Una storia degli anni cinquanta

In una sera di primavera del 1959, Marijane Meaker, una giovane scrittrice di romanzetti tascabili, di quelli che si vendono a buon mercato non rilegati nelle stazioni ferroviarie, incontra, in un bar per lesbiche del Greenwich Village, Claire Morgan. La donna, seduta al bancone chiusa nel suo trench, sta bevendo gin e fumando gauloises. Il suo nome fa rapidamente il giro del locale: Claire Morgan infatti è “venerata” nell’ambiente come autrice de The price of salt, il romanzo che sei anni prima ha venduto un milione di copie sfidando le norme imposte dall’industria culturale. Ma Claire Morgan è anche celebre col suo vero nome, Patricia Hisghmith, l’autrice da cui Hitchcock ha tratto nel 1951 il film dal titolo Sconosciuti in treno

The price of salt, più recentemente reintitolato Carol, è la storia della relazione tra una donna sposata della middle-class, Carol appunto, ed una giovane commessa alle prese con le difficoltà di scegliere tra un fidanzamento canonico e il riconoscimento del proprio modo di essere più autentico. Il romanzo non termina, come richiederebbero gli anni cinquanta, con un qualsiasi epilogo tragico, (vedi per es. “Quelle due” il film che il regista William Wyler girò nel 1962 da un racconto di Lillian Hellman). Termina invece con la decisione di Carol, dopo un viaggio/fuga per gli States con tanto di detective alle calcagna e la successiva disputa giudiziaria col marito, di lasciare la famiglia per offrire alla sua amante la possibilità di un rapporto di coppia stabile e felice. In Italia Carol è stato pubblicato da Bompiani nel 1995, poi ristampato in edizione tascabile nel 1997 e nel 2001 vendendo finora un totale di circa 20 mila copie1.

Ma torniamo a Marijane Meaker e al localetto del Greenwich Village. Con Pat (è il soprannome della Highsmith) è il colpo di fulmine ed il giorno dopo finiranno già a letto, iniziando una relazione che tra alti e bassi durerà dal ’59 al ‘61 e sarà la relazione più stabile e ravvicinata che la Highsmith avrà in tutta la sua vita.

Marjane Meaker ce la racconta a quasi mezzo secolo di distanza (Marijane Meaker, Highsmith, un amour des années cinquante, Editions de Fallois, Paris, 2005) mettendoci davanti agli occhi una Highsmith insolitamente giovane e attraente, una relazione tra due donne che cercano vanamente di coniugare passione e scrittura, ed il ritratto della comunità lesbica che si muoveva tra New York e Fire Island sul finire degli anni cinquanta.

Anche Meaker scrive utilizzando vari pseudonimi: firma Vin Packer o Ann Aldrich e sforna romanzetti del mistero oppure sentimentali a tematica lesbica come Spring Fire (1952) ambientato in un college americano. Guadagna discretamente e pubblica con una collana di tascabili inediti, la Gold Medal Book che l’editore Fawcet utilizza per coprire le esigenze di un mercato interessato a tematiche scabrose a sfondo sessuale. Fawcet, attraverso l’imposizione di finali tragici volti a sancire la riprovazione pubblica di comportamenti deviati, riesce a passare miracolosamente tra le maglie degli standard morali stabiliti dal Select Committee into Current Pornographic Materials, la commissione istituita nel 1952. Proprio la Gold Medal sarà una sorta di palestra per scrittrici (come Ann Bannon di cui il pubblico italiano può leggere I am a Woman , edito da Mondadori sotto l’infelice titolo di Lesbo pulp, o Valerie Taylor, o la stessa Meaker) che altrimenti non avrebbero potuto pubblicare i loro romanzi in edizioni rilegate presso case editrici importanti. Il catalogo della Gold Medal costituirà una sorta di “survival literature” per un pubblico femminile che temeva di incorrere in comportamenti sanzionati a livello sociale anche solo indossando un paio di jeans.

La differenza tra alta e bassa letteratura, tra edizioni rilegate e tascabili venduti a pochi centesimi è uno degli elementi apportatori di tensione nel legame tra le due scrittrici. Come anche la libertà necessaria alla creatività di ciascuna. La fascinazione dell’Europa, scelta dalla Highsmith come terra d’elezione, è una sorta di alibi dietro al quale si nasconde l’attrazione per un altrove che consente una doppia libertà, quello di essere ciò che si è (anche con gli editori europei la Highsmith si sentiva più compresa) e quella di scegliere una ricostruzione delle proprie radici non solo intellettuali (il vero padre della Highsmith, conosciuto per altro da lei solo fuggevolmente, era di origine tedesca) confacente alle proprie necessità emotive. Il ricorso all’alcol è la maniera di Pat per riuscire a tenere tutto sotto controllo, ma sarà un altro elemento di tensione, il più forte, tra lei e Marijane.

Come obietta Carolyn Heilbrun in quello che è uno degli ultimi articoli scritti prima di togliersi la vita (pubblicato in The Women’s Review of Books del dicembre 2003), a proposito della corposa e documentatissima biografia di Andrew Wilson, Beautiful Shadow: A Life of Patricia Highsmith, occorre indulgenza e la capacità di una sofisticata interpretazione per scegliere tra il molto materiale a disposizione (corrispondenza, taccuini privati, appunti personali, memorie e diari) con il tatto e la discrezione indispensabili a costruire un ritratto che dia conto a tutto tondo della scrittrice evitando quindi il rischio di risultare fuorviante per chi legge. E nel caso di Patricia Highsmith troppi elementi si prestano facilmente ad una ricostruzione ambigua. Così come a volte rischia di essere il racconto della Meaker, quando sottolinea con troppa insistenza il disgusto per l’alcolismo dell’amica, e per il suo razzismo contro negri ed ebrei. Anche l’attrazione per le ragioni oscure dell’animo umano (la presunta “amoralità” della Hisghsmith di cui parla la critica) finisce per diventare una sorta di colpa, e non piuttosto forse una fragilità indurita e trasformata in chiave di accesso a zone proibite. Resta comunque il gran merito della Meaker di aver fatto rivivere davanti a chi legge una Highsmith diversa dal ritratto che siamo abituate a guardare e dotata di un garbo insospettabilmente piacevole: “Adoro – scrive Meaker – la sua maniera di trasformare la nostra vita quotidiana attraverso mille piccoli gesti. Ci sono le nostre passeggiate certo, ma anche il bicchiere di succo d’arancia appena spremuta che mi aspetta ogni mattina sulla tavola della colazione, le piccole parole tenere poste vicino alla mia macchina da scrivere, o un libro di Renée Vivien con in mezzo una foglia rossa d’autunno a segnare la pagina di una poesia che inizia “Tu viendras, les yeux pleins du soir e de l’hier…”

Poi si lasceranno e per Patricia Highsmith ci sarà l’Europa, tante altre relazioni fuggevoli, ed i racconti misogini che tutte conosciamo.

Marijane Meaker, Highsmith. Un amour des années cinquante, Editions de Fallois, Paris, 2005 (Titolo orig. Highsmith. A Romance of the 1950s, San Francisco, 2003)

Ann Bannon, Lesbo pulp, Mondadori, 2003

“Intervista ad Ann Bannon” di Marisa Porello, Leggere Donna, marzo-aprile 2004.

“Breve storia della pulp fiction lesbica” di Marisa Porello www.donneinviaggio.com

Patricia Higthsmith, Carol, Bompiani, 2001

Andrew Wilson, Beautiful Shadow: A life of Patricia Highsmith, New York, 2003

1 Dato fornito dall’ufficio stampa della RCS Libri, gruppo di cui la Bompiani fa parte.

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questa recensione è stata pubblicata per la prima volta nel n. 52-53 della rivista Leggendaria

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