Poesia, le donne scrivono di tutto

 

Un numero tutto dedicato alla poesia femminile, corredato da interviste, poesie, annotazioni, editoriali, interventi critici, quello di dicembre della quasi fanzine Versante Ripido. Con prese di posizione non scontate, con una serie di voci non sempre accomunate da una medesima o limitrofa visione dei temi e dei fenomeni conseguenti. Un dibattito dato per morto per tanti o inutile per molti di più, qui si anima di una sua veste variegata e conferma che a scandagliare gli spazi minimi si trova sempre qualcosa di nuovo e inaspettato. Senza ripercorrere i vecchi sentieri polverosi e senza avanzare proclami che fanno della bellicosità trattenuta una bandiera stinta. Vorrei dire che tutti gli interventi sono ricchi di stimoli, ma troppi per essere ricordati uno a uno. È un invito a leggere il numero, che ha avuto la prontezza, in questi tempi in cui si discute della marginalità della poesia in Italia e della ripetizione stucchevole dei modelli, di riprendere un tema già ampiamente dibattuto sollecitando angolature nuove di osservazione e analisi.

Alcuni punti di partenza sono da marcare. La consapevolezza che la voce femminile in poesia è quella voce che anche se non rimarrà per sempre ‘diversa’, lo è stata a lungo e lo è ancora (dall’editoriale di Marinella Polidori). E ancora, che la scrittura poetica delle donne, in particolare in Italia, oggi non piace troppo e, forse, non piace troppo soprattutto alle donne. E Polidori avanza una proposta interessante, la chiama “un esercizio di zelo”: occorre ripensare la scrittura poetica delle donne nella contemporaneità in Italia soprattutto per quanto riguarda i suoi sviluppi (mancati, a suo giudizio), e la scarsa efficacia che ha sul piano generale relazionale; non rappresenta generalmente una modalità di conoscenza “a vantaggio di una interpretazione del presente”, ma resta spesso chiusa nella famosa stanza di cui sappiamo. Una forma di autoreferenzialità, quindi, che può dimostrarsi un boomerang, uno specchio deformante che restituisce o falsa questioni importanti come quelle della nostra autorealizzazione e libertà. Da sostenere la proposta di leggere le poete partendo da un principio di “lealtà sulla realtà”: porsi domande sulla qualità della scrittura, ma anche sulla presenza di poete nelle redazioni di riviste letterarie, nelle case editrici con ruoli significativi, come critiche autorevoli e conosciute. Domande su quali poeti/e leggono di preferenza le donne e perché, sollecitare esercizi di “comprensione, autoanalisi e ammirazione” , specie rivolti alla poesia italiana (mentre la straniera gode di maggiore attenzione). Una mancanza, a mio avviso, è nel non aver fatto cenno, visto che la richiesta di un osservatorio critico e autorevole sulla poesia italiana contemporanea è al centro dell’analisi, al ruolo che la Società Italiana delle Letterate gioca da diversi anni nel campo della critica, della cura e dell’osservazione delle scritture delle donne del passato e del presente. Anche qui difetto di conoscenza?

Interessanti le interviste. Quella a Ana Luisa Amaral (voce molto importante del Portogallo) a cura di Anna Belozorovitch, mette in evidenza l’essere poeta-donna, questione complicata che va ben al di là di semplici tratti biologici. Anche qui la questione dei recinti, molte autrici autorevoli non ne vogliono sapere di essere confinate dentro connotazioni femminili, e anche il tema della nominazione del soggetto scrivente – poeta o poetessa – ormai ha fatto il suo tempo, poteva interessare diversi anni fa e forse aveva una sua dirompente specificazione, oggi appare una battaglia di retroguardia, usurata nella sua staticità. E’ una questione di tipo culturale, storico, sociale – dice Ana Luisa Amaral – Più che chiedermi cosa sia la scrittura femminile, a me interessa invece pensare a quali siano i meccanismi di oppressione, di disuguaglianza, di discriminazione che ha sofferto metà della specie umana. E, all’interno di questa metà, quella parte che scrive poesia. E poi una osservazione che interroga molte poete della contemporaneità, sicuramente da considerare in una seria riflessione: perché poetesse con opere pubblicate e un discreto curriculum alle spalle difficilmente parlano de “la mia opera”, mentre tanti giovani poeti, magari poco sopra ai vent’anni, non hanno alcuna remora a farlo? La riflessione non riguarda la possibilità di pubblicare: ormai molte donne pubblicano, riguarda quello spazio tra pubblico e privato in cui si muove la poesia. È qualcosa di intimo, personale, ma che per vivere ha bisogno di comunicazione. Perché passa sempre attraverso lo sguardo soggettivo dell’altro.

E la poesia è una necessità, come dice Rossella Tempesta nell’intervista, è anche una scelta di semplicità che ha come compito rendere comune il sentire, il cui costo è alto, lontano da tanta poesia intellettualoide. Ma scambiare per banale la preziosità del quotidiano, che invece è la miniera dello straordinario nelle nostre esistenze, ci fa perdere il vero contatto con il presente in cui viviamo. E scriverne diventa mettersi in contatto direttamente con chi legge, scoprire che lo scambio è possibile.

Che poi la poesia scritta da donne si aggiri sempre nei meandri del corpo, o dell’intimo sentimento perché le donne hanno qualità più squisitamente emozionali, viene saggiamente ribaltato dall’intervento di Francesca Del Moro: le donne scrivono di tutto, spesso partono dalla propria esperienza non per limitare la voce ma per marcare concretezza all’universale, con buona pace di tanti stereotipi legati alla cosiddetta “poesia al femminile”. Il punto discriminante diventa lo sguardo: come affrontare certi temi che sembrano connessi naturalmente al soggetto donna. Ma qui vorrei dire che anche queste posizioni sono frutto di cultura, e la soluzione non è certamente, a mio avviso, collezionare antologie di sole donne che trattano temi di donne.

Eppure, lo sappiamo bene da molti anni, il linguaggio non è mai neutro, il soggetto che lo esprime è connotato, ha una voce propria. Allora la domanda da porre è: come osserva il mondo che cambia questa voce, il mondo tutto con le sue contraddizioni e lacerazioni, gli scambi, le trasformazioni, i passaggi, le contaminazioni tra popoli, non solo il giardino o la casa, senza peraltro scordare il punto primo dell’esistere.

Versante Ripido, Fanzine a uscita più o meno mensile per la diffusione della buona poesia, Numero 11 – dicembre 2015: La poesia femminile.

www.versanteripido.it

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One Comment
  1. Leila Falà

    Bello il tuo articolo, Gabriella.
    Ci hai precedute. Il Gruppo ’98 Poesia (Bologna) infatti aveva in mente una riflessione e una “risposta” comune da rilanciare alle “altre” e in generale. Ho proposto al gruppo una lettura del numero di Versante Ripido e in particolare proprio di alcuni articoli che citi, infatti! Con calma, arriviamo.

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