Ingeborg Bachmann a Varsavia

Ingeborg Bachmann a Varsavia: i ricordi di Hans Marte, direttore dell’Istituto Austriaco di Cultura di Varsavia (maggio 1973):

Quando eravamo in attesa del volo da Roma all’aeroporto di Varsavia, ci aspettavamo chissà chi. E poi eccola, Ingeborg Bachmann in una mantellina rossa e coi capelli chiari. Lei era qui, ma la sua valigia no, quella proseguì il viaggio fino a Mosca. Interrogata dal vecchio ufficiale della dogana sul contenuto della valigia, elencava tutto con precisione, biancheria intima inclusa. Le sue parole suonavano arcane, come in una fiaba. E quando alla fine con la sua voce lenta e bassa disse: “E le pantofole d’oro”, l’ufficiale gettò la spugna. Si alzò dalla sedia e cominciò a baciarle la mano – la mia segretaria sostiene che l’abbia fatto per ben quindici volte – e le propose di farle da guida in Polonia. Ma quello fu compito mio.

Da Varsavia andammo a Torun, da lì a Poznan, poi a Breslavia, alla fine a Cracovia. Là misero delle candele e dei fiori sul tavolo al quale leggeva. Sembrava una Madonna in un roseto. Mentre leggeva, a volte inciampava sulle parole, aveva difficoltà con la pronuncia delle parole straniere. In quei momenti suscitava commozione. A Torun dovevo starle vicino perché aveva paura di attraversare la strada da sola. All’epoca qualcuno disse che Ingeborg Bachmann sembrava aver preso su se stessa la sofferenza di tutto il mondo. Per via del suo umore e dell’evidente malavoglia di parlare, anch’io parlavo di meno, alla fine tacemmo completamente durante il viaggio. Una volta sola le chiesi perché non scriveva più poesie, mi rispose quasi bruscamente: “Perché ormai so come si fa”.

In verità non volevo portarla ad Auschwitz e Brzezinka. Non volevo farlo per via del suo provato stato psichico ma anche perché mi rifiutavo di proporre un luogo di strazio come si fa con un qualsiasi luogo turistico. Subito dopo Cracovia arrivammo all’incrocio con l’insegna “Oświęcim”. Mi chiese di quale posto si trattava. Le spiegai che era Auschwitz, allora volle andarci subito. Nel campo era molto agitata. Camminava lentamente per le vie e non parlava. Mi chiese di non fotografarla. Io tuttavia le feci una foto, non per documentare la sua presenza ma perché i suoi capelli chiari costituivano l’unica isola di luce su quello sfondo di baracche grigie sotto il pesante cielo di piombo. Ancora oggi quando ci penso, sento dei rimorsi.

Dopo la sua partenza, nel materasso del letto dove dormiva presso l’Istituto Austriaco di Cultura abbiamo scoperto un buco con una cicca di sigaretta dentro. Evidentemente si era addormentata con una sigaretta accesa. Mi sono preoccupato molto e ce lo siamo ricordati con terrore quando, qualche mese dopo, abbiamo saputo di quello che era successo a Roma.”

[Traduzione dal tedesco in polacco: Joanna Prud, trad. dal polacco Zuzanna Krasnopolska]

[Pubblicato su “Tygodnik Powszechny” n. 50 (3414) del 14 dicembre 2014, p. 61.

Il testo annuncia un supplemento al “Tygodnik Powszechny” la cui uscita è prevista per aprile 2015, in occasione del cinquantesimo anniversario del Forum Austriaco della Cultura a Varsavia]

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