E per arma il corpo

Continua il viaggio tra le donne del vento arabo.

Dopo Razan Moghrabi che ha raccontato delle donne di Tripoli, di quelle che non ce l’hanno fatta a saltare il fosso e sono rimaste prigioniere del patriarcato ipocrita e perbenista consumando le giornate leggendo il futuro nei fondi di caffè (n. 130); dopo le palestinesi che “portano in dote la speranza” e la cui “flessibile resistenza” è stata raccontata da Susan Abulhawa per dare un senso alle proprie radici (n. 137), ora è la volta di Amina Sboui, la giovane blogger tunisina diventata simbolo della protesta contro ogni forma di dittatura, amata dai giovani protagonisti della rivoluzione e vituperata dagli integralisti per i quali è solo una puttana. Altre giovani ne hanno seguito l’esempio, come Nadia El Fani, documentarista, anche lei vittima di minacce islamiste.

Del gesto dissacratorio di Amina e di Nadia – scoprire i seni su facebook – ne ha parlato Valentina Porcheddu nel n. 48 del Magazine, ma tornare sull’argomento lo ritengo importante “considerato il proliferare di forme di protesta e pratiche di partecipazione […] alla scena pubblica in cui il corpo è impegnato in prima linea per farsi materia di espressione e rivolta sociale”, come scrive Maria Gorinelli su http://www.iaphitalia.org/.

Il corpo dunque, o una sua parte, il seno, che torna in scena come un grimaldello, unico strumento di lotta rimasto quando tutti gli altri strumenti – partiti, sindacati, movimenti – si rivelano armi spuntate contro un biopotere onnipervasivo e invisibile, in apparenza democratico, produttore di corpi deboli e docili. Il corpo come manifesto, le cui parole scritte sulla pelle vengono mostrate “in presenza” ad un pubblico spettatore che ne può annusare l’odore se il corpo suda; o lanciato via internet, a sua volta prolungamento del corpo per sperimentare, durante la rivoluzione araba, insieme ai cellulari e alle videocamere, una inusuale forma di cyberdemocrazia. 

Pratiche di questo tipo dimostrano infatti l’urgenza di riflettere in maniera sistematica e più organica sul valore d’uso del corpo sessuato” scrive ancora Gorinelli, “di svelarne le valorizzazioni, le ambivalenze, le sottostrutture ricorsive”. Non sottovalutando il rischio che “questo topless contestatario […] perpetuando lo sguardo sul corpo femminile, rimane per certi versi impigliato negli stessi codici che vorrebbe rovesciare”.

A meno che non si tratti di un corpo o di un seno difforme dai canoni di bellezza tradizionali, modellati ad uso e consumo dello sguardo e del godimento maschile. Un corpo malato, anoressico, mutilato, per esempio.

O un seno come quello di Amina. “Ma che idea mostrare il tuo seno, non ne hai!”, le dirà infatti la nonna, scherzando.

E’ il febbraio 2013. Sono passati tre anni dalla Primavera Araba e i fatti non sembra siano andati nella direzione che molte donne, attiviste e non che hanno partecipato o semplicemente creduto nella rivoluzione, auspicavano.

Una diciottenne tunisina navigando su internet da un sito all’altro, viene attratta dalle foto di un gruppo di donne a seno scoperto che reggono uno striscione con la scritta “Indiana Army rape us”. Il coraggio di mostrare il proprio corpo nudo come arma politica contro l’oppressione maschile, per lei ha dell’incredibile. La sorprende e la coinvolge. Le sembra un gesto radicale e moderno e soprattutto non violento.

L’esercito indiano ci violenta” denuncia la scritta.

Lei di stupri ne sa qualcosa.

Aveva 4 anni, lui, Kamel, ne aveva 20 e quella cosa la chiamava “il gioco segreto”, e tale lei lo mantenne anche quando altri uomini in seguito glielo proposero. Solo da adulta capì cos’era la cosa e la invase un terribile senso di colpa. Per espiare cominciò ad incidersi con oggetti taglienti. A nulla valse parlarne con sua madre che non l’aveva mai capita e le imponeva la sua morale ipocrita – devi restare vergine, non metterti vestiti attillati, non rimanere da sola con un ragazzo e cose simili. Continuò infatti a non capirla pensando che le confessioni della figlia erano menzogne per coprire i suoi atti riprovevoli. A salvarla fu Nawal El Saadawi col suo libro “Memorie di una donna medico” dove racconta le storie di molte ragazze che avevano subito la sua stessa sorte.

Lei non ha nulla a che spartire con la doppia morale mussulmana che concede tutto agli uomini e niente alle donne; né le piace il Corano che in una sura dice che il Profeta può avere rapporti sessuali con le “sue” donne anche se non consenzienti. Non poteva crederci! E scelse di diventare agnostica. Non pregava 5 volte al giorno come prescrive la sua religione, ma in compenso beveva 5 birre al giorno e usciva col suo ragazzo 5 volte a settimana. “Infrango molte regole ma il numero 5 lo rispetto”, scriverà più tardi. A lei piacevano il cioccolato, la salsa piccante sul kebab, il rock e le sigarette. E i Nirvana.

Eccitata dunque da quella scoperta casuale su internet, la giovane digitò su Google “manifestazione di donne a seno nudo” e scoprì che il gruppo si chiamava Femen.

E’ un gesto da imitare subito, pensa. Per dare nuovo respiro alla lotta, visto che dopo la cacciata di Ben Alì e la presa del potere da parte di Mohamed Ghannushi, alleato dei salafiti, il suo paese sta profondando nel fondamentalismo religioso. Lo si capisce dal fatto che per strada si cominciavano già a vedere i primi “fantasmi”- come li chiamava urlando spaventata sua cugina di 4 anni: le donne in burqa. In Tunisia non se n’erano mai viste prima. Una vera e propria catastrofe.

Alla cacciata del dittatore lei, benché avesse solo sedici anni, aveva partecipato organizzando uno sciopero nella sua scuola dopo che l’ambulante Mohamed Bouazizi si era dato fuoco a Sidi Bouzid e un suo compagno di scuola, Ayoub, lo aveva imitato sotto gli occhi atterriti del preside. Ma di questo i giornali non parlarono. L’avevano pure arrestata per questo e picchiata selvaggiamente in una stanza della questura.

E’ tempo di assumersi le proprie responsabilità, continua a pensare la giovane. Bisognava passare all’azione: fatti, non più parole.

Scrive un messaggio alle Femen: “se domani verrete in Tunisia a fare un’azione, io sarò con voi”. Le risponde subito Inna che le propone di cominciare subito postando una foto.

Sì, d’accordo”, risponde lei semplicemente.

Postò la sua foto a seno nudo, e sotto scrisse “Fuck your moral”.

Gli amici su Facebook salirono di colpo da 1200 a 3500, e non erano solo tunisini. Tra i messaggi uno diceva: “Il tuo corpo non ti appartiene, sei una vergogna per la tua famiglia”.

Senza rifletterci troppo, la ragazza posta una seconda foto con la scritta “Il mio corpo mi appartiene. Non è l’onore di nessuno”.

Dopo quel gesto Amina Sboui, la ragazza in questione, diventò famosa, ma la sua vita cambierà radicalmente. Verrà infatti spedita dai genitori lontano da Tunisi, imbottita di antidepressivi, esorcizzata, considerata una pazza. A sostenerla ci sarà solo la nonna e il padre. Riuscirà a sfuggire alla sorveglianza dei cugini e continuerà la sua battaglia. Verrà nuovamente arrestata a maggio a Kairouan per aver scritto Femen sul muro del cimitero e trovata in possesso di un lacrimogeno. Denuncerà le condizioni inumane delle carcere, la violenza delle guardie e delle sorveglianti sulle donne, anche quelle incinte, e sui bambini, costretti a vivere in celle comuni facendo a turno per dormire per mancanza di letti. Del processo che ne seguì, conclusosi i primi di agosto del 2013, i giornali ne hanno parlato a lungo.

Di tutto questo, della sua storia Amina ne parla in uno stile semplice, diretto e distaccato in Il mio corpo mi appartiene.

Il libro è una testimonianza rivolta alla mia generazione, ha dichiarato. Perché i giovani capiscano che non tocca solo ai vecchi cambiare le cose, per affermare che non si è mai troppo giovani per impegnarsi in prima persona.

La terza foto che ha postato su FB la inquadra mentre accende una sigaretta con una molotov. Sul seno ha scritto “We don’t need your democracy”.

Amina Il mio corpo mi appartiene Giunti Editore 2014, pag. 155 euro 12,00

Consigli di lettura: http://www.iaphitalia.org/maria-golinelli-corpi-che-abitano-la-protesta-alla-ricerca-di-chiavi-interpretative/

Femen La nuova rivoluzione femminista a cura di Maria Grazia Turri Mimesis 2013

Ouejdane Mejri e Afef Hagi La rivolta dei dittatoriati Mesogea 2013

Gisella Modica Cyberdemocrazie, Avatar e corpi di mezzo in LM n. 80

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