Il sortilegio della scrittura

A cento anni di distanza dalla sua nascita, è venuto il tempo di riaprire, con una nuova prospettiva, la riflessione su Elsa Morante, una scrittrice sulla quale la critica letteraria si è fortemente esercitata non sempre rendendole giustizia, e i cui romanzi hanno dato luogo in alcuni casi a polemiche astiose e settarie. Un secolo sembra essere finalmente un intervallo temporale adeguato a un ripensamento complessivo dell’opera morantiana, tanto più che oggi nuovi testi sono stati o vengono resi disponibili, siano questi testi di natura diaristica, o epistolare; o archivistica come le carte e i manoscritti progressivamente donati alla Biblioteca Nazionale di Roma. La distanza che ci separa dalla pubblicazione dei romanzi di Elsa Morante e dall’orizzonte storico e letterario in cui si collocavano consente di trovare con quelle pagine un rapporto più pacato e profondo. È appunto in quest’ottica che si muovono i saggi raccolti in questo volume che si smarcano dalla tradizione critica esistente per diversi aspetti. È soprattutto l’analisi dell’ultimo romanzo di Elsa Morante, Aracoeli, che induce una comprensione nuova, tale da illuminare a ritroso tutto il tragitto compiuto dalla scrittrice per arrivare a scrivere della qualità vulnerabile di tutto ciò che vive. Ma le radici di Aracoeli affondano profondamente in tutta l’opera precedente, attenuando fino a farla scomparire quella frattura tra la prima e la seconda Morante così in voga nella tradizione critica corrente. Anzi, è l’insieme del suo lavoro che si presenta molto più unitario di quanto sembri a prima vista, poiché i suoi temi travasano da un’opera all’altra prendendo forme diverse, sempre però fedeli alla ricerca di fondo di Elsa, che è stata quella di arrivare al cuore di ogni essere umano per ritrarlo nella sua più profonda e assoluta verità anche a costo di affrontare e rappresentare i sentimenti più vergognosi e luttuosi che per quanto sgradevoli non fanno per questo meno parte della vita. Morante scrive della vita mettendo in gioco tutto quanto la vita le mette a disposizione, fa parlare i corpi, muovendo a un coinvolgimento totale di chi legge. È questa capacità di attraversare ogni inferno in un’ansia estrema di vita e di amore che fa di Morante una scrittrice luminosa, capace di parlare a tutti e per tutti. In un certo senso la critica letteraria femminista ha avuto nei decenni passati nei confronti della scrittrice come una sorta di esitazione, di giudizio sospeso. Sono rari i testi su Morante prodotti da una generazione di saggiste che invece sulle scrittrici ha lavorato approfonditamente (Fortini). Fare i conti con Morante da parte di studiose che dal femminismo traggono modalità e coordinate forse non è così semplice, facendo inciampo una serie di luoghi comuni come quello della presunta misoginia di Morante, o del suo amare farsi definire uno scrittore, o meglio ancora della sua narrativa fatta di figure femminili selvatiche e illetterate, anche se la loro arcaicità premoderna (Setti) meriterebbe ulteriori indagini. Più di spessore la riflessione di Monica Farnetti che utilizza alcune pagine di Ortese su Menzogna e sortilegio per esprimere una sua riserva lasciata in sospeso:

Prendendo la lettura della Morante contenuta in questa lettera come specchio della mia, eccomi a mettere in gioco io stessa l’adesione intensa ma non intera che riservo all’opera della Morante, e il mio chiedermi da tanto tempo che cosa c’è che non va.

Individuando quel che “non va” nella sensazione di una perdita progressiva nelle opere successive della genialità contenuta in Menzogna e sortilegio e che però già in Arturo «ha cominciato a sfuggirle» (Farnetti). Dove la genialità è la capacità prodigiosa di trarre verità e luminosa realtà dalla menzogna della letteratura. Più in generale la critica ufficiale italiana si è esercitata nei decenni scorsi a proclamare la varia atipicità e irregolarità della scrittrice, ghettizzandola assieme alle Romano e alle Ortese di turno in spazi appositi etichettati di volta in volta come Le scritture al femminile o ancora Dalla parte di lei, isole anomale create ad hoc nei propri volumi di storia letteraria. È così che Hanna Serkowska, una italianista polacca, riassume la situazione della critica morantiana negli ultimi decenni del secolo scorso, aiutata in ciò da un punto di osservazione, l’università di Varsavia, in grado di avvantaggiarla per la distanza geografica dall’Italia (Serkowska). Cesare Garboli, pur nella sua infinita dedizione all’opera di Morante, ce ne dà un’interpretazione mirabile, articolata, sottile, appassionata ma tutto sommato depressiva: «I romanzi della Morante appartengono quasi meno alla psicologia che alla biologia e descrivono un percorso insieme veggente e cieco, una terribile e coerente fuga di specchi in un luogo buio». Accreditando il mito delle due Morante: la scrittrice di Menzogna e sortilegio e de L’isola di Arturo da una parte e la scrittrice de La Storia e Aracoeli dall’altra. In mezzo la frattura rappresentata da Il mondo salvato dai ragazzini; fu allora, nel 1968, che il gioco segreto si ruppe, scrive Garboli:

Per tante ragioni diverse, pubbliche e personali, la Morante incontrò il mondo, si mescolò al mondo. Scese nelle strade, si adattò a un nuovo ruolo, prestò ascolto a un richiamo sociale e politico che a quel tempo era una ragione di vita per tutti e si lasciò possedere da un demone da cui fino allora non era mai stata tentata. Si pensò, si riepilogò, s’immaginò come un vate, un maestro, un sachem; come la prêtresse di un culto incompreso e di una religione misconosciuta, chiamata a predicare e a custodire l’integralità della realtà in un mondo degradato e sempre più irreale.

Questo il pregiudizio critico – come lo definisce Giovanna Rosa – che ha pesato in questi anni su tutta la critica morantiana. Pregiudizio critico che già una studiosa come Concetta d’Angeli sembra non trovare più così centrale se, pur affermando di ritenere convincente l’individuazione di due fasi nella produzione morantiana così come evidenziato da Garboli, mette in risalto tuttavia una serie di argomentazioni che attenuano di molto tale ripartizione. È inoltre nel giudizio su Aracoeli che D’Angeli dà prova di essere arrivata, nella comprensione dell’ultima opera di Elsa Morante, più in là di Garboli. «È un romanzo che riepiloga, con un gusto amaro di vendetta e di sfida, la storia di un fallimento totale» aveva scritto Garboli di Aracoeli . D’Angeli si spinge oltre, ritenendo invece il romanzo:

la dimostrazione di saper raccogliere la prova più difficile alla quale è chiamata la grande narrativa occidentale, seguendo i passi dei suoi maggiori autori – ad affrontare cioè il tema della morte e il misterioso meccanismo dei processi psichici che legano i viventi al mondo dei morti e di ciò che, forse, esiste al di là della dimensione fenomenica.

E a proposito dell’irrompere della Storia nelle opere morantiane, D’Angeli sottolinea come questo avvenga senza alcuna incrinatura della fiducia totale di Elsa verso la letteratura cui è affidato il compito non tanto di rappresentare il mondo quanto piuttosto di accoglierlo in sé. Dove proprio la scelta del verbo accogliere sembra suggerire, a parer mio, l’attribuzione alla scrittrice di una superiore comprensione del mondo e della vita. Se gli anni più recenti hanno visto una serie di uscite editoriali pregevoli e interessanti sull’opera morantiana come quelle di Marco Bardini, di Stefania Lucamante, di Giuliana Zagra, o di Manuele Gragnolati, pure l’asse critico sulla scrittrice non si è spostato di molto dalle linee essenziali appena esposte. Questo dunque il contesto critico che le studiose qui riunite si lasciano alle spalle preferendo partire da un diverso punto di vista, di portata non indifferente, e applicandosi a cercare i legami sotterranei che percorrono tutta l’opera disvelandone i risvolti segreti e gli esiti inaspettati. Bisogna essere riconoscenti a Dacia Maraini che con decisione annovera Elsa Morante tra le madri letterarie fonti di emozioni e scoperte importanti. Accanto a Grazia Deledda, Anna Maria Ortese, Anna Banti, Lalla Romano, Natalia Ginzburg (questo è l’elenco di Maraini) finalmente Elsa Morante può prendere il suo posto di grande del Novecento letterario italiano e non solo. Siamo distanti anni luce da Morante «pessima matrigna», come scriveva Garboli nel lontano 1995. Lasciando da parte le argomentazioni che il critico portava a suo sostegno, si può tranquillamente essere d’accordo con Maraini sul fatto che le grandi opere letterarie sono quelle in grado di allargare i confini della consapevolezza umana. E che celano al proprio interno la capacità di provocare quello che con infinita efficacia e stringatezza Morante definiva un aumento di vitalità, una resurrezione. Come provocano appunto le opere di Elsa Morante, scrittrice «tra le più grandi e capace di parlare a tutti e per tutti» (Fortini). Nell’opera di Morante – e Nadia Setti lo mette bene in evidenza – la gratitudine, la bellezza e la gioia e la pena di esistere vanno assieme per poter restituire in scrittura e portare alla comprensione il mistero, quello gaudioso e quello doloroso, gli estremi, ma anche tutti gli stati intermediari, di cui è fatta la realtà nella sua totalità, cioè indivisa e condivisa tra umani, animali, viventi. Raccontare la realtà e verità della vita, come aveva cominciato a intuire Monica Farnetti, anche delle sensazioni più atroci, è la ricerca che permea tutte le sue opere letterarie. «Quando leggo Morante non posso mettermi dietro uno schermo – ci dice Setti – e stare a guardare» perché il corpo/i corpi sono in permanenza materia della lingua e attingono alla sfera empatica e la smuovono, fino allo strazio, alla compassione profonda.

Laura Fortini parte da una novella di Morante “Il ladro dei lumi” per delineare una poetica morantiana di straordinaria suggestione. «L’opera poetica e letteraria di Morante nulla ha di mortifero se non in quanto vuole tenere insieme anche la morte, ma accanto alla vita; è qualcosa di assai sapiente e possente per la forza che la costituisce». Il tentativo di Morante di farsi ladra, ladra di una luce che le permette di accostare la vita alla morte e con la propria parola poetica cercare di porre riparo al furto dei corpi, inglobando la morte nella vita di cui non è che un ennesimo movimento, ha come esito più alto l’ultima «bellissima rappresentazione dell’abbraccio immaginario a El Almendral di Manuele alla madre Aracoeli nel romanzo omonimo».

(…)

Come risulta evidente, l’insieme dei saggi disegna un’altra fisionomia dell’opera morantiana, più unitaria e meno precipitata in una disperante e buia fuga di specchi. È vero che alcune interviste rilasciate dalla Morante sembravano avvalorare la lettura di Garboli, come quella pubblicata sul Messaggero del 13 gennaio 1980 da Costanzo Costantini al quale Morante aveva confidato: «Io sono vecchia, sono aumentata di peso, ho i capelli bianchi, sono malata, che cosa si potrebbe dire di me? Io non voglio essere considerata una persona vivente, io vorrei essere un fantasma, uno spettro, io detesto il mio corpo». E il corpo, la passione del corpo (Setti) nella scrittura di Morante è uno dei motivi costanti che impregna le sue pagine, a partire dalle righe giovanili di Lettere ad Antonio. Simbolo di miseria umana ma anche unica possibilità di comunicazione e consolazione: «L’unica occasione di incontrarsi era stata / questo povero punto terrestre» aveva scritto Morante in un verso che faceva entrare in corto circuito il corpo, la città, l’esistenza terrena stessa. Questa attenzione al «linguaggio del corpo» apparenta la Morante ad altre scritture femminili del Novecento e vengono spontanei i nomi di Amelia Rosselli, Ingeborg Bachmann, Silvia Plath (Bernabò). Scrittura del corpo che trova nella tensione della relazione affettiva materna e filiale il suo punto di massima verità attraverso infinite riscritture e variazioni. Se disponiamo davanti ai nostri occhi in ordine cronologico le opere di Morante troviamo che la coppia madre-figlio si presenta immediatamente nell’esordio folgorante di Menzogna e sortilegio già articolata nelle due possibili figurazioni; quella della gioia disegnata dalla atmosfera lieve con la quale vengono rappresentati Francesco e la madre Alessandra (Di Bucci); e quella del dolore e della follia che accompagnano la vicenda di Edoardo e Concetta Cerentano. Per comparire poi a ogni ulteriore prova narrativa alterata e innovata, rigenerata e resa sempre più complessa e drammatica mano a mano che l’avventura umana e intellettuale di Morante disegna la sua parabola e si consuma. Le successive trasformazioni e variazioni rappresentate dalle coppie Arturo-Nunziatina, Bill-Elsa, Useppe e Ida, e infine Manuele e Aracoeli saranno una progressiva discesa e appropriazione del cuore più dolente di ciascuna creatura vivente. È un elemento in più a favore dell’unitarietà dell’opera morantiana, più profondo di quanto il suo apparente schematismo non faccia pensare. Una strana epica piccolo borghese unisce queste opere, queste «storie di famiglia» – un’epica stramba come la definisce Fortini riprendendo l’aggettivo da un passaggio di Menzogna e sortilegio – che si rincorrono dal primo all’ultimo romanzo di Morante. Ma tutta l’opera è anche percorsa da un poema stellare che, come un flusso luminoso, funge da contrappunto alla tragedia, in modo altamente drammaturgico, per lasciare scorgere nel buio della storia le stelle, luci e lumi che malgrado tutto la illuminano (Setti). Da questo punto di vista l’ultimo romanzo di Morante è una sorta di vetta siderale. L’ultimo incontro tra Aracoeli e il figlio Manuele può forse figurare come metafora del nostro incontro con la madre, la vita. Tutto si scolora, le tracce si espandono fino a perdere qualsiasi connotato terreno (il cognome di tutti), sentiamo solo l’abbraccio che è il riconoscimento del perdono che concediamo alla vita, prima che questa svapori davanti ai nostri occhi e ci si ritrovi come un Cristo gnostico a invocare la carezza del padre. Le croci che scandiscono la nostra sorte (il nostro Golgota) sono bracci, ed è in un abbraccio che si dissolve la vita dei tre protagonisti di Aracoeli. È a questo abbraccio empatico verso la vita (Setti), dolorosissimo e luminoso al tempo stesso, che ci consegna la scrittura di Morante.

*

Per la versione completa di questo saggio dal titolo Rileggere Morante e per l’apparato bibliografico si rimanda al volume curato da Laura Fortini, Giuliana Misserville e Nadia Setti, Morante la luminosa, Roma: Iacobellieditore.

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