Frontiere dell'amicizia

La città – raccontava Ubah Cristina Ali Farah [1] nel precedente indimenticabile romanzo Madre piccola – senza la sua mappa emotiva e senza legami, si svuota di significato. In questo nuovo libro la scrittura, intessuta di spazio, offre fin dall’inizio al giovane somalo Yabar, venuto da piccolo a Roma con la madre nel 1990, nonostante le sue incertezze e tensioni esistenziali, una cartografia relazionale, segnata da amicizie e ricordi: è un processo di crescita, di soggettivazione, come capirà alla fine, intrecciato alle città, dai pochi anni a Mogadiscio alla breve esperienza a Londra e soprattutto alla vita trascorsa lungo il Tevere e nei quartieri romani.

L’autrice mette al centro le seconde generazioni – etichetta che abbraccia un fenomeno complesso – attraverso Yabar che è romano pur vedendo nel Tevere i coccodrilli delle favole africane raccontate in famiglia. Come ha spiegato in una recente intervista l’autrice, nel giovane sono presenti tracce culturali sia della cultura italiana sia di quella orale somala, il tutto mescolato nell’esperienza di vita in una grande città. Oltre a Yabar, popolano le pagine la madre e Rosa, l’amica considerata zia con la figlia dalla pelle chiara, i ragazzi di piazzale Flaminio, mentre le varie storie scorrono sullo sfondo della Storia del popolo somalo, sconvolto dalla guerra clanica: bisogna imparare a governare il “male necessario”, secondo la leggenda narrata di continuo dalla zia Rosa, e fare come i saggi che, trovata l’acqua per dissetare il villaggio, devono controllare i coccodrilli che la popolano. “Il comandante del fiume sa distinguere il bene dal male…Non tradisce la fiducia del popolo, non abbandona la sua famiglia, non uccide gli innocenti”.Una storia, dice Yabar, “non si può cogliere al primo sguardo, bisogna armarsi di pazienza e mettersi in ascolto”.

Rosa, bibliotecaria impegnata, ricorda quando, orfana di madre, il padre fascista la porta via dalla Somalia recidendo ogni legame; Zahra, la madre di Yabar, non vuole amuleti e ricordi nella sua casa a Roma senza il marito andato a combattere a Mogadiscio e scomparso. Yabar a Londra, dove è stato mandato presso i parenti materni in seguito alla bocciatura scolastica, saprà – ma lo ha sempre intuito – che il fratello minore della madre, appartenente a un clan diverso, è stato ucciso proprio dal padre – di cui conserva un collage composto di fototessere incomplete –  o comunque con la sua connivenza. Fugge da quel microcosmo di somali circoscritti fra casa, circoli di clan per uomini e moschea, tornando a Roma, dove, ancora turbato dalle notizie sul padre, si ubriaca, ha un incidente e finisce all’ospedale, ma lì, ripercorrendo la sua vita, capisce che è a Roma che vuole stare con la sua famiglia allargata. Yabar percepisce che la realtà di una persona non può essere compresa soltanto guardando al colore della pelle, come spesso gli succede, perché le storie sono più complesse del colore della pelle: “Ognuno di noi ha qualcosa di diverso dentro, gli occhi da soli non bastano, si fermano all’apparenza, non vanno in profondità”.

Se per Bauman la città diffusa appare un “deserto sovraffollato” in cui tensione, paure, insicurezze e solitudine esprimono il “senso di vulnerabilità dell’era liquido-moderna” e si scaricano sulla diversità, tuttavia può anche rivelarsi il luogo felice della scoperta. Alla luce dei recenti fatti di cronaca delle periferie romane e del razzismo emerso, maschere di un modello di integrazione fallito (Revel) o mai iniziato, il libro offre una speranza diversa: nella tensione fra esclusione e mobilità odierna delle frontiere, quei luoghi così carichi di ingiustizia e violenza sono anche i luoghi dove culture diverse s’incontrano e si danno reciprocamente vita e respiro, dove persistono legami di amicizia e desiderio di nuove cittadinanze.

In Madre piccola alla fine le amiche Axad e Barni accetteranno l’identità multipla e cercheranno insieme un diverso – rispetto alle madri – equilibrio di vita, inevitabilmente precario fra tradizione e innovazione, fra passato e presente, fra cicatrici e speranze. Yabar ora sa cosa rispondere a chi gli chiede da dove viene, perché la sua famiglia è costituita dalle persone con cui è cresciuto, e la sua casa è a Roma, al di là della sua origine. Emerge così sempre di più che la soggettività è la costruzione di una complessa rete di relazioni, luogo di possibili riconfigurazioni, fra conflitti e negoziazione.

Anche in Madre piccola il finale apriva a speranze, ma qui è ha sfumature più didattiche forse nell’urgenza di parlare soprattutto ai giovani di seconda generazione e far capire l’importanza del luogo dove abitano e si formano: la rete G2 – ha sottolineato infatti Ubah Cristina Ali Farah – è nata sul presupposto di portare avanti la lotta per la cittadinanza, impegno fondamentale, ma i messaggi trasmessi dall’arte raggiungono profondità nascoste. Solo la letteratura aggiungo – in particolare questa letteratura fra lingue e culture – riesce a esplorare i significati poetici dello spazio urbano, che vibra di una straordinaria pulsione corporea, esprimendo l’anelito verso una città diversa da quella che il neoliberismo propone come approdo obbligatorio della Storia.

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Ubah Cristina Ali Farah, Il comandante del fiume, 66thand2nd, 2014, pp. 208, euro 16.00

Intervista a Cristina Ali Farah a cura di Guido Caldiron, Yabar, ragazzo alla ricerca di sé, il manifesto 22.11.2014

Cristina Ali Farah, Madre piccola, Frassinelli 2007

Zygmunt Bauman Fiducia e paura nella città, Mondadori 2005

Judith Revel, Qui a peur de la banlieu?, Bayard, Paris 2008

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[1] Figlia di padre somalo e madre italiana, nasce a Verona nel 1973. È vissuta a Mogadiscio dal 1976 al 1991, quando è stata costretta a fuggire a causa della guerra civile. Si è poi stabilita a Roma dove si è laureata in Lettere, ora abita a Bruxelles.

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