Se tua zia è una santa

4060177Questo libro di memorie è centrato su Simone Weil, zia dell’autrice, e su Andrè, il padre, genio della matematica, attraverso lo sguardo di Sylvie spesso sopraffatta dalla loro importanza, specialmente dall’alone mitico che circonda Simone. La notevole rassomiglianza fisica con la zia che muore a 34 anni per tubercolosi poco dopo la nascita di Sylvie è il fulcro della ricostruzione dei ricordi, in un intreccio di sentimenti ed esperienze che l’ironia cerca di tenere sotto controllo. Simone e André  sono visti nel loro profondo rapporto, nei legami con i familiari, una visuale particolare che tende a renderli normali. Se è stato faticoso essere “la figlia di un genio” – come ricordava la madre – tuttavia col tempo riesce a ricostruire il filo affettivo col padre, mentre il rapporto con la zia è complesso e conflittuale. Casa Weil costituisce uno spazio immaginario e biografico inquietato dalla voce dell’autrice che estrapola ricordi dal suo vissuto ed incalza con interrogativi che attraversano il racconto con scansioni temporali irregolari: il passato non è separato né separabile dal presente nel negoziare con il proprio io e con le relazioni che hanno plasmato il percorso esistenziale.

L’incipit è significativo: ”Più di una volta mi è capitato di rinnegare Simone. Mi vergognavo di quella parentela come di una tara”. Il conflitto con un familiare celebre è un caso diffuso, se si pensa ad esempio ad Angelica Garnett (figlia di Vanessa Bell e nipote di Virginia Woolf) o alla figlia di Lacan, ma non a tutti capita di “essere la nipote di una santa e di assomigliarle”, sottolinea Sylvie: “ti rimane il ruolo interessante, ma ambiguo, di reliquia: la tibia della santa”.  Tuttavia sente di essersi lasciata alle spalle il destino della zia – che sembrava in agguato – quando guarisce da una forma di polmonite poco nota: a differenza di lei, Sylvie ama vivere, desidera assaporare i piaceri della vita: “Io sognavo Gérard Philipe, mentre lei si faceva rapire da Cristo”.

Nelle ultime lettere Simone parla continuamente della nipotina, cui dice di aver fatto unUnknown-10 “sortilegio”, ed arriva a suggerire al fratello di farla battezzare per maggiori vantaggi matrimoniali: questo invito è incomprensibile per Sylvie che – nonostante il sacramento poi accettato dal padre come un lasciapassare –  è tornata all’ebraismo ed ha sposato un ebreo di ambiente ortodosso. E sottolinea come certi biografi di Simone dimenticano il legame della famiglia con la tradizione ebraica, mentre rivolgendosi direttamente alla zia ricorda che la nozione di carità, da lei teorizzata e praticata,  sia “nel cuore dell’ebraismo”.

In particolare nell’ultima lettera Simone scrive ai genitori che hanno “un’altra fonte di consolazione” alludendo alla nipotina che così viene lasciata loro come “in testamento”,images-10 mentre il padre vuole sottrarla all’influenza della nonna, per lui già negativa sulla sorella. Le liti si estendono all’uso dei manoscritti e nessuno di loro  pensa piuttosto ai parenti uccisi ad Auschwitz, concentrati come sono su Simone che morendo lascia così una famiglia “in frantumi”: “Non mancheranno di contendersela quella povera fonte di consolazione, che diventerà un piccolo ostaggio sballottato fra quattro adulti scatenati”. Sylvie, cresciuta “all’ombra di Simone”,  è  attraversata dal ricordo dei nonni “amanuensi” che passavano ore e ore, “senza requie”, a ricopiare gli scritti della figlia per mantenerla in vita, così, sottolinea, “noi tutti vivevamo con lei”, fra foto, un baule ed un armadio contenenti le sue cose. E tuttavia a volte ritorna a guardare quei manoscritti e gli oggetti soprattutto per ricordare con affetto il periodo trascorso con i  nonni e dimenticare le tensioni: “Posso dire che in nome di Simone sono riusciti a dare un sapore spesso amaro agli anni della mia infanzia”.

A momenti ha slanci di tenerezza verso la zia, come verso una sua immagine, ricostruita attraverso racconti di altri, di una creatura con le spalle curve, a Londra nel 1942 accanto ad una valigia, sradicata stanca e isolata, triste perché, “nella sua sete di martirio”, non la facevano paracadutare in Francia, ma subito  – si chiede – non sarebbe stato meglio preoccuparsi dei bambini spediti nei campi di concentramento? Ciò che Fusini scrive di Simone – “È intransigente, è radicale, fino a risultare insopportabile” – sembra riecheggiare in Sylvie quando afferma che “sia André che Simone si sentivano compenetrati, in forme diverse, della loro “missione sulla terra” pronti ad andare avanti senza preoccuparsi di altro. La ‘verità’ sta forse nell’amalgama delle contraddizioni che ognuna/o si porta nel processo di soggettivazione.

Dall’archivio dei sentimenti l’autrice estrae così, senza ordine, gioia e dolore, alterità e differenze nella vita e nelle memorie. Questo libro che è, nello stesso tempo, rammemorazione, interrogazione e ricostruzione del sé, cerca – con molte domande, ironia, inquietudine e amarezza – di allentare il groviglio di sentimenti ed emozioni che hanno segnato l’esistenza di Sylvie perturbata da fantasmi e tensioni familiari, coinvolgendo chi legge per l’interesse di sguardi differenti e problematici in relazione a figure canonizzate su cui sembra che tutto sia stato ormai scritto.

Sylvie Weil, Casa Weil. André e Simone, traduzione e postfazione di Claude Cazalé Bérard, Lantana, Perugia 2013, pp. 199, euro 16,00

Nadia Fusini, Hannah e le altre, Einaudi Torino 2013

Angelica Garnett, Ingannata con dolcezza. Un’infanzia a Bloomsbury, La Tartaruga Milano1990.

Sybille Lacan, Un padre. Puzzle, Le lettere 2001

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