La solitudine di Ipazia

Dopo il grande  interesse che si è risvegliato intorno alla figura di Ipazia in seguito al film Agorà di Amenabar (2009), è tornato in circolazione un testo del 1993 da anni esaurito, la  tesi di laurea di Gemma Beretta Ipazia d’Alessandra. Il lavoro si fonda sulle fonti dell’epoca, poi rielaborate all’interno del pensiero filosofico e politico della differenza sessuale. L’idea fondamentale è che Ipazia si trovò al centro di un conflitto di autorità che era quello tra il mondo pagano e quello cristiano, ormai irriducibili ad una visione del mondo condivisa, ma anche di un conflitto tra autorità femminile e maschile, che si risolse con la tragica cancellazione della libertà di parola di donna su cui il potere politico ed ecclesiastico trovarono da lì in poi una alleanza ferrea che ha effetti ancora oggi.

Ipazia insegnava ad usare l’intelletto e a procedere nel viaggio conoscitivo con il rigore della geometria e dell’aritmetica, senza bisogno della mediazione ecclesiastica. Beretta perciò arriva a configurarla come la Grande Dea – “il principio femminile del mondo” – che viene sacrificata, la cui esistenza smentisce la struttura ideologica che i Padri della Chiesa hanno costruito per legittimare il loro potere. Anche se la filosofa compare spesso come martire eroica, basti pensare al teatro e al romanzo dell’Otto e del Novecento, non credo sia giusta la critica di Silvia Ronchey secondo la quale una tale trasfigurazione storiografica specie in Beretta  finisce per confermare la fissità dei ruoli in un’ottica maschile. Attraverso Ipazia, che rappresenta un ostacolo  al modello per la costituzione della Chiesa cattolica, a Gemma Beretta preme poter approfondire il ruolo delle donne nella storia del cristianesimo, ma su questa ricerca così appassionata non mi addentro perché per me è meno coinvolgente.

Quello che mi interessa in particolare è il sottolineare Ipazia come protagonista di un movimento di rinascita politica e culturale (IV-V sec. d.C.) con la messa a fuoco sulla presa di parola di donna nei luoghi  pubblici , dove emergono, ieri come oggi sia pure in forme diverse, i rapporti di potere che si celano dietro la costruzione e la gestione dello spazio. Lo vediamo ancora oggi quanto lo spazio pubblico sia normato e difficile per le donne, doppiamente escluse sia come fruitrici della città sia come ideatrici di progetti urbani-architettonici differenti (Bassanini).

Luogo privilegiato del pubblico, la città è stata a lungo il regno del maschile come racconta anche la narrativa, prima che le donne trovassero una loro rappresentazione spaziale, ad eccezione del romanzo fantascientifico dove sono libere di girare per le strade di città fatte spesso a loro immagine. La città di carta della letteratura mostra sempre di più l’intrigo profondo tra corpi abitanti, intrecci di vita e luoghi costruiti in uno spazio mutevole. La strada del resto è la chiave della democrazia (Solnit)  e non è un caso che lo spazio e il suo controllo siano sempre più un mezzo in cui si gioca la democrazia degli anni a venire. Così per millenni e ovunque la libertà di movimento (femminile) è stata sottoposta a divieti e restrizioni,

Ipazia usciva di frequente dalla sua casa per recarsi al Museo, un luogo pubblico dove teneva lezioni, senza “vergogna di stare in mezzo agli uomini” come recitano gli antichi testi. Non solo dunque accede allo spazio pubblico, proprio del maschile, ma vi prende parola.  Astronoma, matematica, filosofa neoplatonica, era l’erede della Scuola alessandrina, la più importante comunità scientifica che ha gettato le fondamenta del sapere scientifico universale:  nei suoi settecento anni la Scuola aveva raggiunto vette talmente elevate che, se studiosi/e come Ipazia fossero stati lasciati liberi di esprimersi, avremmo potuto forse conseguire le conquiste moderne con secoli di anticipo: così per  Russo  la nascita della scienza moderna va retrodatata di duemila anni. Certo è che con l’assassinio di Ipazia si chiude il fervore culturale della scuola di Alessandria.

In tale contesto la questione della libertà di pensiero femminile, e di azione, in rapporto all’autorità politica e religiosa, è il nodo che mi sembra  rilevante, in forme diverse, ieri come oggi in cui si vuole appiattire ogni dissenso e  omologare/scardinare  specificità e differenze  culturali. Pensare è per il potere – religioso e laico – un’attività sovversiva, perché può produrre cambiamento, perciò la solitudine di Ipazia è la solitudine del pensiero critico  in un mondo dove dominano arroganti detentori di verità assolute e ci parla dell’oggi.

Gemma Beretta, Ipazia d’Alessandra, Editori Riuniti università press, 2014, pp. 319, euro 22,00

Gisella Bassanini, Per amore della città, Franco Angeli Milano 2008, 160 pagine, 20,50 euro

Gemma Beretta,  “Attualità di Ipazia”, via Dogana giugno 2013

Rebecca Solnit, Storia del camminare, Bruno Mondadori Milano 2002

Silvia Ronchey, Ipazia. La vera storia, Rizzoli Milano 2010.

Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli, Milano 1997.

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