Convegno SIL/ Workshop

Abbiamo chiesto alle coordinatrici dei workshop del prossimo convegno Sil di raccontarci da dove è nata la loro idea e come pensano di realizzarla.

A tutte sono state rivolte tre semplici domande, identiche per tutte: le risposte sono un piccolo assaggio di quel che faremo a Firenze, brevi suggestioni per chi ancora deve decidere a quale workshop partecipare.

Maria Inversi

Quale è stata la curiosità che ti ha suscitato il tema del convegno?

Non una curiosità, ma la possibilità di sostare, con il mio bagaglio di ricerca sul femminile e sul teatro, con donne o persone che non hanno potuto mettere insieme i due aspetti. La creatività è parte dell’esperienza interiore, fisica, spirituale e materiale. I miei studi sono andati in molte direzioni, ma sempre con uno sguardo al nuovissimo, al contemporaneo e cercando una mia visione. I nostri corpi sono luoghi di drammaturgia: scrivono o si lasciano scrivere?

Il tuo laboratorio si intitola “Cecità”. Perché hai scelto questo argomento?

Perché siamo tutte/i ciechi. Lo siamo ad ogni nuovo passo. Lo siamo quando scopriamo che il passato si muove nel nostro presente e affiora involontariamente. Lo siamo perché la parte più intima di noi non può confrontarsi che con se stessa. Perché gli eventi ci dicono che noi siamo pedine di un sistema. Perché non potendo nasconderci dobbiamo, passo dopo passo, cercare di vedere. E vedere, guardare, tradurre, cambiare la chimica della nostra carne e del nostro complesso mondo è possibile. Ognuno ha un tempo, ma i workshop hanno la possibilità di accendere piccole luci. I miei studi sul corpo, dalla danza all’acrobatica, mi hanno stupita per la qualità delle scoperte: il corpo va, va prima d’ogni aspetto della comunicazione. Il corpo sa. Ho insegnato ad attori e danzatori professionisti oltre che a ragazzi e gente impegnata in altre occupazioni, da tutti ho ricevuto molte conferme. Il lavoro di regista mi ha confortata nell’idea che il superamento di qualsiasi difficoltà l’artista possa raggiungere-incontrare è un momento quasi sacrale. Racconta quanta capacità noi abbiamo di giocare con ciò che ci sembra misterioso. O col mistero stesso della creazione. Nell’atto, la ricchezza che elabora. Nella parola, la ricchezza delle nostre esperienze che vanno ben oltre la conoscenza della grammatica di qualsiasi lingua.

Pensi di usare una metodologia specifica per il tuo workshop?

Sì quella di cui ho scritto: corpo e voce e voce e corpo nel femminile singolare e nel femminile plurale. Nel femminile impregnato di patriarcato e quasi impossibilitato ad uscirne, essersene davvero liberato e non intellettualmente perché, l’intelletto, è solo una parte della nostra carne-materia. Ci vorrebbero molte ore, a disposizione ne abbiamo poche, ma per le scintille bastano minuti.

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Valeria Lo Forte

Quale è stata la curiosità che ti ha suscitato il tema del convegno?

Mi ha entusiasmata la possibilità di approfondire, grazie al taglio del convegno, la dialettica conflitto/trasformazione che la scrittura di Annie Ernaux mette in atto. Con più di venti «livres qui bouleversent, ouvrent des pensées, des rêves ou des désirs, accompagnent, donnent envie d’écrire soi-même parfois», Annie Ernaux mette ciascun lettore e lettrice davanti allo specchio, sollecitando una riflessione critica improrogabile e spianando la strada verso tutte quelle rivoluzioni, piccole o grandi, personali o collettive che siano, essenziali all’evoluzione individuale e al progresso sociale.

Il tuo laboratorio si intitola “Annie Ernaux e la scrittura come un coltello”. Perché hai scelto questo argomento?

Per come Ernaux riesce, attraverso la messa in forma della propria esperienza personale e l’instancabile ricerca di un genere, di una scrittura e di una voce originalissime nella loro semplicità, a smascherare la violenza epistemica delle architetture disciplinari che dominano la società e i rapporti umani; nonché la violenza simbolica che le sottende, in particolare in seno alle gerarchie sociali e all’egemonia patriarcale, di cui la scrittrice smonta regole e dogmi, sfata miti e indaga tabù, restituendo, a se stessa in primis e alle classe dei “dominati” in secondo luogo, in cui si identifica sia in quanto donna, sia in quanto di umili origini, una identità altrimenti mutilata e una dignità altrimenti compromessa.

Pensi di usare una metodologia specifica per il tuo workshop?

Sì, intanto c’è l’invio preventivo di brani e testi utili alla conoscenza generale della scrittrice, un supporto iconografico (proiezione di immagini legate alla biografia) e le citazioni fornite in fotocopia. Poi ho organizzato il workshop in due sezioni: la prima è quella teorica, in cui c’è, da un lato, l’analisi della riflessione critica di Ernaux in seno al linguaggio, come strumento di comunicazione e condivisione ma anche di dominazione sociale e di genere; dall’altro, l’elaborazione di una scrittura “senza vergogna” in grado di smascherare, svelare, denunciare e dire l’indicibile. La seconda sezione sono dei focus interattivi con analisi dei temi conflittuali emersi dai testi – gerarchie sociali, corpo, matrimonio, desiderio, vecchiaia/malattia/morte – che saranno affrontati attraverso la lettura dei testi di Ernaux, con la comparazione con alcune scrittrici che, seppure con le dovute differenze, li hanno trattati e con la discussione fra le partecipanti. In entrambe le sezioni ci sarà a disposizione del tempo per inserire argomenti concordati (la riflessione sul linguaggio e l’elaborazione di una scrittura critica in Marlene Steeruwitz; i temi del desiderio e della morte in Marguerite Duras; la visione della vecchiaia in Elsa Morante).

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Antonella Buonauro

Quale è stata la curiosità che ti ha suscitato il tema del convegno?

I conflitti, e i traumi che ne derivano, si intersecano con le dinamiche di formazione della soggettività e del modo in cui ciascun soggetto impara a relazionarsi con l’alterità. Esistono diversi tipi di conflittualità, che si distinguono per modalità e per tipologia. Nella società globale, postmoderna, il conflitto si definisce per molta parte anche in base ai media e alle letture che essi propongono di questo genere di accadimenti. I media interferiscono nella capacità collettiva di sentire un conflitto come vicino o lontano, fisicamente ma non solo, e la rappresentazione mediatica dei conflitti, bellici e culturali, implica un filtraggio nelle interpretazioni degli eventi che ha molto a che vedere con il genere sessuale.

Il tuo laboratorio si intitola “Conflitti globali, cinema e personagge. Le figure femminili nella rappresentazione filmica dei traumi collettivi contemporanei” Perché hai scelto questo argomento?

Di fronte all’emergere della vulnerabilità dei territori occidentali e allo scricchiolare della loro egemonia, il cinema ha risposto con interpretazioni molteplici che hanno assegnato alla rappresentazione dei ruoli di genere una parte importante nella descrizione della condizione attuale del modello culturale occidentale. Questa rappresentazione è tuttavia minata dall’emersione di quello che si può definire un senso di colpa occidentale per la distribuzione iniqua delle ricchezze.

Indagare il cinema, e più in generale la cultura visuale, da questo punto di vista consente una riflessione su come per esempio questo senso di colpa venga, in alcuni casi, associato alla figura femminile nella costruzione del racconto, a favore di una rappresentazione della mascolinità e di un modello patriarcale in cerca di una via d’uscita dalla crisi della sua rappresentazione. In altri casi invece, può aiutarci ad evidenziare come la figura femminile occidentale, intesa come icona moderna di emancipazione e libertà conquistata, venga utilizzata in contrapposizione ad un modello di donna sottomesso da una cultura retrograda ed esasperatamente patriarcale, a sostegno dunque di una rappresentazione senza sfumature del dualismo occidente/alterità. A partire da esempi di questo genere indagheremo i modi molteplici in cui la cultura occidentale si ridefinisce a seguito del trauma recente rappresentato dalla violazione della sua supremazia e dell’inviolabilità dei suoi territori da parte di popolazioni considerate subalterne, un trauma in cui un ruolo centrale ha avuto la cultura visuale globale e la sua recente evoluzione tecnologica.

Pensi di usare una metodologia specifica per il tuo workshop?

L’idea è quella di analizzare questi aspetti della conflittualità odierna e della sua rappresentazione attraverso la lente del gender. Studi culturali e gender studies applicati al cinema, alle serie televisive e più in generale alla produzione culturale occidentale saranno sicuramente le principali chiavi interpretative dei nostri testi. Tuttavia, anche alcuni elementi di psicoanalisi e di studi sui traumi collettivi e sulla contemporaneità potranno esserci utili.

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– la pagina dedicata al convegno

la pagina dedicata ai workshop e ai primi materiali

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vedi anche le altre interviste:

Convegno SIL/ Workshop (parte 2)

Convegno SIL/ Dell’impresa di raccontare i lavori del vivere per vivere

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