Donne intrecciate nella Storia

«Più volte dalla morte della zia ho pensato alla storia della signorina zitella e alle sue quattro finte figliuole. E così a poco a poco quelle bambole mi sono cresciute dentro, e ho immaginato altre storie. Storie di donne, e non di bambole. Consolandomi per la tristezza annidatasi nel mio cuore e tenendo viva accanto a me la zia Lavina, ho cercato di ricomporre il passato per riordinare il presente». Descrive così, Sandra Cammelli lo stimolo che l’ha spinta alla scrittura de Quattro bambole, breve romanzo composto da racconti tra loro intrecciati. «Il viaggio, simbolico e reale accomuna la quattro donne che sto per raccontare. Sono tutte nate nel Novecento: due di loro quasi agli inizi, le altre due quasi alla fine. Ognuna porta con sé la propria storia. Il compito che mi sono posta è di unire le loro vite a quelle di altre donne, e le loro memorie individuali a quella collettiva, di cui esse sono una parte».

Ada «era nata nel 1911 e le avevano messo quel nome, ma l’avrebbero potuta chiamare Rosa Ottavia Giuseppina», crebbe in una famiglia di socialisti non interventisti a cui toccò comunque regalare «alla terra del Piave tre giovani vite». Ada fa l’operaia e si sente libera. «Libera, come può esserlo una donna negli anni Trenta del Novecento. È al lavoro che prende coscienza politica, non le piacciono le compagne fasciste che fanno la spia al caporale quando le chiama e le vuole tutte allineate ad ascoltare la voce del duce che la radio trasmette; lei è brava con la macchina da cucire, la fa danzare…». Ada conosce i dolori della guerra voluta dal fascismo, la fame e la fatica di crescere due figli nel dopoguerra, e poi ancora il passare gravoso degli anni, la condizione di vedova, la depressione, la vecchiaia. «Ada ha viaggiato con i libri e ha conosciuto paesi e persone che le hanno raccontato le loro storie, è entrata nei loro mondi e nei loro cuori, consapevole che la letteratura conduce dove le condizioni materiali e la stanchezza del corpo non sempre possono portare».

Nel racconto di Ada viene introdotta la seconda protagonista: «Tina è colta, è un’insegnante di liceo e adora Ada, la considera la sorella maggiore che non ha avuto. Stanno bene insieme e si confidano i pensieri». Tina, adolescente negli anni Trenta, legge i libri proibiti come quelli di Sibilla Aleramo e conosce sui banchi di scuola i primi dolori, come quando l’amica Irina «è dovuto partire in fretta, e non l’ha potuta salutare». Una delicata descrizione dell’autrice della ferocia delle leggi razziali e della sofferta ricaduta sulle vite delle persone.

Qualche anno dopo Tina «entra nella Resistenza come staffetta e con la sua bicicletta, confortata dal coraggio dei personaggi di Omero -l’eroe Achille e l’astuto Ulisse- in mezzo alle pagine dell’Iliade e dell’Odissea nasconde e trasporta messaggi».

Nel dopoguerra Tina vive da emancipata insieme al compagno, con cui si è sposata solo civilmente creando scandalo. «In Tina e in tante di altre come lei, che avevano contribuito a liberare l’Italia dal fascismo, si aprì un conflitto interiore. Essere emancipata non sempre le portò la serenità, le servì, però per capire e vivere quella stagione meravigliosa che fu il ’68.[…] Fu con la più grande rivoluzione del Novecento, il femminismo, che prese piena consapevolezza». Tina grazie all’autocoscienza, al separatismo, alla scoperta della sessualità, aderì maggiormente a se stessa, ai suoi reali desideri. Ciò comportò conflitto con l’amato marito, dirigente comunista. «Non è stato facile per le donne della generazione di Tina affrontare lo scontro con il proprio compagno, si trovarono spesso dilaniate fra amore e libertà. Ci furono uomini capaci di mettersi in discussione soprattutto grazie alle loro compagne, che si presero ancora una volta cura di loro e li accompagnarono nella complessità del vivere. E soffrendo, anche per questo. E’ stata un’occasione perduta da parte di quella generazione, il non aver saputo cogliere l’arricchimento che avrebbe portato alla relazione di coppia e alla società tutta, quell’esplosione di cambiamento».

Troviamo Sandra Cammelli, non solo nelle riflessioni con cui accompagna le storie delle protagoniste e del contesto che vivono, ma anche nell’attraversamento lieve che fa da una vita all’altra tramite la figura dell’unica donna senza nome: è lei la figlia di Ada, mamma di Sara, vicina di casa di Yohandra, amica di Tina che lavora fieramente come metalmeccanica e partecipa alle lotte operaie e femministe degli anni ’70?

Sandra ci regala intensi ritratti di donne, pennellati attraverso le piccole cose della vita di ogni giorno e contestualizzati con attenta critica politica. Storie intrecciate di donne che hanno fatto la Storia e di cui è importante costruire memorie. «Lo dobbiamo alle tante Tina Teresa Agnese Rossana Rita -che hanno lottato per una società più giusta, e continuano la battaglia politica insieme a noi che manteniamo viva la loro memoria- se oggi noi donne siamo arricchite da saperi sempre più ampi, e consideriamo il mondo come un unico paese».

Il noi collettivo che Sandra Cammelli usa, si riferisce anche all’associazione che la vede attiva protagonista e a cui il libro è dedicato: «alle amiche del Giardino dei ciliegi con le quali condivido un progetto politico-culturale di resistenza». Due di queste compagne curano l’introduzione al romanzo -Silvia Porto racconta l’immagine di copertina- e la postfazione -Clotilde Barbarulli compila un’emozionante recensione affettiva valorizzando con sapienza la rete tra relazioni, politica e letteratura tessuta da Sandra.

Il Giardino dei ciliegi, che anima da decenni la vita culturale e politica di Firenze, ha organizzato insieme alla Società italiana delle letterate, dal 6 all’8 dicembre, un importante momento di confronto e scambio sui femminismi dagli anni ’70 ad oggi. Al centro del convegno la volontà di «attingere all’archivio di memorie e sentimenti di generazioni diverse coinvolgendo collettivi, reti e gruppi di giovani donne, e blog che innovano linguaggio e forme della politica, per capire meglio come il pensiero di donne e le pratiche politiche di impronta femminista reagiscono oggi alle situazioni difficili e complesse create dai flussi migratori, dalle seconde generazioni, dalle trasformazioni del lavoro, dalla perdita di diritti, e il loro intreccio con affetto, sessualità, convivenza, stile di vita».

Questi temi legati al contesto odierno sono trattati da Sandra Cammelli attraverso Sara e Yohandra, le cui storie sono «lasciate aperte», come augurio affinché possano trovare «anche se con fatica, un percorso di saperi che restituisca consapevolezza e diritti. Perché questo è quanto oggi è stato loro rubato dal potere liberista che governa il mondo».

Yohandra, cubana, è giunta in Italia seguendo un uomo di cui era incinta. Col tempo però l’amore svanisce, e la condizione da straniera aggrava la sua quotidianità. «Giorni mesi anni, di solitudine, d’incomprensioni. Yohandra poi è chiamata Iolanda perché quasi tutte le persone storpiano il suo nome» e ciò contribuisce a farla sentire sospesa ed esclusa dai due mondi che abita, percepiti come l’Altrove. «Potrebbe chiamarsi Mercedes Tatjana Suad, o Nadia che ogni giorno pulisce le scale, ogni tipo di scala, pietra, marmo e granito e fa il suo lavoro con amore». La speranza di una vita migliore che l’ha spinta a migrare, si scontra con le difficoltà quotidiane, aggravate nel suo caso, dal razzismo che «serpeggia nella scuola della figlia».

Coetanea di Yohandra è Sara che «pare appartenga a un altro mondo, così diverso dal suo, sta meglio in compagnia della madre». Sara, nipote di Ada, raffigura nel romanzo la generazione delle trentenni, altamente scolarizzate -lei ha una laurea in giurisprudenza- e smisuratamente precarie. «È Sara il suo nome, ma avrebbe potuto chiamarsi Alice Marika Chiara Valentina, tutti nomi di donne giovani e accomunate da uno stesso drammatico destino: il lavoro che non c’è». E, quando c’è, è limitato, a chiamata, non pagato, sfruttato, non valorizzato, flessibile, in nero, senza diritti. «A Sara non importa molto della cancellazione dell’articolo diciotto: non avrebbe mai potuto usufruire di quella norma, perchè un lavoro vero non l’ha mai trovato. La sua amica si arrabbia e comincia a raccontarle delle lotte operaie fatte per conquistare quei diritti che adesso senza tener conto del parere di nessuno e nemmeno di quello delle rappresentanze sindacali -che già tanto hanno concesso agli accordi aziendali e nazionali- si vuol cancellare». Sara vive fluttuanti equilibri, tra il desiderio di fare l’avvocata e la quotidiana incombenza dei conti da far tornare, tra la voglia di mobilitazioni collettive e la demoralizzazione solitaria. «Ha poche prospettive Sara, e nessuna ne ha Yohandra che continuamente cerca lavoro e anche se lo trova poi lo perde perché utilizzata solo come forza di braccia e poco altro le è offerto». L’autrice suggerisce la via d’uscita a queste passioni tristi individuali: «il pianto, la rabbia, il rancore lo devo unire a quello di tante altre donne, e trasformarlo in lotta politica contro il sistema che opprime il mondo».

Sandra Cammelli descrive situazioni drammatiche e difficili, ma lascia uno spazio di speranza, di positività fatta dalle gioie quotidiane, di lotta individuale nella tensione costante di renderla condivisa. Alimentano questo percorso le parole di scrittrici e scrittori che hanno reso felice la vita dell’autrice ed accompagnano le pagine del libro.

Un romanzo da leggere, fatto di racconti di vita: dietro ogni singola storia c’è l’eco del necessario e trasformante senso collettivo.

*

Sandra Cammelli, Quattro bambole, Ali&no editrice, Perugia, 2014, 80 pagine, 12 euro

Recensione di Christiana de Caldas Brito

PASSAPAROLA: Facebooktwittergoogle_pluspinterestFacebooktwittergoogle_pluspinterest GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.
La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.

Ultimi post di SIL - SOCIETÀ DELLE LETTERATE (vedi tutti)

Categorie