Andare al cuore del femminicidio

 

Unknown-21Dimenticando la sua identità sessuale, come lei stessa afferma, per essere uomo e donna insieme, Barakat in Malati D’Amore esplora e mette a nudo l’animo di un uomo che incapace di sopportare la differenza dell’amata, compie un femminicidio, come atto necessario alla sua sopravvivenza e salvezza. Come succede in ogni atto di guerra civile, quella contro la comunità. Un conflitto agito secondo la tradizione del pensiero maschile, attraverso la soppressione dell’altro/a, che non prevede reciproco riconoscimento.

C’è un uomo, che è malato d’amore. E’ caduto nella passione perdendo il controllo di sé.

E c’è un luogo, il Convento del Crocefisso. Un ospedale psichiatrico immerso nel verde della collinetta, rimasto miracolosamente intatto mentre “tutti gli alberi e i parchi della città si schiantavano e andavano a fuoco”. Un luogo creato apposta perché i malati d’amore, insieme ai “pazzi, i santi e i moribondi proseguissero lungo la strada tracciata per loro nel vuoto del caos”.

L’uomo, come molti altri, è incapace di amare, di assumere su di sé la passione, perché non riesce a sopportare la differenza che l’altra porta inscritta nel suo corpo:

“Ricordavo che era una donna e mi riempivo di stupore. Non riuscivo a capacitarmi di quel corpo distinto dal mio, dissimile, i cui dettagli non combaciavano […] Passerà del tempo per me e la mia donna fino a che ci assomiglieremo e avremo un solo corpo, un sesso e non due. Ricupererò il suo sesso e potrò sopportarlo, combacerò con esso e sarò salvo”.

Non è capace di innescare con l’altra un conflitto non distruttivo, incapacità che risale ad un tempo primordiale:

“quando i miei cromosomi erano tutti femminili, tutti “XX” e prima che un “Y” arrivasse negli ultimi giorni della mia permanenza nella pancia di mia madre e mi trasformasse in maschio”.

Non regge la differenza in quanto lei “non le assomiglia”:

“Che posto dovevo dare a questa donna che non mi assomigliava, ed era me stesso fino a questo punto?”

Amore per l’uomo è “volontà di omogeneizzazione”, assimilazione dell’altra a sé, e in lei vede sempre un’estranea:

“Il suo paese era un altro. Non era fatta come noi […] mi chiedevo che mai volesse questa donna che non aveva l’aria di aspettarmi”.

La donna, che proviene da un villaggio diverso, non sarebbe mai diventata la sua casa e la sua gente, e se lo diventerà l’uomo capirà di aver perduto la sua casa, la sua gente “perché lei non sarebbe stata né l’una né l’altra”. Nella sua estrema fragilità l’uomo non si sente rassicurato perché “la donna è predisposta in quanto tale a dimenticare e sostituire […] sapendo per istinto che la sua stessa memoria è all’insegna della sostituzione, e non le importa lasciare i suoi, cambiare nome, andarsene. Si spoglia, si riveste, e parte”.

In lei vede una continua minaccia alla sua integrità fisica, come “un ridicolo drago” acquattato tra lei e il suo stesso corpo che “andava guadagnando spazio man mano che il suo amore si faceva più intenso […] mentre il mio si restringeva sempre di più”.

Si sente scalzato oltre che dalla casa materna che la donna ha trasformato poco alla volta, insieme alla sorella di lui Asmà, fino a renderla irriconoscibile, anche “dalla comunità dei maschi, dal suo stesso corpo, e da tutti i luoghi che erano stati suoi”. Scalzato persino dalla sua anima, e lasciato fuori all’addiaccio “nudo come un verme nel pieno di una guerra fratricida [… ] Mio dio costei è molto più forte di quello che immagino […] e mi conduce ai limiti di debolezza e fragilità cui non potrò arrendermi”.

In questi frangenti di fragilità l’uomo va a cercare un amico che lo spalleggi mettendosi dalla sua parte, contro di lei. Un amico “che rimettesse l’immagine di lei accanto alle infinite immagini femminili […] scoprendo […] che sono tutte uguali”.

Altre volte l’uomo per non arrendersi del tutto ascolta “avidamente le storie di animali e piante che si riproducono da soli e presentano caratteri maschili e femminili, invidiando loro quel privilegio che li riscattava dal dolore”.

Il dolore della separazione dal corpo dell’altra quando questa deciderà di andarsene:

“Un giorno o l’altro se ne andrà, dicevo […] se ne sarebbe andata per il semplice fatto di essere separata da me e di stare in un altro corpo che comandava secondo la sua volontà” […] Le donne [infatti ora pensano e vogliono la loro parte […] Prova a dire: “sei libera” ad una donna e vedrai qualco]sa che lei stessa sa solo per istinto o per natura”.

Ma anche quando la donna, di sua iniziativa, si fa “uguale e somigliante al maschio” sostando nella pubblica piazza o lavorando, non sembra avere scampo, in quanto gli uomini si sentiranno “traditi”:

“Erano la nostra difesa dalla follia e dalla deviazione, ma adesso faranno come noi, e all’inferno quel poco di equilibrio che era rimasto nel mondo. Saranno le donne il vero castigo […] Diventeranno simili a noi, ora, perché vediamo noi stessi, come quando il figlio cresce e mostra al padre l’eredità dei suoi geni”.

Sebbene l’uomo sappia che l’altra lo ami “non c’è niente che possa bastare a dar[me]ne certezza” se non uccidendola. E’ nella natura stessa dell’amore “ricondotto alla sua radice assoluta e immedicabile”, scrive Barakat nella postfazione, “ovvero al desiderio di morte”:

“Chi non ha ucciso rimane preda dei suoi sogni, del suo dolore, di una ricerca estenuante di salvezza miracolosa […] chi non ha conosciuto l’amore, e la passione, compiuta come un sole, non sa”.

Non trovando più in se stesso “nessun potere e nessuna forza”, cresce nell’uomo “in modo allarmante il bisogno di potere e di forza”:

“Bisognava che la uccidessi perché […] una donna sola non basta e perché l’eccezione alla regola è l’estremo tormento della regola. E perché ogni donna che amiamo è l’eccezione alla regola e il suo estremo tormento”.

“Come potevo accettare di essere così debole?” si domanda l’uomo.

La morte dell’altra diventa l’unica modalità di attraversamento del conflitto; unico passaggio che permette all’uomo di “salvarsi” trovando “la pace” e “l’appagamento”. Di colmare il vuoto del suo corpo senza desideri. Come sono i corpi dei malati d’amore.

“Sono cambiato molto […] ora vedevo il dolore come in sogno: sono io e non sono io; è il mio corpo e non lo è; come se fossi uno spettatore; e come se avessi due corpi. Non erano come quei due corpi di un tempo, che mi facevano male al momento della separazione, e del ricongiungimento”.

Forse questa donna non è mai esistita, scrive Barakat nella postfazione, viste le “molteplici dimenticanze” che hanno colpito l’uomo dopo l’uccisione, e che non gli permettono di ricostruire la storia. O forse si tratta di un’uccisione simbolica. In entrambi i casi, per uccidere un nemico, scrive Barakat, lo devi conoscere […]. Il nemico sei tu e questo fa molto più male.

Ma bisognava che l’uomo la uccidesse affinché possano esistere luoghi come il Convento del Crocefisso, dove vive rinchiuso l’uomo ritenuto pazzo dai familiari. Un luogo costruito apposta per tenere a grande distanza, separati, esiliati, i diversi come lui che insinuano in quelli di fuori “il terrore nel loro fondo sepolto” perché sono invece troppo somiglianti. E poterli così dimenticare. Come dimenticano i pazzi e i malati “per evadere …e rifugiarsi nel sonno dai tempi che corrono”.

Hoda Barakat Malati D’Amore, Jouvence, 1997, pag. 169, lire 16000

 

 

 

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