Riletture femministe/3 Scambio con Alessandra Bocchetti

140Cara Alessandra,

ho riletto, e non ti nascondo l’emozione, il testo che raccoglie i tuoi scritti  degli anni ottanta Cosa vuole una donna , dove la tua vita, la tua storia s’intreccia con quella del femminismo.

Anni, scrivi, di cui non si può che parlare bene perché di produzione teorico politica straordinari. Hanno segnato infatti l’anno di nascita della politica della differenza, anticipata da Carla Lonzi, ma il cui testo inaugurale, ci ricordi, sono Le tre ghinee di Virginia  Woolf del ‘37. Una politica che ci ha permesso di fare “il grande salto” e che in uno scritto del ’93 L’amore della Politica così abilmente sintetizzi: “cercavo un posto nel mondo e lo cercavo a gomitate, quando ho capito che il mondo era il mio posto …” . E usando il plurale, aggiungi: “ci siamo accorte che il mondo parlava a noi e che noi non dovevamo affermare un bel niente, che c’era altro da fare che dare gomitate”.

Per esempio la ricerca di nuove forme di governo e di scambio.

Più avanti infatti scriverai: “nella reazione e nella contrapposizione è impossibile inventare forme nuove di politica,  serve la riconciliazione con la realtà”. Era insomma la fine del femminismo antagonista. D’ora in poi “c’era solo da camminare calcolando continuamente la lunghezza del passo, misurato sul desiderio di ciascuna, il suo ritmo, la distanza dagli ostacoli per evitare gli impedimenti”. Immagine bellissima, da Quarto Stato, suggerisci. Solo che ora, sulla tela, ad essere rappresentate sono tutte donne. E non si sa dove siano dirette.

Certamente non dal padrone.

Ci mettemmo in marcia, dunque, noi del pensiero della differenza, convinte di tenere il mondo già tra le nostre braccia.

Ma torniamo al libro.

Il testo di apertura, dell’ ’81, parla del programma del Centro Culturale Virginia Woolf Università delle donne.  “Un luogo vero che non è nel vero” che ha la presunzione (in risposta anche alle notizie di morte del femminismo già allora gridate dai giornali) di “riattraversare la cultura data per produrre nuove interpretazioni a partire dall’esperienza femminile”. Il tema scelto è “l’ambiguo materno” sull’esperienza della maternità come perdita di sé. Passaggio necessario per la riappropriazione del sapere della differenza a partire dal corpo, dalla passione che definisci “sentimento indecente per eccellenza”.  Fare nascere e mettere al mondo, scrivi, sono due lavori diversi in quanto si può nascere senza essere e quello che ci aspetta da fare è  tutto  sul simbolico.

Successivo terreno di ricerca sarà indagare sul silenzio femminile come forma di resistenza; sullo scarto (“il rovescio del ricamo” lo chiami) e sull’immaginario che essi generano. E indagando sullo scarto formuli la domanda che Freud, al pari di un enigma, si era posto alla fine della sua ricerca: “Che cosa vuole una donna”.

Ma, diversamente da Freud:  “non per trovare una risposta ma una formulazione diversa alla domanda”.

Nell’89, dopo il fallimento della Carta delle Donne, prendendo un doloroso distacco dalla sinistra e dalle donne del PCI che “hanno fatto molto ma non l’essenziale” negli  scritti torni spesso sul concetto che la libertà femminile piuttosto che chiedere giustizia deve “fare giustamente”.

Insisti nel dire che il femminismo non ha ideali, né utopie trattandosi di una pratica egoista. “Se voglio cambiare la mia vita devo cambiare quella delle altre donne”, scrivi, e per farlo le donne devono indebitarsi tra loro.

Pratica dell’affidamento  e pratica della disparità sono le modalità individuate.

E poi c’è la questione del potere, che tu chiami  “voglia di vincere”.

In un dialogo serrato con Luisa Muraro (1986-87) parli di reticenza femminile nei confronti del potere. Alcune la chiamano estraneità,  altre censura, non amore,  altre ancora moderatezza. Di fatto le donne non si sentono legittimate al potere.  In uno scritto del 1990, specifichi: “La forza che intendiamo è bisogno di significazione. Il potere è solo uno strumento a servizio della significazione. Nient’altro ci interessa”.

Come fare entrare in gioco nella pratica l’estraneità o “come costruire luoghi dove è possibile articolare il dentro/fuori dell’esistenza femminile” furono le domande tuttora rimaste aperte.

Nel 1993, in piena Tangentopoli, di fronte al crollo dei Partiti e delle forme della rappresentanza, alzi il tiro della sfida e lanci l’appello “chi vuole governare con noi”.

Ma  nel 1994 rallenti il ritmo del passo.

Partendo proprio dalla constatazione del protagonismo femminile in tutti i campi, compresa la politica, cominci  ad interrogarti sulla “difficoltà a socializzare il pensiero della differenza sessuale” che stenta a produrre azione, a imporre un senso diverso. Parli di punti di debolezza.

Scrivi  che dopo aver contestato la politica per le donne, agita dai partiti e dai sindacati, che assume la donna a oggetto da tutelare, l’abbiamo sostituita con una politica che avendo per soggetto le donne  rischia di farle restare prigioniere di se stesse.

Chiudi la raccolta con un testo Come posso fare del mio meglio. Citando Porthos – il moschettiere che muore nella galleria dove lui stesso ha acceso la miccia perché mentre corre  gli viene in mente un pensiero “come si fa a correre?” che lo blocca –  ti chiedi se non sia proprio la politica delle donne  a produrre esitazione.

Per Porthos fu fatale non essersi affidato al suo corpo, alle sue gambe che già sapevano correre, cercando la mediazione della mediazione.

E per le donne?

In risposta alla domanda lanciasti la proposta del “perfetto silenzio sull’essere donna” auspicando  “una politica di donne senza la politica delle donne”.

Nello scritto ti chiedevi cosa sarà il Duemila.

Di fronte a quanto ci sta capitando, cara Alessandra, ritieni quella proposta tuttora valida?

Ti abbraccio

Gisella

 

Roma 12 Giugno 2014

Cara Gisella,

la tua proposta mi ha spinto a riprendere il mio libro e a rileggerlo qua e là. Sono passati 20 anni da quando uscì, era il 1995.

Cosa pensavo allora e cosa penso oggi. Ti dico cosa non è cambiato per me. Non è cambiata l’idea che la nostra lotta, il nostro da fare, riguardi soprattutto il piano simbolico di rappresentazione. Ma diciamolo in una maniera più semplice: il nostro da fare è cambiare il senso comune della cultura a cui apparteniamo. Facile a dirlo così, ma è cosa difficilissima da fare. Questa è la nostra rivoluzione tutt’ora in atto, ieri attraverso la presenza forte e creativa di un movimento, oggi con la capacità di irrigazione di mille rivoli attivi in ogni ambito della società.

Che alla donna spetti un altro posto da quello che la società patriarcale le assegnava sta ormai nel cuore e nella testa di tutte le donne, nessuna esclusa.  Le donne hanno ormai letteralmente spezzato la significazione patriarcale del mondo, sia che ne siano coscienti sia che non lo siano. Gli impedimenti, le violenze che oggi le donne si trovano a subire, vedi i femminicidi, vedi anche certa pubblicità offensiva, certe trasmissioni televisive, sono colpi di coda di un sistema che ha perso il suo principio costitutivo, sono una sorta di  tentativi di controriforma spesso violenti, più spesso ambigui.

Non mi stancherò mai di affermare che se una donna oggi può trovarsi a dire a un uomo “ Tu sarai padre se lo voglio io e quando lo voglio io” perché questo sta ormai nell’ordine delle cose, il patriarcato, che è insieme una forma di ordine e di assegnazione di senso, è stato fatto a pezzi. Proprio in conseguenza di questo, bisogna assolutamente tenere presente una cosa molto importante, che la fase che stiamo attraversando non è una fase pacifica, anche se spesso lo potrebbe sembrare. Le donne, che sono state sempre a fianco degli uomini, hanno cambiato posizione. Per la prima volta nella storia gli uomini e le donne si trovano faccia a faccia, si guardano nella loro differenza. Il compito politico di oggi è di fare di questo nuovo posizionamento un “insieme” e non una guerra. Fare un “insieme” di senso diverso, che governi scelte e forme della società in cui si vive. Solo così potremo avere una società più equilibrata e più giusta. Questa è una scommessa, la mia scommessa.

Ho sempre creduto e lavorato alla partecipazione delle donne alla cosa pubblica, alle scelte politiche della società in cui vivono, anche contro il senso di un femminismo profondamente antiistituzionale, che pensava che per salvaguardare  il senso libero dell’essere donna, bisognava stare alla larga il più possibile dalle istituzioni, da quelle politiche soprattutto.

L’antistituzionalità del movimento femminista è stata una necessità. Le donne dovevano trovare se stesse e per questo dovevano allontanarsi nella testa, nel cuore e nel corpo da tutti quei sensi che fino a allora le avevano abitate. Per questo lavoro è stata necessaria una sorta di sospensione di tutto, in molti casi anche degli affetti. Il movimento femminista è stata una profonda e testarda ricerca di sé da parte delle donne. In questa sospensione e allontanamento, di cui il separatismo era insieme  metafora e sostanza, le donne hanno trovato senso e si sono messe al mondo. Ma una volta fatto questo, personalmente ho sempre pensato che la partecipazione delle donne  alla politica istituzionale fosse necessaria, che non dovevamo chiuderci in un mondo a parte, ma fare del mondo un mondo comune.

Devo confessare una mia ingenuità. Veramente pensavo, e il mio libro ne fa testimonianza, che l’energia creativa del femminismo, che il mondo del due o non più dell’uno, potesse travasarsi nella politica istituzionale, e che questo fosse quasi una legge fisica, una legge naturale. Le femministe, le donne nuove, dovevano governare, ma non contavo sull’ostruzionismo dei partiti politici. In special modo quelli della sinistra.

Una vera femminista, in effetti, è ingovernabile, non risponde alle logiche date perché è sovvertitrice potenziale dei modi e forme della politica data, risponde solo di sé e della propria coscienza. I partiti politici, per contro, hanno la necessità di difendere se stessi. Questa necessità ha soppiantato, ahimè, il loro scopo originario, quello della ricerca del bene comune, della ricerca dei modi di stare insieme, fare società nell’equilibrio e nella giustizia. I partiti politici sono chiusi nella difesa di sé e non vogliono certo femministe tra i piedi. Io, negli anni ’80 invece pensavo ingenuamente che questo fosse possibile, che la ricchezza e la forza del femminismo potesse varcare quella soglia. Ma ogni volta che questo accadeva – perché accadeva ogni tanto –  ogni volta che una “donna libera” entrava in Parlamento o in altri luoghi istituzionali immediatamente la sua parola diventava debole o inesistente. Le donne entravano e come entravano sparivano. Non si produceva quella scintilla che mi aspettavo, quella nuova luce, quella benefica esplosione.

La politica istituzionale, al di là di tutti i discorsi tartufeschi che venivano fatti, si è difesa strenuamente dal femminismo come dalla peste, a destra come a sinistra. Si è difesa con l’offerta della sua potente mediazione e con la forza dei previlegi che poteva offrire. Il femminismo non ha, ne qui in Italia ha mai cercato, vie dirette per il Parlamento e i luoghi decisionali. I partiti politici sono a tutt’oggi le uniche vie di accesso, fa eccezione il Movimento 5 stelle che però si trova stretto nella contraddizione tra la libera partecipazione  dei cittadini al governo della cosa pubblica e l’ipercontrollo non formalizzato di una leadership esterna che ne guida le scelte.

I partiti hanno le loro regole di obbedienza, le loro logiche, regolate più dall’idea del potere che dall’idea della felicità pubblica.  I previlegi che i partiti politici offrono sono denaro e  status sociale. Questo ha fatto sì che la partecipazione al governo dei beni comuni abbia perso il senso alto del “servizio”, dell’”essere al servizio” per prendere quello del previlegio, essere previlegiati, slittamento che può dare esisti disastrosi, vero più che mai oggi, tempo di pochi veri servitori dello Stato e di amarezze estreme.

Chi è stato eletto in Parlamento una volta  normalmente ci vuole tornare, conosco poche eccezioni in proposito. Questo provoca la necessità dell’ubbidienza alle logiche date e alle scelte comandate. Dico tutto questo per spiegarmi la mancanza non di donne ma di voci di donne.

Non è tutto così, ma è soprattutto così.

Detto questo, penso che abbiamo fatto dei grandi passi avanti, Non sono d’accordo con la lettura pessimistica che fino a poco tempo fa avevo modo di ascoltare in ambienti diversi. “ Il movimento femminista ha fallito” ho sentito spesso dire, non lo penso affatto. La rivoluzione delle donne è molto lenta, bisogna saperla leggere. Penso che nessuno possa smentire che la presenza delle donne in tutti gli ambiti sta perdendo quel senso di “aggiuntivo”, di eccezionalità che aveva trent’anni fa. Per esempio, oggi un governo senza donne sarebbe impresentabile, anche se non c’è una legge che lo dica. Con questo voglio dire che sta cambiando proprio lo zoccolo duro di ogni società: il senso comune.

Certo, per restare nell’ambito del Governo, le nostre attuali ministre non possiamo dire che siano femministe, un segno per tutti, quel loro tenerci molto ad essere chiamate “Ministro”. Tengono molto a questo maschile, che evidentemente ai loro occhi ha ancora il potere di nobilitarle. È un chiaro segno che non si rendono conto che certo sono lì per la mediazione del Presidente del Consiglio e per la loro professionalità, ma sono lì soprattutto per la forza delle donne, quella forza che sta imponendo l’idea che una società di uomini e di donne non può più essere governata da soli uomini.

Personalmente ho pazienza. La presenza sempre più numerosa in tutti gli ambiti della nostra società darà sempre più senso, forza e coraggio alle donne, tanto che scomparirà a poco a poco la tentazione di omologarsi agli uomini, ai loro modi, tempi e temi. Per questo credo molto alla battaglia del 50 e 50, che, attenzione, non è una quota, ma un nuovo modo di pensare la società, una società governata da uomini e da donne e equilibrata dalla loro differenza, differenza di storia, di esperienza e di cultura.

Un abbraccio

Alessandra

Alessandra Bocchetti, Cosa vuole una donna Storia politica teoria Scritti 1981/1995, La Tartaruga edizioni 1995

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