La prigione e l'amore

Saggista, scrittrice, giornalista, impegnata per i diritti delle donne in Iran, Fariba Hachtroudi è cresciuta in una famiglia atipica rispetto alla complessità del suo Paese, con il nonno Esmail, che, nemico di ogni dogmatismo religioso, ha contribuito alla Costituzione del 1906 e il padre Mohsen, politico e matematico, che ha sempre creduto nella democrazia. L’autrice dice di essere debitrice anche alla madre, insegnante di letteratura persiana, con cui pure aveva conflitti, perché l’ha mandata a studiare in Francia e sottratta all’educazione troppo affettuosamente permissiva del padre.

Il romanzo si snoda – fra un Oriente e un Occidente non definiti – attraverso la narrazioni alternate del colonnello Ala, supervisore della sicurezza delle carceri di Devine, e Vima , imprigionata per spingere l’amato a parlare e divenuta un mito della resistenza in quel terrificante carcere, ora interprete presso il dipartimento per i diritti umani di un paese nordico. È lì che i due si ritrovano perché Ala è un richiedente asilo: Vima ripercorrerà così il passato, come l’uomo che l’ha liberata dalla prigione per volere della moglie, una scienziata con lo stesso nome della prigioniera.

Fra le mura di Devine, Vima era diventa lettrice dell’infinitesimale, perché lo spicchio di sguardo sotto la benda le permetteva di vedere solo “stivali, scarpe macchiate di sangue, muco o vomito”: Ala ricorda che la chiamavano “la vermiglia, la muta, la tomba, il fantasma insanguinato” che con il suo silenzio negava “ ai torturatori ogni esistenza”. Nel rivivere le scene di violenza – pagine di una intensa accusa politica – Vima è un Io-pelle, un Io-corpo scorticato, ormai senza protezione, perché di fronte alla tortura si è inermi e senza parole. Ma il suo no urlato, “il grido, grido di dolore che nasce dalla profondità” (Combi) della propria terribile esperienza, può dare senso a quello che sta vivendo ed il no di Vima è contro l’intollerabile, è il rifiuto di tradire l’uomo amato, il rifiuto di quel regime crudele, il rifiuto di essere annientata. Eppure non odia il suo torturatore, anche lui vittima dell’ignoranza, come ha spiegato l’autrice, in quella spietata realtà.

Sono accomunati – come in un gioco di specchi – dalla solitudine, da un amore totalizzante, dai fantasmi traumatici del passato e dalla fedeltà alla persona amata. Non sempre però l’amore idealizzato è amore. Ed è la conoscenza che aiuta, che apre la mente, e, con la scrittura, sostiene nell’esilio, nella perdita, nei vari tipi di prigione che attraversano una vita.

Le parole delle lettere di Ala e della moglie, che chiudono il romanzo, sono fragili nella loro ambivalenza fra soglie dell’angoscia e ancore di speranza, ma raggiungono il mondo ferito di Vima e lasciano intravedere un possibile difficile raccordo fra la memoria dolorosa del passato e il delinearsi di un futuro. La scrittura di Hachtroudi è incalzante nell’alternarsi di sguardi, nella tensione dei ricordi legati alla prigione, nell’incontro fra persone così differenti, in un crescendo drammatico di grande intensità che sconvolge e coinvolge chi legge.

Fariba Hachtroudi, L’uomo che schioccava le dita, e/o, 2014 pp. 132, euro 16,00

Mariella Combi, Il grido e la carezza, Sellerio 1988 (poi Meltemi 1998)

Didieu Anzieu, L’epidermide nomade e la pelle psichica, Cortina 1992

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