Cinema/ Seduzioni d'antan e femminismo di maniera

DVE-ZENSCINYSi è conclusa la settimana scorsa la 26esima edizione del Trieste Film Festival, con la proclamazione del vincitore: il potente lungometraggio Simindis Kundzulis/L’isola del grano del regista georgiano George Ovashvil.

Un aspetto saliente del Festival è stato lo sguardo femminile sulla complessità del mondo contemporaneo colto da registe, realizzato da produttrici, autrici, scenografe, esperte di fotografia, costumiste, attrici. Non è quindi un caso che il premio Alpe Adria Cinema per la sezione documentari sia andato alla polacca Hanna Polak per il film Somthing better to come/Qualcosa di meglio verrà e il premio TsFF Corti, dopo un’accesa competizione tra 19 cortometraggi, sia stato consegnato alla ucraina Christina Syvolap per il Not Today/Facciamolo la prossima volta. Ed infine, l’ambito premio della CEI – Iniziativa Centro Europea, l’ha ritirato Tiha Gudec, la giovane regista zagabrese per il suo Goli/Isola nuda.

Il film di apertura è stato il lungometraggio Dve Ženšciny/Two Women della regista russa Vera Glagoleva (con sceneggiature di Svetlana Grudovich e Ol’ga Pogodina e la collaborazione di un cospicuo cast tecnico femminile), un fuori concorso in anteprima internazionale. Si tratta di un’opera ambiziosa, applaudita, anche se una buona parte degli applausi sembrerebbe attribuibile alla cortesia, come si addice all’inaugurazione di un Festival tanto atteso. Raffinato, godibile, di ottima fotografia, Dve Ženšciny offre un’immersione nel bello evanescente (personaggi, ambiente, natura), ma anche trasmette quella sottile noia stagnante nei pori di un’immobilità dell’Ottocento russo, propria della classe dei ricchi proprietari terrieri che trascorrono le lunghe estati nelle favolose magioni popolate da figure femminili avvolte in abiti spumeggianti che passano il proprio tempo dedite alle citazioni in francese attorno alle tazzine di tè farcite dalle preoccupazioni dell’educazione della prole, o della scelta a quale partito concedere la propria figlia, seppur adottiva.

Come nel caso di Vera, figliastra di Natalya Petrova (Anna Astrachanceva, la vaga somiglianza con una giovane Virna Lisi ). Le due donne diventeranno ben presto complici e avversarie in una competizione tutta femminile, sofferta e colma di passione, di gelosie e di tradimenti scatenati dall’arrivo alla tenuta di un giovane precettore chiamato a impartire l’educazione al piccolo figlioletto di Natalya e Arkadij Islaev. Le chance di ottenere la vittoria nella competizione amorosa si riveleranno impari già in partenza e questa volta la fresca giovinezza di Vera (Anna Levanova), non avrà la meglio. Grazie al sostegno sofferto dell’eternamente e perdutamente innamorato Michael Rakitin (Ralph Fiennes che per l’occasione recita in russo!), fedele amico di famiglia e del padrone di casa, lo smarrimento d’amore di Natalya per il giovane istruttore Beljajev (Nikita Volkov) romperà gli schemi morali imposti dall’aristocrazia russa e il film subirà (finalmente) un’accelerazione di ritmo e di addensamento narrativo. Ma rimarrà saturo di situazioni ‘previste’ e ‘attese’, come le scene delle passeggiate nel bosco sotto la pioggia torrenziale o nelle vaste campagne russe dove l’ondeggiante grano sotto un cielo spettacolare inneggia alla joie de vivre e alla bellezza dei visi e dei corpi dei personaggi. Anche quando appaiono in scena i bimbi e le fanciulle del contado, tutti rigorosamente biondi e in vesti bianche, pure i cavalli saranno biondi… Per poi immergere lo spettatore in una miriade di tonalità di verde in mezzo alla quale si troverà un padiglione estivo, l’immancabile scenario dove l’inquadratura sui cocci rotti delle orchidee farà intuire che il fatto focoso è stato compiuto. Assieme alla soddisfazione delle palpitazioni del cuore e alla vittoria in amore, irrompe così in scena il tradimento, la cifra riconoscibile e riconducibile alla decadenza morale e sociale che minerà l’equilibrio dei personaggi in gioco e l’architettura matrimoniale degli Islaev. Salvata in extremis quest’ultima dal fidato e onnipresente Rakitin, armato di eterno accenno al sorriso e sguardo languido che suscita compassione e maschera male le penne d’amore, personaggio malinconico e devoto all’irraggiungibile amata e, allo stesso tempo, corretto verso l’amico a cui risponde con sincerità, evitando di portarlo per mano nel regno della dolorosa verità.

Ed è qui la risposta della Glagoleva, l’unica valida alle domande che una parte del pubblico si stava ponendo: perché cimentarsi oggi con un lavoro di Turgenev che ha così poco da spartire con il nostro tempo frenetico, punteggiato da profonde disparità sociali e incomprensioni relazionali, impegnato nella cancellazione di vecchie e la costruzione di nuove frontiere nello spazio contemporaneo globale?

Sarà la solidità etica e la spiritualità di cui è impregnata la figura di Rakitin la chiara risposta a simili quesiti. Rivolgendosi al pubblico in sala, la regista sosterrà:

“Viviamo in un mondo privo di principi morali, dove abbiamo numerose fonti che possono darci consigli: riviste patinate, social network, TV. Sono tutti disposti a darci sempre nuove ricette su come comportarci in qualsiasi occasione, sostituendo così valori importanti come l’onestà, la coscienza e l’onore che andrebbero ricordati.”

Nobilissimi intenti, grande impegno artistico. Il guaio è che noi come specie umana non abbiamo saputo trarre lezioni dalla storia molto più recente, per cui è poco credibile che questo film in costume tratto da una pièce teatrale ottocentesca, possa farci riflettere sulla nostra condotta nel secolo XXI.

Un altro film dedito all’universo donne, questa volta simboliche protagoniste della contemporaneità, è stato Obce Ciało (Corpo estraneo / Foreign Body) del veterano del cinema polacco, Krzysztof Zanussi, stimato ed acclamato ospite del Festival.

Prima della proiezione Zanussi ha tenuto un’affollata masterclass dove ha esposto i punti saldi del suo interesse artistico rivolto negli ultimi anni al tema della rapida trasformazione della società polacca. Il suo sguardo critico travalica i confini nazionali e si estende a una vasta area dei paesi ex socialisti, spesso apostrofati in transizione.

Da noi, nell’Europa centrale, il benessere della vita materiale è arrivato con un certo ritardo, come uno shock. Ci siamo arricchiti in un periodo breve, com’è avvenuto in Italia negli anni ’50, e questo ha creato confusione tra le persone che hanno approfittato di questo arricchimento senza rendersi conto che il prezzo da pagare era perdere la propria libertà.”

Saranno proprio le donne la cartina di tornasole di questo cambiamento. Zanussi avverte:

“Molte hanno creduto che la parità fosse essere come gli uomini, e anche peggiori. Ma questa è una visione deviata del femminismo”. Il concetto lo ha ripetuto anche in sala prima della visione del film, augurandosi che tra il pubblico non ci fosse qualche accanita femminista che avrebbe gradito poco il modo in cui è costruito il soggetto femminile nella sua opera. Una strana introduzione. Ma motivata, perché Corpo estraneo rimane estraneo al femminismo, a meno che non si voglia vederlo come un film antifemminista e parlare del modo stereotipato con cui una parte di uomini (e donne) interpreta il femminismo.

Lo sfondo dell’azione è duplice, come tutto è doppio e speculare nella narrazione di Zanussi. Da una parte le multinazionali che invadono la società polacca – e non solo quella -, un ambiente aggressivo, disumanizzato e disumanizzante in cui si muove la spietata Kris (Agnieszka Grochowska). Dall’altra, un monastero e la profonda spiritualità cristiana dell’altra protagonista, Kasia (Agata Buzek), figura ascetica che opta per l’amore di Dio e la conversione. Tra le due un uomo, Angelo (straordinario Riccardo Leonelli), italiano, di profonde radici cristiane, portatore di valori di devozione, fede e amore per Kasia. Lo spazio narrativo si estende tra l’Italia mediterranea, una Varsavia sovrastata da grattacieli che si stagliano sull’orizzonte grigio e la Russia dello spietato business e di oscure galere. Questi spostamenti geografici introducono una piacevole pluralità linguistica, infatti, il film è stato girato in italiano, polacco, inglese e russo.

Le due principali figure femminili sono posizionate al loro opposto estremo. Kris non solo si muove in uno spazio freddo e cinico delle multinazionali, pure le sue gestualità sono estreme. Sembra che tagli il vuoto con l’acetta, ferisce e umilia quando impartisce gli ordini, la sfrenata aggressività – caratteristica dominante del personaggio -, si protrae nel privato contro la madre adottiva alla quale procurerà la morte soltanto perché l’anziana donna, protagonista di una storia poco chiara della seconda guerra mondiale (l’allusione di Zanussi a un passato polacco mai passato e fosco è un accenno marginale, ma significativo), potrebbe danneggiare la sua immagine di manager, di donna in carriera. Sarà Kris a prendere di mira Angelo entrato nella multinazionale per stare vicino a Kasia di cui è perdutamente innamorato, cercherà di ridicolizzare i valori di cui egli è portatore e di trasformandolo nell’oggetto del desiderio. Che non escluderà i diversi gradi di vessazione e di aggressione sessuale. Angelo resisterà dimostrando la solidità morale dell’ uomo, credente, mentre la donna manager incorporerà in sé il peggio di quanto poteva considerarsi proprio del maschilismo. Ed è qui l’apice del messaggio: la pericolosità della conquista dell’autonomia da parte della donna e l’inseguimento della carriera a tutti costi per conquistare il vertice della governance che inverte i ruoli di genere. Quello che è assente nello sguardo preoccupato di Zanussi è il percorso, la traiettoria storica e formativa delle donne che conquistano i posti di comando negli ambiti fino a ieri di esclusivo dominio maschile, come per es. banche e finanze pubbliche, Borse, Consigli di amministrazione, corporazioni energetiche, informatiche, media ecc.

Kris e la sua assistente Mira non lavorano mai, non si capisce di quali eccellenze siano portatrici per essere al vertice del potere, nel loro quotidiano scorrono party, puntate da psicanalista, incontri lussuosi ed interessati che non escludono la prostituzione di alto rango se necessarie per ottenere informazioni dalla corporazione avversa. Neppure mancano momenti di DVE-ZENSCINYrelax con allusioni ai giochi lesbici o il sesso sado-maso su ordinazione. La loro arrampicata ai vertici del potere sta nei tacchi a spillo, nella scintillante eleganza e bellezza del corpo e nella spietata sete del dominio. Il regista dirà:

“Il mio film non vuole essere misogino, bensì denunciare una certa ideologia estremista del femminismo, che spinge le donne a rincorre i peggiori vizi maschili”.

In un altro passaggio dell’intervista rilasciata in occasione del Festival, il regista, sostenendo le pari opportunità che annullano le differenze culturali tra uomini e donne, si preoccuperà delle “differenze biologiche che non vanno dimenticate e della perduta femminilità della donna moderna”.

Trattando i concetti di libertà, autonomia, carrierismo, spiritualità, fede, coerenza, Zanussi gioca con strumenti essenziali con cui indagare la sua Polonia, scompone il male e ci sbatte in faccia l’assenza dei valori che erodono la società, dispone di elementi che agevolano la comprensione della società travolta dal cambiamento rapido che potrebbe rappresentare la matrice di un’esperienza globalizzata del modernismo – almeno quando si riferisce alle società in transizione dal socialismo alle ‘nuove democrazie’. Ma non convince. L’autore gioca un gioco crudo ed escludente proponendoci un semplificato quadro della contemporaneità in bianco e nero, con rigide distinzioni del bene e del male, dei luoghi di difesa dei valori e quelli della loro assenza, mondi distanti invalicabili. L’unico collante che li avvicina è la solitudine e il senso della sconfitta.

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Due donne /Dve Ženšciny/ Two Women, Russia 2014,

Regia: Vera Glagoleva.
Interpreti: Ralph Fiennes, Anna Astrachanceva, Anna Levanova, Nikita Volkov.
Sceneggiatura: Svetlana Grudovich, Olga Pogodina.

Fotografia: Gints Berzins.

Musiche: John Barry.

Opera ispirata alla pièce teatrale Un mese in campagna di Ivan S. Turgenev.
Commedia/Drammatico, durata 94 minuti.

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Obce Ciało /Corpo estraneo / Foreign Body Polonia, Italia, Russia, 2014,

Sceneggiatura e regia: Krzysztof Zanussi.

Produzione: Revolver Film, TVCO, Tor Film Studio

Musica: Wojciech Kilar.

Fotografia: Piotr Niemyjski.

Protagonisti: Riccardo Leonelli, Agnieszka Grochowska, Agata Buzek, Weronika Rosati, Chulpan Khamatova.

Dramma psicologico, durata 117 minuti.

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