La grande bellezza secondo Marguerite Duras

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Nel 1982 Marguerite Duras, regista di film e cortometraggi, gira Il dialogo di Roma, un film breve (62 min., colore) prodotto dalla RAI e da Lunga Gittata Cooperativa («su richiesta della mia amica Giovannella Zanoni», dichiara Duras, ma probabilmente il cognome corretto era Zannoni). La versione originale è in italiano, con le voci off di Anna Nogara e Paolo Graziosi; nella versione francese, Dialogue de Rome, le voci off sono quelle di Marguerite Duras e Yann Andréa. Il testo del film, con qualche modifica, verrà pubblicato con il titolo Roma all’interno del volume Écrire, 1993.

La breve sinossi che segue, redatta nel 1984 per una lettura scenica di Dialogue de Rome, è stata pubblicata per la prima volta in “Marguerite Duras”, Cahiers de l’Herne, 86, 2008.

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SINOSSI.

Titolo provvisorio: La Regina di Samaria

Il tema del film dovrebbe essere la conversazione tra un uomo e una donna. Una coppia di amanti o di sposi, è indifferente. Nessuna spiegazione dovrebbe intervenire quanto alla condizione sociale di questa coppia, la loro età, la durata del loro legame. La conversazione stessa non dovrebbe avere un vero inizio, ma subito avviarsi su un particolare della loro vita privata.

Tutta la conversazione riguarderebbe un episodio passato della vita della coppia, un fatto mai esplicitato, impossibile da esplicitare, che in qualche modo rappresenta il male inguaribile di un amore. Questo male verrebbe messo in rapporto con quello dell’esilio. La donna della coppia che parla avrà forse lasciato un paese dell’Europa, oppure un regno felice accanto a un uomo diverso da colui che è presente, o in altri termini un periodo di gioia difficile da circoscrivere, come per esempio quello dell’infanzia, o quello, vegetativo, di un clima, di una latitudine, di una spensieratezza mai ritrovata in seguito.

Durante la conversazione degli amanti, non vedremo altro che Roma. La Roma che mostrerò, non vorrei sceglierla. Vorrei scegliere un asse della città e seguirlo qualunque cosa attraversi. I soli punti per i quali dovrebbe sicuramente passare sono San Pietro in Vaticano, il Monte Palatino, Palazzo Farnese, il Tevere, Castel Sant’Angelo, le grandi spianate e le grandi scalinate di villa Medici. La macchina da presa attraverserebbe i palazzi, i corridoi di Palazzo Farnese per poi ritrovarsi, senza transizione, sulle grandi vasche di Tivoli. Vorrei dare il sentimento che ho io di Roma, di una materia intrinseca indissociabile, soffocante, cavernosa dentro e fuori, diversamente da Parigi che è tutta radure, spazi aperti, per dove passano il cielo, il vento.

A mano a mano che il film progredisce, la difficoltà dell’amore degli amanti, irrimediabile, prenderà una forma apparentemente più chiara, più esplicita. Così come Roma non può essere descritta, filmata, a mio parere, pure quella difficoltà tra gli amanti non potrà mai essere conosciuta chiaramente. Dovrà passare per tappe molto oscure, menzognere, ingannatrici. Nell’ingranaggio delle differenti versioni di questa difficoltà dell’amore degli amanti, arriveremo forse a congiungerci con un’altra storia, celebre, questa, nel mondo intero, esemplare, la storia della Regina di Samaria, Berenice, e del suo amante, il distruttore del Tempio, il comandante degli eserciti romani. Questo lato allusivo della storia forse sarà solamente sfiorato, dovrebbe sfuggire a molti spettatori, servirebbe solo a dare una profondità di campo alla visione di Roma che fa tutt’uno con l’amore degli amanti.

Il film dovrebbe terminare con un’accumulazione di piani sempre più belli, sempre più incoerenti, mentre apparirebbe sempre più chiara e insolubile la contraddizione fondamentale dell’amore di Berenice per Tito: quella di morire d’amore per colui che ti uccide. L’ultima inquadratura dovrebbe essere quella, molto convenzionale, dei fiumi di Piazza Navona, in panoramica continua. 

 

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