I minimi di Anna Maria Ortese

Elma3È un gran bel nome “i minimi” per tutta quella gente che sta di casa nella narrativa della Ortese e che finora costringeva a nominazioni multiple, designazioni impossibili e suffissi inevitabili (folletti, iguanucce, monacielli, fanciulle-uccelletto, caprettina o chimera, spiriti della natura, bestie-angelo, esseri metamorfici, creature del limite ecc.), sempre sul confine fra ciò che è umano, o in esso aspira a collocarsi, e ciò che non lo è ancora e forse non lo sarà mai. È l’umano infatti – ammesso che ancora ci intendiamo su questo – a essere dalla Ortese posto senz’altro in discussione: indagato nella sua fragilità, compatito nella sua inettitudine, e risultante così scadente che tutto lo declassa. E sono i suoi bordi, lungo i quali per le sue infinite traversie tende a farsi altro da quello che è, a suscitare le figure della sua stessa alterità, che contornano la sua penosa silhouette così come il visibile – il quale, a ben vedere, viene alla luce sempre e solo a condizione di testimoniare del fondo oscuro da cui sorge – è recintato di invisibile.

Posto che questa faccenda dell’umano e dei suoi confini, e dunque della folla di “minimi” che lo circonda concettualmente e di fatto sia, come credo, l’aspetto più complesso ed enigmatico dell’opera della Ortese, e forse addirittura il segreto della sua magnificenza, è stata una mossa geniale quella di Giovanna Giuliani di mettersi risolutamente dalla parte dei minimi, calandosi nelle loro becere forme e facendosi carico della loro lingua imparlabile per scrutare l’umano a partire di lì. Nessuno peraltro, prima di lei, aveva osato penetrare l’intimità delle stanze, degli armadi e dei bauli dove la relazione fra i minimi e gli umani concretamente si svolge, dispiegandosi in parole e gesti precisi ed esplicitandosi in tutta la sua inimmaginabile sostanza. Sapevamo, è vero, che qualcosa di importante era avvenuto, poniamo, fra il conte e la sua iguana, il fanciullo e il suo puma, la nonna-bambina e il suo monaciello e fra Elmina e il suo cardillo; e tuttavia non sapevamo che cosa fosse accaduto né riuscivamo in alcun modo a figurarcelo. Lo spettacolo di Giovanna Giuliani invece mette in scena proprio quel non visto, restituisce quel rimosso dei testi, e immagina e racconta e sviscera proprio quella inaudita intimità.

Qualche premessa. I minimi, quelli almeno che la Ortese più precisamente individua e rende immortali nelle loro assurde figure salite a titoli di romanzo, sono lì per testimoniare, nella loro diversità eccessiva, di tutti gli esclusi, i vilipesi, i reietti; che risultano di conseguenza, nella sfera sociale e affettiva, i derelitti, gli sventurati, i superflui; e che le spezzano il cuore perché sono vulnerabili, indifesi, inermi e, soprattutto, quasi sempre muti. I minimi, inoltre, hanno di regola un amico, un amato o un affetto umano, ed è a questo incrocio doloroso e fecondo del loro sentire che i fatti si svolgono e il pensiero lavora. I minimi, infine, sono contraddittori, fanno piccoli dispetti e hanno sogni di grandezza, sono comici e sono tragici, sono sontuosi e abietti, si struggono per un abbraccio e si sottraggono ai sentimenti, incarnano l’infinito e si perdono in un nonnulla; ma sono, in ogni caso, incantevoli, sulla scena del mondo fanno miglior figura e brillano di maggiori virtù degli umani e di questi intercettano quasi sempre il meglio, decidendo non di rado della loro nobilitazione.

Su queste premesse Giovanna Giuliani imposta il suo spettacolo nonché il suo ragionamento, e di tutte le coppie fra un umano e un minimo sceglie (e incrocia) l’Elmina del Cardillo e il protagonista del Monaciello. E sulla loro intimità, come si disse, ci spalanca il sipario, permettendoci di assistere in diretta al loro irredimibile conflitto e struggentissimo amore. Elmina, forse la più cara in assoluto fra le invenzioni della Ortese, riempie la scena con i suoi umori balzani. È donna ed è bambina, non si rassegna alla perdita della sua età più feconda e piena di meraviglia e con gli adulti non ha commerci. È viva ma non partecipa alle convenzioni del vivere, anzi le aborre, e sembra piuttosto caduta dentro alla vita catapultata da chissà dove. È, come nelle fiabe, la bella che custodisce un segreto, sola di fronte a un mondo deciso a carpirglielo e tutta relegata nella compagnia di una creatura miserevole alla quale vanno tutte le sue cure. È infine, col suo spirito sovversivo e il suo ideale altissimo di come il mondo dovrebbe essere e non è, lo strumento attraverso cui si compie, nel breve spazio del suo destino, l’universale regesto della misericordia e della crudeltà. Mentre il minimo, dal canto suo, la comprende e la contraddice, la mortifica e l’adora, e nella sua piccolezza commovente e ridicola compie per lei grandi gesti, offrendole in cambio della dedizione che riceve la vita come pegno e l’amore come premio. E i due, insieme, mostrano senza tante astrazioni che cosa sia nei fatti una relazione di amorosa alterità, una coniugazione accogliente fra diversi di rango, irriducibili l’uno all’altra, e che tuttavia si sanno partecipi dell’identica, stupefacente e terribile avventura dell’esistere.

Nel dialogo fra Elmina e il suo minimo sono dunque coinvolti principalmente due romanzi, il corposo Cardillo e il più breve Monaciello. Nondimeno queste due presenze bastano a convocare, o quantomeno a evocare, tutta la processione di creature imponderabili che sfila ininterrotta nell’opera della Ortese, e citazioni miratissime e ben riconoscibili da altri testi – segnatamente dall’Iguana e da Alonso, con echi di Mistero doloroso – risuonano sulla scena e la tengono compatta attorno al suo centro. Che è quello, come dicevo, costituito dall’esplorazione dell’intimità fra gli umani e i minimi. Ne sortisce, oso affermare, una stupenda pagina della Ortese che definire inedita sarebbe impreciso, stante che dalla Ortese non è mai stata scritta e si classifica piuttosto perfettamente fra quelle “aggiunte”, foriere di mutamento, che l’autrice di continuo si augurava, e in cui consisteva per lei l’unica letteratura possibile. “O esprimermi o tornare al niente” era infatti l’alternativa che fin dall’inizio le si poneva, mentre sprovveduta com’era tuttavia già sapeva che scrivere coincideva per lei con una “appropriazione”, peraltro “immensa”, dell’impensato, dell’inaudito, “dell’inespresso”. E che ai “morituri” altra via di salvezza e di magnitudine non si apre se non quella che li addentra nelle pieghe più oscure e insondabili del vivere. La sua invenzione dei minimi, creature dalle vite indifese e le menti sospese capaci di mettere alla prova l’umano e in discussione tutta la giustizia del mondo, credo andasse per lei proprio in questa direzione: verso la possibilità, cioè, di costringersi all’inesplorato, e di propiziarsi pertanto l’occasione di accedere all’ambìto inespresso. Oltre che verso il miraggio di una comunità di viventi in grado di trascendere la separazione delle lingue, dei ranghi, delle patrie e dei mondi, in uno strampalato francescanesimo mirato ad abbracciare l’elemento creaturale tutto intero.

Siamo grati/e a Giovanna Giuliani, alla sua Elmina e al suo minimo di avere mirato a questo e di avere fatto centro, mostrando in modo dirompente la potenza di questa autrice e, per il breve tempo dello spettacolo, illuminandone il mistero. Che torna beninteso a farsi inafferrabile quando le luci si spengono e il pubblico si allontana, coltivando il desiderio irresistibile di ricostruire una cultura generale dell’umano. Della quale i minimi, ora lo sappiamo, sarebbero i primi e più autorevoli garanti.

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Associazione Teatro di Buti, in collaborazione con Mercadante Teatro Stabile di Napoli:

I Minimi di Elmina. Ipotesi e pettegolezzi intorno alla trilogia fantastica di Anna Maria Ortese,

drammaturgia, regia, interpretazione di Giovanna Giuliani, musiche di Daniele Sepe, luci di Mario Amura, realizzazione scene e tecnica di Valeria Foti, elementi di scena di Mariagrazia Masini – Cyop and Kaf, foto di scena di Marco Ghidelli

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