Trovare un'anima in saperi sepolti

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Ho conosciuto Stefania nel 2004. Ci incontrammo a piazza del Gesù.. Sapeva che lavoro alla Biblioteca nazionale di Napoli e mi chiese informazioni su alcuni libri per una sua ricerca. Così iniziò la nostra amicizia, che poi si è sviluppata particolarmente nel collettivo di redazione Ada teoria femminista.

Il primo tema sul quale abbiamo lavorato è stato fare pace con l’altro/a. Il gruppo delle donne in nero di Napoli, in collaborazione con la libreria delle donne Evaluna, aveva organizzato nel 2005 una serie di incontri come itinerari di letture. Attraverso la parola dell’altra (Hannah Arendt, Maria Zambrano, Julia Kristeva, Simone Weil) fare un pensiero di pace.

Per informare di questi incontri scrivemmo insieme un articolo per «il paese delle donne»: “In molti degli scritti di donne traspare la consapevolezza che, nella tradizione occidentale, la guerra è inscritta nel codice genetico della politica. Tale codice è stato messo in discussione proprio dalla loro riflessione, che non s’iscrive nell’opposizione tra la legge del più forte e l’utopia di un mondo pacificato, ma cerca un altro passaggio, muovendosi su un terreno di complessità che ricorre alla narrazione e al partire da sé…

La politica messa al mondo da donne è una politica di relazione, è una storia fatta di persone, di confronto con l’altra/o, con il vicino, con lo straniero che troppo spesso viene condannato come nemico o come qualcosa di abominevole. La biografia diviene un atto squisitamente politico e si contrasta l’uccisione di esseri umani raccontando storie di vita. Per questo il titolo dell’itinerario di lettura è: Con più voci, sentire d’amore e d’orrore.

Stefania condusse il secondo incontro dedicato alle parole di Maria Zambrano, dal titolo L’esilio irrinunciabile di Maria Zambrano. Nella scheda di sintesi Stefania scrisse: “L’esilio ha segnato profondamente la vita di questa pensatrice spagnola, che fu vissuto come paradigma e mistero di tutta la condizione umana. Una condizione che si pone come realtà di vita, da cui emerge il significato più profondo del nostro essere senza terra, senza luogo, la consapevolezza che per l’essere umano non c’è un luogo definitivo ma solo la possibilità di continue rinascite e trasformazioni. Questa maestra del pensiero invita tutti noi a ripensare e a sperimentare, a partire dalle nostre relazioni quotidiane, altri modi di relazione con l’altro. Nell’ultimo articolo scritto durante la guerra del Golfo (I pericoli per la pace), Maria Zambrano afferma che la questione non è semplicemente che non ci sia guerra (…), bensì stabilire la vita in vista della pace. La pace è così definita come un vero e proprio modo di vita, come un modo di abitare il pianeta e non come una semplice assenza di guerra. Si tratta di uno spostamento forte, radicale: la posta in gioco non è più il classico binomio idolo-vittima sul quale la nostra storia è inevitabilmente fondata, ma è quella di esplorare e di riscattare la segreta profondità dell’umano, a partire da tutte quelle voci che sono rimaste per lungo tempo sommerse nel sottosuolo della storia”.

Lo scritto senza madre di Stefania mi ha riportato al nostro primo lavoro: fin da allora ha scavato a fondo sull’origine dell’ordine sociale e culturale dell’occidentale, definito ordine patriarcale. Nel leggere il libro ho sentito la passione esploratrice che indaga le ragioni della subordinazione femminile nella cultura occidentale. Scrive con l’intento di andare oltre il pensiero dominante per sperimentare altra forza di sentire, pensare, immaginare racchiusa nelle soggettività femminili.

Attraverso le sfide complesse che Maria Zambrano e Simone Weil pongono al pensiero metafisico tradizionale ha inteso restituire corpo al pensiero.

La tradizione filosofica le appare coincidente con la svalutazione stessa del corpo-materia che ha determinare l’appropriazione dei saperi provenienti dalle esperienze dei corpi femminili. Come avviene per il corpo della madre ridotto a luogo riproduttivo, così non si riconosce in esso l’origine del legame con l’altro e pertanto del desiderio di esplorare, di vivere una molteplicità di dimensioni.

Per Stefania la madre, messa fuori posto dalla tradizione occidentale, è fuori dai codici, pertanto sradicante, capace di aprire ad un impensato, ad un irriducibile, alla differenza sessuale, che è azione inventiva (azione guerriera, come ha scritto Angela Putino).

Questa irriducibilità, offerta da saperi di donne, è nutrimento di altro: “fa del conflitto e della lacerazione le parole chiave di un guerreggiare che sfida, attraverso parole e pensieri, il suo interlocutore a misurarsi su un terreno che gli sfugge e che non è il suo.” (p.22 del libro)

Fa scorgere l’altro/a non come un totalmente altro da sé, ma come un irriducibile a sé, pertanto non è nemico e non c’è guerra.

Un’altra possibilità di trovare un’anima (un’anima che l’Europa ha perduta), sta in una politica che non si origina dalla legge del più forte, dalla violenza e dalla cancellazione delle singole vite, a cominciare dai corpi delle madri.

Il libro di Stefania si inscrive in quella vasta bibliografia che esplora, direttamente o indirettamente, il femminile negato nella tradizione occidentale. Tante ne hanno già scritto e parlato e tra queste segnalo l’opuscolo di Adriana Cavarero, il femminile negato. La radice greca della violenza occidentale. Attraverso la parola delle altre la politica e la cultura del sistema occidentale sono messe in discussione e si offre un altro passaggio all’umanità, con ogni vivente fare pace.

Stefania Tarantino, áνευ μητρóς (Aneu metròs)/ senza madre. L’anima perduta dell’Europa. Maria Zambrano e Simone Weil, La scuola di Pitagora editrice, Napoli, 2014

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