Lezioni di grandezza

Mi accade ancora la mattina, rigenerata da un buon sonno e senza essermi guardata allo specchio, di ritornare, per la centesima volta nella mia vita, a progettare “battaglie” con l’illusione di prolungare all’infinito quella giovinezza di “guerriera” che ha segnato la mia vita e quella di molte donne della mia generazione.

Ma qualcosa, non senza malinconia, mi restituisce al tempo. Oggi è la notizia della morte di Chantal Akerman. Morta a 65 anni. Forse suicidio. Come è possibile? A 65 anni? Come se non li avessi anch’io 65 anni. È proprio passato così tanto tempo da quel maggio del 1982 a Catania? Quando, già famosa e molto richiesta, partecipò, con Margarethe von Trotta, con le autrici di Processo per stupro e molte altre donne di cinema ad un “megafestival” di cinema delle donne. Lo organizzavo con la passione, mai sopita, di valorizzare la creatività femminile, quasi a voler mettere in piedi una storia alternativa. Rivedo Chantal deliziosa, eterea, una cerbiatta con, negli occhi, una luce così intensa da suscitare imbarazzo. La ricordo schiva, quasi frastornata dall’energia avida e irriverente che aleggiava nella grande sala cinematografica.

In tutti questi anni, di tanto in tanto, mi sono chiesta che fine avesse fatto. Troppo particolare è stata la sua cinematografia per arrivare alle sale italiane dove, sopratutto per le donne, alla grandezza non corrisponde la fama. Che non avesse più nulla da dirci? Eppure coraggio e determinazione non possono esserle mancate per aver eluso, in tutto il suo cinema, modelli precostituiti ed averne sperimentato di nuovi e rivoluzionari. Certo un cinema non facile il suo, ma di fatto un cinema politico e di fascino, capace di suscitare forti emozioni.

In quel lontano 1982, a Catania, abbiamo visto, forse, le sue opere più significative. Il suo primo lungometraggio Hotel Monterey (1972), una cinepresa-occhio filma corridoi, pareti, porte, camere, e le vite degli ospiti scandite dalla chiusura e apertura delle porte dell’ascensore. Luoghi e persone mute alla vita. Era un ritratto impietoso della vita di una metropoli come New York. Jeanne Dielman, 23, Quai du Commerce, 1080 Bruxelles» (1975), forse il suo capolavoro, mette in scena il vuoto e l’isolamento nella vita di una donna. Oltre tre ore per narrare le azioni di una casalinga dentro le pareti domestiche e le sue prestazioni sessuali a pagamento. Un grande affresco politico in assenza, quasi totale di montaggio, per rendere visibile il rito mortale di questa quotidianità femminile, interrotta da un evento inatteso e per questo terrorizzante. Ancora camera fissa e tempo reali per Je, tu, il, elle (1974), un’opera di grande coraggio espressivo e narrativo. Tre momenti in cui la protagonista, dalla solitudine di partenza passa all’ascolto del monologo di un camionista a cui ha chiesto un passaggio e al quale offre anche un servizio erotico per il quale non è necessario neanche fermare il mezzo, fino allo scambio vero e proprio che avviene nel rapporto sessuale con una donna. Qui il registro narrativo cambia totalmente. Akerman mette in scena la propria sessualità femminile, i corpi si muovono liberi nello spazio scenico, il rapporto è dolce, aggressivo, liberatorio, pienamente consumato e pienamente narrato da Akerman con un grande atto di coraggio che non ha eguali. Lo stesso coraggio che la spinse, giovanissima, da Bruxelles a New York alla ricerca del suo “talento”. Proprio la giungla newyorkese fa da sfondo a News from Home (1977), in cui una figlia lontana dalla madre viene raggiunta dalle sue lettere, una sequenza di ammonimenti che le tengono compagnia senza avere, ormai, il potere di trasformarla. È una voce fuori campo tra sgranature della pellicola, fruscii e rumori di fondo o lampi di luce improvvisa. Con Le rendez vous d’Anna (1978), comincia per la regista belga la prima concessione al cinema cosiddetto “commerciale”. Avere un budget importante per lavorare era ormai improrogabile. E’ una china pericolosa che vede la perdita di purezza e di fascino nella sua narrazione. Ritroverà il suo metro nel bellissimo Tutta una notte (1982), una miriade di personaggi e pochi tratti in una sola notte.

Dopo questi suoi primi film, giunti a Catania, nell’82, con grandi difficoltà e sottotitolati in sala con sistemi ancora pioneristici, nessun distributore ha mai fatto arrivare nelle nostre sale le opere di Akerman.

Sappiamo che le sue opere sono diventate sempre più da grande pubblico, ma non avendole viste non ne possiamo valutare il valore. Un divano a New York con Juliette Binoche del 1996 è stato stroncato dalla critica, che ha invece lodato La captive (2000) ispirato a Proust e Tomorrow we move (2004) in cui torna il rapporto madre figlia che accompagna, periodicamente, le tappe della vita e della produzione cinematografica di Akerman. Proprio il rapporto con la madre, come un testamento ideale di entrambe, tornano nella sua ultima opera No Home Movie. Un documentario presentato al Festival di Locarno del 2015. Un dialogo, forse amoroso, tra la regista e la madre che si avvia verso la fine, così come si avvia alla fine anche la nostra regista. Un addio ad un mondo troppo distratto. Incapace di abbandonare il bisogno voyeuristico indotto dall’industria del cinema a discapito delle attese, dei silenzi, delle azioni poco appetibili e poco eroiche della vita comune sapientemente messe in scena da Akerman.

Addio coraggiosa e geniale Chantal, con il tuo cinema ci hai emozionate e con la tua morte ancora di più perché è il segno che quella stagione felice è irrimediabilmente passata.

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