Firenze 1/Gli archivi e il presente

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pamela

Dal 6 all’8 dicembre è stato organizzato da Il Giardino dei ciliegi e dalla Società italiana delle letterate un importante convegno sui femminismi dagli anni ’70 ad oggi. Al centro del confronto la volontà di attingere all’archivio di memorie e sentimenti di generazioni diverse per capire meglio come “le pratiche politiche di impronta femminista reagiscono oggi alle situazioni difficili e complesse create dai flussi migratori, dalle seconde generazioni, dalle trasformazioni del lavoro, dalla perdita di diritti, e il loro intreccio con affetto, sessualità, convivenza.”

Il lungo testo che segue è un parziale tentativo di archiviazione affettiva del convegno che lo scorso mese ha visto più di un centinaio di presenze.

La tre giorni è stata aperta da Clotilde Barbarulli che, ripercorrendo la storia dell’associazione Il Giardino dei ciliegi e delle scuole estive dal 2001 ad oggi, ha sottolineato l’importanza di percorsi di opposizione e resistenza, la necessità che i femminismi rilancino la sfida all’aggressività del neoliberismo con la loro carica di eterodossia e dissonanza. Barbarulli ricorre ad una figurazione che le è cara: quella della Bagajaga, narrata nel libro di Dabravka Ugresic Babajaga ha fatto l’uovo, dove la baba -la strega della tradizione popolare- è una vecchia ragazza dissidente. C’è bisogno di un’internazionale delle babe, che vada a regolare i conti per ogni offesa subita, un internazionale di quelle che si sentono unite dalla rabbia di fronte all’esistente, “perché come diceva Audre Lorde se si usa la rabbia con intelligenza diventa una potente forma di energia a servizio del cambiamento”.

Anche Liana Borghi ripercorre il percorso compiuto, sottolineando l’importanza del farsi e disfarsi delle identità, nella loro formazione e trasformazione verso il riconoscimento di quello che Elisabeth Grosz ha definito “l’interdipendenza reciproca di forze materiali, bioculturali e simboliche nel produrre pratiche socio-politiche”. Borghi dalle sue archiviazioni femministe e queer esporta la necessità del ripensamento della soggettività femminista in “un’ecologia della crisi”, mutuando da Beatriz Preciado l’idea di un femminismo non umanista e non antropocentrico. Prima che sia la terra ad archiviare noi, ci incalza Liana, è opportuno domandarci se nel futuro rimarrà qualche archiviazione del nostro passato e presente femminista. Borghi coglie un suggerimento da Joan Anim Addo quando narra dell’affettività (o anaffettività) di schiave e schiavi nelle piantagioni, la cui sopravvivenza dipendeva molto dal silenzio e dalla loro capacità di nascondere i propri sentimenti. “Elementi questi di difficile archiviazione storica rispetto ai quali prevaleva l’interpretazione dei padroni, documentata e testimoniata secondo parametri affettivi ben diversi da quelli che invece possiamo usare ora, se lo vogliamo -continua Borghi- per decifrare e interpretare le narrative e le immagini degli schiavi. A un attento esame, secondo un modo diverso di fare storia, i loro comportamenti e le loro pratiche ci appaiono auto-teorizzanti, ci permettono cioè di evincere e contestualizzare i loro conflitti e le loro lotte in un sistema di dominio e di controllo assoluto dei corpi.” L’augurio di Liana è stato che anche il nostro convegno diventasse auto-teorizzante, un fertile auspicio visto l’ampio spazio dedicato al tema degli affetti messi costantemente a lavoro nel mondo precarizzato.

La sessione “Autobiografie im/politiche: memoria e riletture/rileggere il tempo” viene inaugurata da Sara Catania Fichera, femminista, architetta, imprevista storica del femminismo catanese, che si è soffermata su alcuni nodi della cittadinanza incompiuta per le donne, in un contesto dove “i diritti devono essere polimorfi e poliversi, plasmabili sui corpi tutti diversi, umani e non umani, i diritti devono essere come un vestito di maglia”. Riflettendo sulla sua esperienza con la legge 40, ha sottolineato la soffocante impostazione della normativa sulla procreazione assistita. Forme di cittadinanza incompiuta si trovano nella mancata visibilità dei temi legati a malattia, vecchiaia, morte che sono esperienze politiche fondanti dei nostri corpi. “Siam dividue divisibili, altro dall’individuo indivisibile, per questo rischiamo di vivere ancora da cittadini” neutri in un contesto maschilista disattento delle differenze che incarniamo. Il percorso da seguire è quello dell’invenzione delle nostre forme dissidenti al patriarcato, coltivando le diversità come un valore.

Anche Chiara Martucci ha affrontato i nodi problematici della cittadinanza impostata su un modello stabilito di corpo (bianco, maschio, eterosessuale) e dei meccanismi di inclusione/esclusione definiti da razza, classe, genere. Chiara ha condiviso contestualizzazioni diverse del suo corpo per mostrare come varia l’accessibilità ai diritti civili, riproduttivi, matrimoniali, ritenuti universali, a seconda dell’orientamento sessuale, della classe, della generazione. Martucci, dal suo posizionamento segnato dalla centralità del lavoro precario e femminilizzato, di fronte all’imparità di accesso alle risorse riconosce la necessità di percorsi di cittadinanza, di pratiche di intersezionalità, di azione e relazione come anticorpi preziosi per nutrire il desiderio di trasformazione.

Emma Baeri Parisi nel suo intervento “Sessualità e cittadinanza: come un lavoro a maglia” focalizza sull’eccesso del corpo femminile rispetto al diritto, di fronte a cui appare come un impensato. Ciò che eccede dal patto di cittadinanza, il nodo tra emancipazione e liberazione sono stati al centro del suo modo di fare storia, dando spazio alla soggettività della storica. Baeri Parisi ha paragonato il suo percorso al passaggio dal busto con le stecche al lavoro a maglia, ovvero dalle costrizioni all’agio, alla comodità.

Baeri ha insistito sulla necessità del “pensiero zitello”: ognuna coltiva la grande nubile, la zitella che è in noi come cura della propria singolarità e “singolitudine”.

Dall’esperienza della maternità, vissuta come parte della sessualità, esporta la pratica della “dividualità”: cultura della relazione e di valorizzazione della contaminazione. Dal governo delle relazioni, dalla dividualità si possono secondo lei trarre stimoli per evitare i difetti della cittadinanza.

Il lesbismo e il queer

La seconda sessione mattutina è dedicata alle “Intersexioni: movimenti imperfetti dal lesbismo al queer” titolo del contributo di Elena Biagini, introdotta dalle riflessioni di Olivia Fiorilli e Piera Zani.

Olivia pone al centro la riflessione tra lavoro e non lavoro, lo sconfinamento di vita ed affettività in ambiti un tempo solo produttivi. Il sistema neoliberista risucchia le soggettività, legando ai lavori la sfera emozionale. Secondo Fiorilli il sapere dei femminismi può dare utili indicazioni sulle vie d’uscita da tale sistema totalizzante. Gli attributi della femminilità sono stati infatti individuati come funzioni lavorative, gratuite ed oblative, diventate strutture portanti le economie capitaliste eterosessuali. Gli archivi dei femminismi ci offrono un imprescindibile sguardo sul mondo del lavoro e sui possibili cambiamenti da agire, creando reti e comunità affettive, femministe.

Piera Zani ha affrontato con un linguaggio simbolico ed ironico il tema della conflittualità dentro ai gruppi, vissuti come entità viventi. La riflessione si è concentrata sulla presenza dell’erotico nei gruppi lesbici come elemento sia positivo che di tensione, nella costruzione di un linguaggio comune. Ha usato la metafora del giardino per significare la comunità dove erbe, semi e piante portate dal vento fioriscono e, ogni anno, creano uno spazio sempre diverso.

Elena Biagini ha parlato del lesbismo come possibile antidoto al rischio dell’ideologismo nel femminismo. L’irruzione delle lesbiche nel movimento ha fatto rimettere in discussione la naturalità di sesso e genere, lesbiche e nere hanno mostrato come loro non fossero nella sorellanza e sottolineato i rischi del biologismo. Elemento comune all’essere femministe è la decostruzione dell’eterosessualità in quanto costruzione culturale sociale e politica.

Elena ha tracciato alcuni percorsi dell’importante lotta intersezionale di genere, classe, razza. “Non si sta con le persone migranti per solidarietà ma perché ci riguarda essendo noi per l’autodeterminazione e contro i percorsi di repressione che tracciano i confini di femminilità accettabili o meno. Non per caso le politiche migratorie permettono l’ingresso di donne per lavorare come badanti o per ricongiungimento familiare, ovvero l’ingresso di donne eterosessuali e dedite a ruoli di cura.” Biagini ha sottolineato come ciò riguarda tutte noi nella concretezza delle nostre strategie politiche.

Migrazioni e razzismo

Tali riflessioni si legano al tema della sessione pomeridiana dedicata a “Migrazioni. Narrative imperfette” iniziata con la lettura di un testo di Lisa Marchi sull’archiviazione del sentimento della pazienza, ripercorsa come possibile pratica di resistenza.

E’ seguito un mio contributo sul percorso zigzagante tra femminismi ed attivismo antirazzista, un’archiviazione affettivo-politica per frammenti: la manifestazione femminista di massa del 3 giugno 1995, il contatto con il “bagaglio invisibile” di donne straniere mediatrici culturali, l’importanza delle scuole estive per i femminismi contemporanei, la lotta dei migranti sulla gru, la rappresentazione delle stragi marine nelle culture pubbliche.

Joan Anim Addo ha proposto un’interessante riflessione sull’identità, la memoria affettiva, la scrittura, fruibile da tutt* grazie alla proiezione in simultanea della traduzione del testo curata da Giovanna Covi.

Joan ha narrato del suo essere un’immigrata caraibica in Inghilterra, un’accademica femminista segnata dall’esperienza di appartenere alla minoranza nera. “Diventare nera ha comportato subire anni di disprezzo in quanto immigrata e capire che ti tocca lavorare molto più dei bianchi per aprirti almeno una remota possibilità di farcela.” Anim Addo scoprì che trovare la sua voce e rompere il silenzio sarebbe stata la sua sfida e che nonostante il razzismo era privilegiata in quanto istruita e letterata: “io potevo scrivere, mia nonna no. Dovevo dunque scrivere, non solo per me ma per la mia comunità. Scrivere era una responsabilità. Senza tutte quelle che sono state messe sotto silenzio davanti a me, io non sarei qui”.

Joan Anim Addo ha riscritto il testo di Aphra Behn Oroonoko, edito nel 1688, dal punto di vista di Imoinda, principessa africana resa schiava. Imoinda o colei che perderà il suo nome uscito in Italia nel 2008 prenda la forma di un libretto di opera, segnando così anche la riappropriazione di uno spazio borghese e bianco come la lirica. Joan ha sottolineato la politicizzazione di Imoinda quale “progetto artistico che dà forma alla “sottile linea nera” della resistenza che segna la sovra-determinazione dell’identità nera è il conseguente persistere di tentativi che ne determinano, formano, limitano il potenziale umano, per questo è stato giusto appropriarsi del nome e delle convenzioni dell’opera occidentale mettendo al centro la storia di una schiava”.

La scrittura di Anim Addo è un atto politico. “Imoinda e le donne nel testo parlano e pensano quali soggetti in diretta contraddizione con quanto generalmente si pensa delle donne schiave. La loro riflessione è una parte importante del nostro essere umani.”

Barbara Bonomi Romagnoli ha inaugurato la seconda giornata dedicata a “Corpi in politica: femminismi del nuovo millennio” parlando dei gruppi più recenti, caratterizzati da impertinenza ed irriverenza. Ha affrontato i punti dolenti, gli attriti tra femminismi partendo dal tema suscitante accesa conflittualità: quello relativo a sessualità, postporno, prostituzione scelta. Rimane difficoltoso anche il rapporto tra le native e le migranti, ancora poco presenti nei confronti collettivi. Bonomi Romagnoli osserva che molte esperienze femministe rischiano l’autoreferenzialità, la mancata comunicazione sprecando così un patrimonio di ricchezza di pratiche e saperi che dovrebbe essere bene comune. Insoluto e sospeso anche il conflitto sul potere ed il passaggio concreto del testimone forse per una difficoltà di riconoscimento tra differenti gruppi.

Barbara ha dato valore ai punti forti dei femminismi come l’aver ripensato la politica con ironia, con frivolezza tattica, come divertimento. Ha sollecitato sull’importanza del risignificare le parole, sull’utilizzo di un linguaggio non sessista, sulla necessità di ribaltare la totalizzazione della precarietà inventando percorsi politici a progetto, convergendo su obiettivi comuni per renderli concreti. Da brava apicoltrice ci ha parlato del sapere delle api, cui si richiama anche Preciado: le api ci insegnano che si esiste solo nella collettività, un’ape da sola non vive più di due giorni. Le api comunicano danzando, ricorda Barbara, auspicando così una rivoluzione danzante e con rispetto.

I gruppi di lavoro

Dopo questa stimolante riflessione ci siamo divis* in due gruppi di lavoro.

Il gruppo “Relazioni e assetti politici nelle forme di intimità” è stato coordinato da Alessia Acquistapace ed Elisa Coco. Le partecipanti hanno discusso “dell’intreccio fra lavoro, non lavoro, sessualità e affetti che chiamano in causa l’intimità e l’economia politica”, ragionando sulla costruzione di un’affettività capace di sottrarsi ed opporsi alle odierne complesse forme di sfruttamento, magari attraverso forme creative di sciopero (sciopero delle donne, sciopero sociale, sciopero dai/dei generi), il rifiuto del lavoro gratuito, la creazione di un reddito di autodeterminazione, il riconoscimento di forme affettive altre dalla famiglia e dalla coppia, etero e lesbica.

Il gruppo “Condivisioni: lavoro, cittadinanza, spazi, tempi” coordinato da Sabrina Marchetti e Antonella Petricone dopo un iniziale gioco a due sul doppio significato della parola “condivisione” (come unione di “con” e “divisione”) si è suddiviso in quattro gruppi sulle parole chiave di modo da lavorare sulle relazioni fra donne “segnate sia da elementi di unione, solidarietà, partecipazione, che da momenti di separazione, conflitto, distanza, gerarchia, competizione”. Il gruppo ha cercato poi di scrivere una sorta di manifesto dell’archivio dei sentimenti, incontrando difficoltà nella condivisione di parole comuni in cui tutte potessero riconoscersi.

A metà pomeriggio i gruppi si sono scambiati ed hanno lavorato sulle riflessioni condotte dalle altre per poi ricongiungersi nella plenaria finale nell’intento di una elaborazione collettiva. A lungo si è parlato di precarietà invasiva e diffusa, del confine sottile tra lavoro, e non lavoro, di forme di militanza politica che si sostituiscono al welfare pubblico, e si è cercato di ragionare insieme sulle strategie di sottrazione e di rivendicazione di nuovi diritti necessari nel contesto di erosione sociale e smantellamento delle garanzie sociali.

In questa giornata sono emersi i conflitti e gli attriti tra pratiche femministe e posizionamenti differenti per esperienze, accessibilità ai diritti, gestione di forme di potere.

Alcune femministe che hanno vissuto gli anni ’70 hanno mostrato reticenza verso le modalità di gestione dei gruppi, segnale a mio parere di una difficoltà a riconoscere pratiche differenti da quelle solitamente esperite. E’ difficile trovare percorribili lotte comuni riconoscendo come parziale il proprio posizionamento, ripartendo da sé stando in relazione ad altre femministe che incarnano anche un tradimento rispetto ai femminismi degli anni ’70. In un contesto dove la precarietà è stata creata volutamente per indebolire le battaglie comuni, occorre fare un passo indietro rispetto alla posizione propria o del proprio gruppo, per cercarne di fare due avanti insieme. A mio parere non è più possibile sentire che alcune si sentono fortunate (o in qualche modo in colpa) perché percepiscono la pensione o hanno un contratto a tempo indeterminato, quasi fosse un merito personale e non il frutto di battaglie politiche precedenti. Bisogna riconoscere la materialità di ognun*, l’appartenenza a classi sociali diverse, la differente disponibilità di denaro, la non omogenea accessibilità a potere ed opportunità. Solo così si possono davvero costruire alleanze su obiettivi comuni per battaglie femministe, (ma non solo), condivise.

La rete e le riviste

La terza giornata è stata dedicata agli “archivi imperfetti dal passato ad oggi”.

Paola Di Cori ha proposto una riflessione su memoria e trasmissione del patrimonio dei femminismi, ragionando sulla necessità di archivi imperfetti, frammentati, in continua evoluzione di contro al desiderio di interezza ed alla ricerca di un’origine caratteristiche dell’archiviazione. E’ importante ragionare sulle zone d’ombra, sul troppo pieno dei femminismi che ha creato assenze, da indagare come tracce per archiviare esperienze dissonanti ed asincrone.

Vincenza Perilli ha parlato dei femminismi in rete e delle modifiche apportate dalle tecnologie nella trasmissione della memoria, delle “modalità di fruizione/circolazione di saperi, teorie e pratiche femministe.” Bisogna sviluppare una consapevolezza rispetto all’accessibilità a questi strumenti, “marcata da potenti dissimmetrie lungo gli assi di classe, reddito, genere, “razza”. Si è sottolineata la fragilità e friabilità dell’archiviazione digitale.

Gli interventi sono stati poi dedicati a diverse riviste femministe attive dagli anni ’70 ad oggi. Federica Paoli ha compilato una ricerca sulla rivista Differenze che le ha “ha permesso di trovare una chiave per capire come leggere e cercare di raccontare qualcosa del femminismo degli anni Settanta senza tradirlo e senza tradirmi”. Differenze raccoglie le voci, tante, diverse e anche in disaccordo, dei collettivi femministi romani di quegli anni (1976-1982) che hanno curato ciascuno un diverso numero della rivista. “La pratica politica e la pratica della scrittura entrano in cortocircuito, generando quel movimento di saperi, esperienze e relazioni che sono la cifra più profonda del femminismo”.

Anna Picciolini ha raccontato la sua esperienza ne Il Paese delle donne. “Il Foglio, chiamato anche foglio rosa, dal colore della carta su cui viene stampato, è in quegli anni forse l’unica fra le pubblicazioni femministe che ha una periodicità settimanale”. Oggi è rimasta l’edizione on line. Anna ha messo in luce alcuni aspetti della testata quali il modo politico di fare informazione, i rapporti fra generazioni nel gruppo redazionale, la relazione con lo sviluppo dei femminismi degli anni ‘90.

Anna Maria Crispino ha narrato le ventennali vicende di Leggendaria: da inserto di Noidonne a rivista indipendente ed autonoma finanziariamente. Crispino ha sottolineato l’importanza di una rivista che stimoli nella creazione di mappe utili ad orientarsi nella complessità quotidiana; interrogarsi costantemente sul proprio posizionamento e sulla propria pratica politica è fondamentale. Risulta vitale dare spazio alle relazioni tra donne, incluse le zone d’ombra, le parti oscure che convivono con quelle luminose, perché se non si nominano i conflitti si rischia l’inefficacia. Per fare trasmissione è importante dare spazio alle narrazioni che hanno un intrinseca politicità e mostrano scarti e spostamenti di senso.

Anna Scattigno ha parlato nel suo contributo delle riviste Memoria e Genesis, ragionando di storia e memoria relative ai femminismi dagli anni ’70. L’importanza della trasmissione e degli archivi come creazione di un patrimonio fruibile si lega all’indicibilità di certe esperienze vissute da donne che coprono la complessa posizione del fare storia di un evento di cui sono state testimoni e protagoniste.

Nel dibattito finale si è ribadita la necessità di nominare le conflittualità presenti; l’importanza di fare memoria degli anni passati e di narrare i movimenti odierni, raccogliendo materiali anche attraverso le nuove tecnologie; l’interrogazione costante sul senso politico di creare archivi femministi.

Per elaborare ed attuare politiche femministe trasformative resta centrale il partire da sé, dalla propria condizione materiale, dal proprio corpo posizionato nel mondo, per agire efficaci conflitti contro la voracità del neoliberismo, in una direzione che veda intersecarsi diverse lotte di modo da autodeterminare il più possibile le proprie vite.

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Materiali del convegno

http://www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it/nuovosito/attivita/Incontri-seminari/Incontri/anno%202014-2015/Archivio%20Sentimenti/Letture.htm

Gruppo facebook Archivi dei sentimenti e culture femministe https://www.facebook.com/groups/662942613824375/

Pagina facebook Intercultura di genere https://www.facebook.com/pages/Intercultura-di-genere/288921937839380

Recensione Clotilde Barbarulli di Babajaga ha fatto l’uovo http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Maggio-2011/pagina.php?cosa=1105lm22.04.html

Testi di Preciado citati

http://www.internazionale.it/opinione/beatriz-preciado/2014/10/01/manifesto-animalista

http://www.internazionale.it/opinione/beatriz-preciado/2014/11/18/il-coraggio-di-essere-se

Joan Anim Addo e Giovanna Covi su Imoinda http://www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it/nuovosito/attivita/Incontri-seminari/Incontri/anno%202014-2015/Archivio%20Sentimenti/Joan%20Amin-Addo.htm

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.

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