lì il pensiero, con la sua possibilità di rimanere indenne, non demorde. Mantiene il proprio nitore, come il digiuno dal superfluo. Forse perché per Grete Weil la scala di Mauthausen è rovesciata nel percorso di una mente che, lucida, sente il mondo e ne sa distinguere orrore e grazia.

 

Sotera Fornaro, Centottantasei gradini  LuoghInteriori, Città di Castello 2013, pp. 201, euro 14,00.

 

 

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