L'Africa non è un monoblocco di dolore

C-e-bisogno-di-nuovi-nomi_oggetto_editoriale_620x465Prima ancora di essere un romanzo, è un grido. Il grido dell’Africa, tutta intera. Non le donne, non i giovani. Ma l’Africa tradita da se stessa, che ha cominciato a capire che la storia dello sfruttamento coloniale e colonialista non spiega tutto. Che c’è qualcosa che non va nei sistemi corrotti e violenti che i vari Stati africani hanno coltivato in questi anni. Quello di NoViolet Bulawayo, giovane e dotatissima scrittrice, nata e cresciuta in Zimbabwe, e, poi, dai diciotto anni nel Michigan, è il grido dell’Africa e al tempo stesso la fiera affermazione che l’Africa non è un monoblocco di dolore, che ogni Stato e ogni regione hanno una storia a sé, che solo la lontananza e una certa condiscendenza ci portano a considerare l’intero continente come una sola ferita.

Geniale già nel titolo, We need new Names, il romanzo contiene tante storie e tanti stili uno dentro l’altro. Così il racconto di Darling, la protagonista, da bambina di bidonville, è un libro a sé. Darling a dire il vero ha pensieri un po’ troppo grandi per la sua età, che alterna, con la sua banda di compagni, a esplosioni di vitalità e perfino di aggressività che fanno quasi paura. Sono bambini-non bambini (una di loro è incinta, violentata dal nonno) questi nuovi cittadini che scorrazzano tra la polvere e lo squallore delle baracche (ma prima che la dittatura li costringesse lì hanno abitate in case vere), che fanno incursioni nei quartieri dei ricchi, che assistono alle violenze contro i pochi bianchi rimasti in Zimbabwe, che vedono spegnersi le speranze di giustizia e rinnovamento degli adulti, stremati dal lavoro e dall’Aids, che giocano a cacciare Bin Laden e prendono in giro, avidi, i camion di giocattoli delle Ong.

Ed è una bambina-non bambina la Darling che, finalmente sbarcata in America, terra del sogno per eccellenza, scopre quello che hanno scoperto tutti gli emigranti: le strade non sono lastricate d’oro, non tutti possono diventare dottori o avvocati, l’emigrazione è una condizione di sospensione tra il non-essere-più-africani e il non-diventare-mai-americani, in barba alle abitudini alimentari o di vita che si prendono fin troppo presto.

L’America, se così si può dire, regala altre baracche, regala un senso di estraneità, di impossibilità a essere “normali”. Indietro non si può più tornare, nemmeno per andare al funerale dei genitori (gli emigranti sono quasi tutti clandestini, nonostante gli anni di lavoro). Indietro non si vuole tornare (perché non si vuole più avere fame e paura, per esempio). E indietro si vorrebbe tornare ogni giorno: ai sapori, ai suoni, alle voci, agli abbracci. A quello, che in realtà, non c’è più, perché anche i compagni, nel frattempo sono cresciuti, se ne sono andati, hanno sostituito i vecchi affetti con i nuovi.

Romanzo straziante, spesso sincopato, discontinuo, feroce, antiretorico, disilluso, bellissimo. NoViolet Bulawayo è una scrittrice vera. Chissà se, passata la rabbia che la brucia, saprà raccontare anche altri aspetti di questa terribile e ricchissima condizione di donna che vive tra due mondi.

NoViolet Bulawayo, C’è bisogno di nuovi nomi, Bompiani, 18,00 euro, pagg. 265

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