Firenze 2/ Generazioni di femministe crescono

clotildeNel 2006 Silvia Ballestra notava – partecipando alle assemblee milanesi di Usciamo dal silenzio – lo spaesamento delle giovani di fronte a discorsi troppo legati al femminismo storico insieme allo stupore nel riferirsi ancora a Carla Lonzi; e di recente l’edizione inglese di Elle – da anni la moda usa il femminismo per il mercato – ha lan­ciato una cam­pa­gna in forma di domanda: la parola fem­mi­ni­smo ha biso­gno di un rebran­ding (ter­mine se non altro infe­lice che sta per «cam­bia­mento di mar­chio» rife­rito a un con­cetto poli­tico culturale!)?

Il Convegno di dicembre al Giardino dei Ciliegi ha dimostrato come invece il femminismo nelle sue diverse espressioni ed esigenze sia vivo più che mai in questi tempi di diseguaglianze ed esclusioni sociali. La voglia di femminismo è emersa in un intreccio fra generazioni: le femministe degli anni ’70, le quarantenni, e le più giovani. Certo, non tutte le femministe ‘storiche’ sono pronte ad accettare i nuovi gruppi, ed alcune hanno come una riluttanza a mettersi in gioco specie nei workshop (ma non arriverei a parlare di “sacralizzazione delle papesse del femminismo”, come enfatizzava Ballestra).

D’altra parte nelle più giovane, stressate dalla precarizzazione è emersa come un’eccessiva valutazione, quasi una idealizzazione, della sicurezza (ma anche riconoscimento sociale) che può dare la coppia, quasi che ritornasse il sogno d’amore sia pure in legami aperti ai diversi orientamenti sessuali……In quella che è stata chiamata “l’economia politica della promessa (Bascetta) – nel senso del lavoro a costo zero da cui il mercato trae profitto, facendo balenare speranze e importanza della visibilità- il fantasma familistico, nonostante sia stato messo a nudo nella sua ambiguità, sembra così tornare in forme nuove.

Al Giardino e con Liana in particolare abbiamo sempre lavorato nell’intreccio con donne più giovani, perché solo da questo nutrimento reciproco può emergere la possibilità di un cambiamento dell’esistente. Mi piace riportare le parole di Barbara Romagnoli, attestate di recente in un blog: “A Firenze in questi giorni ho imparato a non accentuare il conflitto generazionale, perché è vero che i nuovi femminismi sono abitati anche dalle donne delle generazioni precedenti … ma questo non significa pacificare o tacitare un conflitto fra un “noi” e “voi” che ritorna ogni qualvolta si annulla la pluralità delle differenze e viene meno la pratica del rispetto e riconoscimento reciproco. Essere femministe significa prima di tutto voler cambiare, insieme, un mondo che non ci piace, da decenni. Molto è stato fatto dalle donne arrivate prima di me, nata nel 1974, e molto altro lo stanno facendo le mie coetanee e quelle più giovani. Solo che non si sa, lo si racconta poco o male, e soprattutto c’è molta resistenza da parte di molte delle donne che hanno fatto le lotte degli anni Settanta a voler riconoscere autorevolezza, posizionamento politico e spazi di visibilità a chi è venuta dopo di loro”.

La nostra storia di donne, e, come dice Liana Borghi, la multipla differenza di lesbiche e di queer, dovrebbe averci allertato al rischio di omologazione che serpeggia anche tra di noi. L’Amore resta comunque una grande performance codificata che da secoli ci costruisce, produttiva di un immaginario che cementa la struttura sociale, complice del capitalismo nel dare l’illusione di un rifugio in tempi bui. Nel desiderio che – nella precarizzazione – dilaga di amori duraturi e stabilizzanti quanto si è disposte ad addomesticarsi per una forma di cittadinanza nella norma?

Sarà sufficiente la tensione multidesiderante – emersa nei gruppi di lavori – a scardinare gli ordinamenti liberali? Indubbiamente l’erosione del diritto del lavoro e del welfare ha travolto le categorie tradizionali incrinando certezze di vita e garanzia di reddito, ma le giovani donne femministe non danno lustro ad una baracca che sta crollando, come invece è stato detto: sono “irriverenti e libere, sono corpi politici scomodi”. Se in questo tsunami, possono emergere forme inedite di legami e di scelte riproduttive, tuttavia la normalizzazione è sempre in agguato e il mercato cerca di riassorbire il tutto. Certo è che le nuove configurazioni delle relazioni e degli affetti, che si delineano nell’oggi, tendono a politicizzarsi per tradursi in nuovi e più giusti rapporti sociali.

Sono molte le giovani donne infatti che, in varie forme, elaborano proposte politiche, prefigurano pratiche di cambiamento, ripensano il rapporto fra i sessi ma anche l’economia, il lavoro e le regole della convivenza. Per questo è stato importante tornare a parlare di femminismo nella sua complessità, in quanto insieme plurale di teoria/pratica politica di tanti femminismi che si succedono nel tempo e tuttora coesistono in ambiti diversi; e tornare a riflettere sul tema con uno sguardo che dagli anni Settanta con la prima giornata arrivasse all’ondata dei gruppi odierni nell’intreccio tra femminismi e movimenti Lgbtqi.

Il convegno ha inteso dunque attingere all’archivio di memorie e sentimenti di generazioni diverse coinvolgendo collettivi, reti e gruppi di giovani donne, e blog che innovano linguaggio e forme della politica, per capire meglio come il pensiero di donne e le pratiche politiche di impronta femminista reagiscono all’oggi, ed io penso che ne sia emerso un quadro variegato e significativo nell’incontro anche conflittuale ma vitale di quei giorni. E mi ha rafforzato nella convinzione che – di fronte alla potenza, alla violenza ed alla intelligenza del progetto liberista – l’unica speranza di cambiare è di lavorare insieme con chi non è allineat*, è apert* a differenti pratiche femministe, con chi è davvero contro il capitalismo con le sue ingiustizie e disuguaglianze, quindi è di sinistra (questo è un nodo sottotraccia, un conflitto non esplicitato anche con alcune femministe storiche a mio parere), immaginando un intreccio fattivo tra generazioni, in una specie di vertigine fra lontananza e vicinanza.

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