Il grandangolo di Letizia Battaglia

Palermo, 1976-2Nel saggio del 1973 Sulla Fotografia – realtà e immagine nella nostra società, Susan Sontag scriveva: “Le fotografie non possono creare una posizione morale, ma possono rafforzarla”. È ciò che accade con l’opera di Letizia Battaglia, la fotografa palermitana celebre per essere stata per circa venti anni la fotografa della mafia. Il suo lavoro, che va ben oltre questa semplice etichetta, costituisce espressione esemplare della potenzialità tipica della fotografia di produrre al tempo stesso documenti (nel suo caso di storia e di impegno civile) ed opere d’arte. Proprio per questo ci interroga, ancora oggi, su questioni centrali per il nostro presente, una delle quali riguarda, per dirla ancora con Sontag, come ci poniamo davanti al dolore degli altri. Siamo, infatti, sempre più bersagliati da immagini che ci restituiscono una realtà a volte molto dura, immagini imposte da media e che, anche volendo, non possiamo ignorare.

Cosa ci dice sul consumo di queste immagini l’esperienza di Letizia Battaglia? e cosa ci insegna sul piano estetico e su quello etico? Sappiamo bene che quando si è costantemente tempestati da un certo tipo di immagini, queste finiscono col diventare meno reali: è come se ne venissimo anestetizzati. Ed è proprio la fotografia che più facilmente può slittare in forme di consumismo estetico. Eppure la morte, la crudeltà e la violenza sono argomenti universali e senza tempo, appartengono alla storia dell’umanità e all’arte che li ha eternati in rappresentazioni che vanno oltre la mera raffigurazione dell’orrore e la cui forza risiede nella comprensione e nella partecipazione al dolore create dall’artista.

Nel lavoro fotografico di Letizia Battaglia c’è di fronte al dolore un sentire autentico che si esprime nel “rispetto” di cui parla la fotografa: “una foto di cronaca deve contenere rispetto, condivisione, ricerca della giustizia e onore per la morte che si sta ritraendo: solo se hai consapevolezza, se ami il mondo o lo detesti ma in ogni caso con forza e profondità, le tue foto avranno un senso. Rielaborazione. Il giudice Giovanni Falcone al funerale del Generale Carlo Alberto Della ChiesaForse è per questo che, anche a distanza di anni le foto di Letizia Battaglia rimangano fortemente impresse, trascendendo i singoli momenti ed eventi. Cosa fa di queste foto, nate senza intenzionalità artistica -come dice la stessa Battaglia- cosa ne fa oggi delle icone, immagini che hanno permesso di vedere con altri occhi la realtà, rendendone più profondo il senso? La risposta sta nel suo essere in sintonia con l’organismo, secondo una formula presa a prestito da  Evelyn Fox-Keller che così aveva descritto la modalità del fare scienza del premio nobel Barbara McClintock. È così che la fotografa si rapporta ai suoi soggetti, secondo una modalità tipicamente femminile e che ribalta la falsa idea secondo la quale il soggetto che guarda è staccato dall’oggetto del suo sguardo. Non a caso Letizia cita, fra le fotografe contemporanee che più ama, quella Nan Goldin le cui foto sono inscindibili dalla propria esperienza vissuta.

Rielaborazione, 2012Come si traduce tutto questo sul piano formale? Un grande ruolo lo svolge l’uso del grandangolo, un obiettivo che abbraccia un vasto angolo di campo visivo e che è capace di grande esaltazione prospettica. L’ottica grandangolare si dimostra pertanto molto efficace dal punto di vista espressivo poiché accentua lo stacco tra i vari piani di profondità della scena, dando forte enfasi al primo piano rispetto allo sfondo. Se si adopera un grandangolo, chi osserva l’immagine si sentirà vicino al soggetto, immerso nella scena, avrà l’impressione di essere presente e partecipe mentre per chi riprende l’uso di quest’ottica implica la possibilità di stare sempre più a contatto con i soggetti, ciò che vuole Letizia Battaglia. La sua fotografia testimonia, così, il passaggio dalla descrizione alla riflessione, dalla narrazione e dalla testimonianza alla interpretazione e al coinvolgimento con i soggetti, con i quali instaura un rapporto di empatia non sentimentale. E la fotografia diventa il mezzo per rendere visibili anche quelle realtà che, senza lo sguardo della fotografa, rimarrebbero nascoste e impenetrabili. Prendono così forma, ad esempio, le diverse facce della tragica e contraddittoria Palermo, nelle foto che esplorano i corpi e i volti soprattutto di donne e bambine, oltre i gesti quotidiani: immagini asciutte nel loro teso e contrastato bianco e nero, scatti puliti ed essenziali, senza traccia di “vanità” da parte della fotografa.  Perché Letizia Battaglia ha trovato un modo di conciliare bellezza e narrazione, arte e verità senza mai estetizzare la morte e la tragedia, mostrando invece la grande capacità di fotografare, con il mondo esterno, anche quello interiore. Per questo il suo lavoro fornisce un esempio significativo di quel bisogno di connettere arte e vita che è stato uno dei capisaldi dell’arte del XX secolo.

Rielaborazione, 2007

 

Da qualche anno a questa parte, Letizia Battaglia ha impresso una nuova direzione al suo lavoro a partire da una nuova esigenza interiore: un bisogno di bellezza, di poesia e di dolcezza. Nel tentativo di cancellare, di sottrarre alla dimensione della morte i suoi scatti più celebri, ha iniziato ad integrare nelle sue foto “storiche” un corpo nudo femminile, affiancato o contrapposto ad esse: l’immagine che ne risulta determina un cortocircuito col mondo, maschile, dominato dalla violenza e dalla morte. La costruzione è interessante perché non si tratta di un consueto fotomontaggio, piuttosto di un’azione quasi teatrale in quanto Letizia Battaglia fotografa il corpo femminile (solitamente dell’attrice Serena Barone) contro uno sfondo scenografico dato dalle sue vecchie foto.

Anche in quest’ultima impresa, dunque, Letizia spinge ancora un po’ più in là verso un’ulteriore ricerca di senso che riporta la vita al centro del suo guardare, scegliendo l’esistenza e sottraendola alla morte.

 

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