Mostre/ 2. Le madri di tutte noi

dora maar padre ubu

Dora Maar

“La Grande Madre è una mostra sul potere della donna”, così nelle indicazioni della Fondazione Trussardi che ha promosso, insieme al Comune, l’evento milanese curato da Massimiliano Gioni. Condivido l’indicazione di Silvia Neonato sulla equivocità del titolo: se non avessi letto su fb le parole chiarificatrici di Lea Melandri non sarei andata a vederla. E avrei perso molto.

E’ una mostra ricca, difficile in certi passaggi, che può disorientare. Nel pomeriggio in cui io e un’amica abbiamo passato ore nelle 29 sale del percorso, fermandoci a leggere la documentazione, a visionare i video e le fotografie, ad ammirare i quadri, le installazioni, le sculture, gli scritti, i disegni, gli oggetti, disposti secondo temi e cronologie, luoghi e culture, transitavano alcuni uomini in palese disagio. Non dico che solo le donne possono comprendere la mostra, dico che la ricchezza dei riferimenti al “desiderio” delle donne, riletto attraverso una cultura patriarcale da cui liberarsi rende arduo il percorso, se non si indaga con sguardo critico il cammino storico dell’umanità. Come suggerisce Lea Melandri «L’immaginario che la civiltà maschile ha costruito intorno al corpo femminile – erotico / generativo – ritorna nell’opera di una grande quantità di artiste rielaborato e riproposto con sorprendente criticità, ironia, sarcasmo, drammaticità».

La partenza dal video di Alice Guy (1896) importantissima regista dimenticata (ma non da tutti: ricordo a Cagliari una Circola nel Cinema Alice Guy) riprende il tema della maternità in senso ironico e leggiadro come luogo di erosione degli stereotipi di ruolizzazioni di genere con Le fée aux choux (La fata dei cavoli). Forse l’impronta legata più strettamente al tema della dea-madre la propone, nella sala 2, il notevole lavoro documentario di Olga Fröben-Kapteyn, studiosa junghiana, che raccoglie negli anni trenta una enorme quantità di immagini di antiche divinità e di figure femminili potenti in diverse culture del mondo. Ma l’ambiguità dei diversi punti di osservazione con cui si apre la mostra rimane un filo conduttore costante.

oppenheim l'angelo strangolatore

Meret Oppenheim

Il Novecento è indagato attraverso la psicoanalisi, il Futurismo, il Dadaismo, il Surrealismo, le immagini delle macchine costruite come tanti corpi di donne con un dato evidente di follia, di persecuzione, di tortura (come il famoso Erpice di Kafka), di erotismo meccanico che svela le paure inconsce e le fantasie morbose maschili legate al tema della maternità: come le “Macchine celibi”, così denominate da Marcel Duchamp, incapaci di riproduzione, sterili. L’ombra oscura del materno assilla l’immaginario degli artisti maschi tanto da farne un corrispettivo della incombente tecnologia con cui si deve confrontare la modernità. Ma basta osservare la drammatica violenza dolente di un acquerello dipinto nel 1931 da una giovane Meret Oppenheim, L’angelo strangolatore, per cogliere una critica feroce alla maternità come scelta obbligata e destino socialmente pattuito per le donne.

Le opere delle artiste segnano anche irriverenti o scopertamente ostili dimensioni che inquietano, che risuonano nel profondo come materia conosciuta, non sempre detta o dicibile perché non sempre ha trovato un ascolto. Tra la paura e l’ossessione dell’ignoto di tanti artisti e l’angoscia e l’indicibilità del noto nelle opere di molte artiste corrono distanze che non si riducono, se non in casi rari e brevi di compatibilità.

Tra le artiste vicine al Surrealismo, che interrogano figure nuove di donne e mettono in discussione ruoli sessuali e stereotipi, impressiona una foto di Dora Maar, Père Ubu, (1936), un feto di armadillo con le zampette ripiegate in avanti vicino al volto, un mostro sconcertante che trova nel titolo il riferimento a Ubu re, avido e volgare protagonista patriarcale di Alfred Jarry. O le immagini del 1946 di Toyen (Marie Čermínová), esponente importante della corrente praghese ma attiva anche a Parigi, che esprime nelle sue opere la desolazione di un paesaggio desertico, lo sgretolamento di una testa vuota di bambino che piange in mezzo a gabbie e gusci d’uovo immobili o forse rotolanti. Una figurazione dell’Europa a fine guerra di marcata disgregazione, resa ancora più incisiva dal tratto nero del disegno.

Toyen

Toyen

Una mostra che si apre a numerose scoperte, suggerisce scenari divergenti, chiede di essere seguita su percorsi diversi, mette in relazione artiste famose del Novecento come Frida Kahlo, Leonora Carrington, Leonor Fini, Louise Bourgeois, Carla Accardi, Remedios Varo, con artiste contemporanee come Yoko Ono, Carol Rama, Cindy Sherman, Kiki Smith, Pipillotti Rist, Marisa Merz, con le Madres de Plaza de Mayo, con una documentazione – non ricchissima per la verità – di manifesti e locandine riguardanti il femminismo italiano, con una ricca e a volte irridente iconografia mariana contemporanea, in un caleidoscopio di posizioni e suggerimenti che attraggono, incuriosiscono, distraggono, fanno pensare. Si parla di spazio pubblico e di interni domestici, di famiglie e genealogie, di guerre e di nascite, di mostri inquieti e inquietanti e di sogni, di fertilità e di erotismo, di mescolamento di generi sessuali, di immaginazioni eteree, di mito, di metamorfosi, di scenari d’incubo, di violenze e desolazioni, di rivolte, di solitudini, di forza e potenza, di fantasmi, ma anche di presa di coscienza, di scelte radicali, di critica e sarcasmo, di libertà.

I corpi sono mostrati senza mediazioni, esibiti nella nudità con vagine esposte, disegnate, fotografate, riprese in video. Se ne mostrano i desideri, le paure, le metamorfosi, tra feticci, giocattoli, bambole, manichini. Come le immagini di Carol Rama della serie Appassionata: ritratti di donne mostrate in una nudità senza pudore, su letti di contenzione o sedie a rotelle, in cui l’infermità è insieme totale disposizione del corpo alla sofferenza e alla brutalità e i fiori sui capelli sono elemento di erotismo e trasgressione.

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Toyen

Le opere delle artiste femministe della contemporaneità sono poste a confronto con quelle delle artiste degli anni sessanta-settanta in un dialogo tra generazioni che svela indagini sull’identità, sugli artifici della rappresentazione, sullo studio del corpo umano come luogo di fragilità, con ironia e autoironia, sulle politiche sessuali, sul maschilismo, sulla crisi del patriarcato, sul potere.

La sala 29, ultima, chiude e apre il discorso: con i temi della perdita e del ricordo, rintracciati in Ronald Barthes e Andy Warhol, soprattutto riguardanti le proprie madri, offre poi una spiazzante Untitled (Birth to Death List), di Matt Mullican del 1973, lunga lista di parole dalla nascita alla morte di una persona sconosciuta che l’artista lesse in penombra nella prima performance e che si concludono con: Guardarsi gli occhi allo specchio / Il pavimento su cui sta in piedi / Pensare a suo marito// Guardarsi allo specchio / Pensare alla sua morte / La sua morte. Una vita elencata cronologicamente in alcuni momenti dell’esistenza, tra sensazioni, emozioni, pensieri. Tutto quello che resta di ognuno.

Ma è l’immagine di Virginia Woolf a chiudere veramente la mostra, non è chiaro se perché icona ormai del femminismo universale oppure per intrinseche ragioni di racconto. Amante della fotografia e più volte autrice e soggetto fotografico qui è ripresa con gli abiti della madre, e in fondo è rassicurante e piacevole vederne il volto alla fine del percorso.

www.fondazionetrussardi.it

Lea Melandri fb 14 settembre.

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