Riletture femministe/5 Noi e il nostro grasso

DSCN9059Fin dal titolo era attraente. Per me, e forse per le altre milioni di lettrici in tutto il mondo, addirittura irresistibile: Noi e il nostro grasso. Autrice una femminista, Susie Orbach. Per non parlare del sottotitolo: Un manuale di self help contro il grasso e contro le diete.  Orbach, psicoterapeuta con una docenza all’università di New York dedicata allo studio delle donne, lo pubblicò a Londra e New York con Paddington Press nel ’78 come Fat is a femminist issue, un titolo esplicitamente femminista, ancora più politico di quello italiano. Da noi uscì subito dopo, nel ’79, nella mitica collana Il pane e le rose dell’editore Savelli.

Era un volumetto smilzo che partiva dall’esperienza diretta di Susie: lei stessa nel 1970 si era iscritta a New York al corso per sole donne “Alimentazione compulsiva e immagine di se stesse”. Scrive nella prefazione che “era la prima volta dagli inizi del movimento di liberazione della donna che le donne osavano incontrarsi per gruppi di discussione che si occupassero specificatamente dell’immagine del corpo”. Allora, scrive, contestavamo sbrigativamente le immagini stereotipate che ci venivano dalla pubblicità, ci vestivamo come ci pareva e non davamo importanza all’aspetto esteriore. Almeno così ci raccontavamo, spesso in buona fede. Ma in quel corso la docente Carol Munter le divise in quattro gruppi dove, col metodo dell’autocoscienza, le iscritte, più o meno sovrappeso, cominciarono a parlare di alimentazione compulsiva (la chiamarono finalmente col loro nome) e a discutere su cosa significasse per loro avere un corpo attraente, esser grasse o magre, indossare bei vestiti. Solo allora tutte ammisero le loro “orrende storie di dottori, psichiatri, organizzazioni per dimagrire, cliniche e digiuni”.

Il libro ha una tesi: l’alimentazione compulsiva non è tanto un comportamento autodistruttivo quanto “un tentativo di adattamento (delle donne) alla pressione sessista della società contemporanea”. Questo l’insegnamento del femminismo, dice Orbach, che scopre allora, guidata da Carol Munter, che la sua paura di essere magra è ben radicata. Perché? Perché l’essere magra la renderebbe “un oggetto sessuale” e “gli uomini mi prenderebbero di mira”. Dopo tante sedute durante le quali si è sentita in colpa per essersi occupata solo del proprio corpo e delle diete e non del problema della fame nel Terzo mondo, Susie, facendosi forte, come spiega, “dello slogan che il personale è politico”, finalmente affronta il problema con le altre. E miracolosamente comincia a dimagrire senza fare diete.

Da lì la decisione di diventare, insieme con Carol, terapiste e di aiutare altre donne nei successivi 5 anni. Il libro – una sorta di manuale ben scritto, dove le storie reali si mescolano a riflessioni originali e spesso profonde – è il resoconto di quella esperienza che ha cambiato la vita di Orbach e coinvolto centinaia di donne americane tra i 17 e i 65 anni, di ogni ceto sociale, esclusivamente bianche (oggi questa sorta di apartheid, che peraltro l’A. segnala, non sarebbe possibile).

Molto forte il capitolo dedicato alla paura/desiderio (inconscio) di essere grassa malgrado la vergogna che comporta e l’ossessione devastante diretta quotidianamente al cibo di chi ha problemi di alimentazione compulsiva. Occorre, scrive Orbach, che ciascuna donna indaghi sul perché vuole essere grassa e se l’aumento di peso le serve veramente allo scopo che voleva raggiungere. C’è chi usa il grasso per difendersi dalla sessualità, chi per non competere con le altre donne, mentre per altre è una occupazione potente dello spazio, un gesto di forza. Oppure un modo per ricevere giusta considerazione del proprio lavoro senza sospettare che sia l’aspetto fisico gradevole a influenzare i pareri positivi. Al contrario c’è chi si nasconde grasso per paura del successo…

Le contraddizioni sono comuni anche nel capitolo dedicato alla paura dell’esser magre. Una condizione che può renderci prede sessuali appetibili e farci sentire donne forti oppure, al contrario, allontanare gli altri da noi perché la magrezza è sintomo di freddezza, controllo dei propri impulsi, incapacità di darsi, di sfamare gli altri, come il ruolo di madre/nutrice impone.

A proposito dell’obbligo femminile al nutrimento si allineano pagine intense che arrivano naturalmente al rapporto madre figlia. Qui Orbach prende a piene mani i dati e i pensieri delle pagine che Elena Gianini Belotti dedica, nel suo epocale Dalla parte delle bambine (1973), al modo diverso in cui le madri allattano maschi e femmine, riservando ai primi molto più tempo nella poppata e maggiore dedizione. Non è riassumibile né il pensiero di Orbach né quello di Gianini Belotti che meriterebbe, a sua volta, una rilettura odierna. Conta però evidenziare che l’americana parte dalle magre e dalle grasse per dire che entrambe hanno un rifiuto o comunque una ambivalenza verso la sessualità che rimanda alla trasmissione di madre in figlia della propria corporeità nella società patriarcale. E che sul problema del peso molte donne (tutte?) deviano le angosce sentimentali, lavorative, sessuali e altre ancora. Il corpo è dunque il totem che raccoglie su di sé i sensi di inadeguatezza che attanagliano le femmine della specie.

Molte storie si susseguono, tratteggiate in breve, nelle pagine del libro. Per nulla superate, neppure schematiche né ideologiche. Un prezioso manuale che tuttora ci può guidare quando vediamo la nostra immagine riflessa nello specchio e comincia la litania: sono troppo grassa, devo mettermi a dieta…

Sentenziava la segaligna Wallis Simpson, per cui il re d’Inghilterra abdicò, che una donna non è mai troppo ricca, non è mai troppo magra.  Vada per la ricchezza, ma della magrezza vogliamo riparlarne.

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