I maschi sono plurali

Sono raccolti in un poderoso volume di 587 pagine che si intitola La questione maschile,  percorsi di ricerca che si sono incrociati e incontrati nella tre giorni dell’omonimo Convegno organizzato nel marzo 2015 dal Forum d’Ateneo per le politiche e gli studi di genere dell’Università di Padova, presieduto da Saveria Chemotti, che è anche la curatrice del libro.

Il Forum d’Ateneo, che si è costituito nel 2003 e su cui è focalizzato il contributo della curatrice, si è posto negli anni come “centro e osservatorio permanente di progettazione intellettuale e di scambio culturale” aprendosi al territorio, valorizzando diversi tipi di esperienza e progettazione delle donne, e offrendo un modello singolare di confronto fra linee di ricerca nazionali e internazionali, attraverso una serie di convegni annuali che hanno dato vita ad altrettanti nuclei di riflessione su corpi, identità, percorsi e studi gendered oriented, tutti raccolti e pubblicati dall’editore Il Poligrafo. Alcuni titoli, come Corpi d’identità. Codici e immagini del corpo femminile nella cultura e nella società (24-25 ottobre 2003), Inquietudini queer: desiderio, performance, scrittura (9-10 novembre 2011), Affettività elettive. Relazioni e costellazioni dis-ordinate (13, 14, 15 novembre 2012) mostrano l’interdisciplinarietà, che è una delle caratteristiche della modalità relazionale insita nella ricerca scientifica di genere.

Come sottolinea Stefano Ciccone nel suo contributo, l’importante è riconoscere a livello sociale la “condizione parziale” del maschile, la sua non universalità. Riconoscere il maschile come parzialità è il debito dovuto verso la metodologia e i valori del pensiero femminista, che ha aperto la strada a un pensiero che fa del soggetto relazionale, e dei corpi dei soggetti in relazione, il centro e il nesso di ogni rapporto col potere. C’è ancora una grossa difficoltà, sottolinea Ciccone, per il maschile a esprimere l’esperienza del cambiamento, esiste ancora un importante silenzio del maschile sul maschile stesso, che esprime la difficoltà a riconoscersi nella parzialità e non “naturalmente” collocati nel mondo.

Anche per Elisabetta Ruspini, nel contributo presentato con Sabrina Perra, la rinegoziazione della mascolinità egemone passa oggi attraverso lo spazio sociale. Nei nuovi lavori un tempo considerati femminili e femminilizzanti, come il lavoro di cura, l’insegnamento o la casalinghità, avvertiti socialmente come a ridotto status sociale, le mascolinità non egemoni possono esprimere più liberamente le loro soggettività e avanzare contributi di cambiamento simbolico, ridefinendo la propria mascolinità e la propria identità lavorativa.

A differenza di altri paesi europei, in Italia cresce la polarizzazione del lavoro fra professioni intellettuali e manuali, cui corrisponde un sistema di stratificazione sociale fortemente penalizzante e dequalificante della forza lavoro, che abbassa ulteriormente la limitata competitività del sistema produttivo italiano, colpendo ancora una volta le donne nelle occupazioni più qualificate.

L’ipotesi che le studiose stanno verificando è che “le relazioni di lavoro possono rappresentare luoghi di trasformazione delle soggettività maschili la cui portata va ben oltre l’identità lavorativa”.

Il lavoro, dunque, sta cambiando l’identità di genere, mentre resistono ancora forti stereotipi in un “discorso pubblico” dove “l’ordine di genere, i codici delle mascolinità egemoni e delle femminilità socialmente preferite sono continuamente riaffermati e rafforzati attraverso rappresentazioni sessiste, omofobiche e razziste”.

Secondo Nicla Vassallo, i “punti di vista sia maschili sia femminili si moltiplicano” e l’appartenenza di genere maschile riesce ancora oggi “ad accompagnarsi ad esercizi di arroganza epistemica”, dove le appartenenze risultano di tipo precettistico e predittivo. Dobbiamo al mondo queer quello che “ci hanno donato in termini conoscitivi, in ogni tipologia della conoscenza, attraverso opere e saggi: è insufficiente rammentare quella estetica, etica, logico-matematica, letteraria”.

Il contributo di Giuseppe Burgio riconduce lo sguardo sulla rigidità della gabbia di genere quadripartita (maschile/femminile//eterosessuale/omosessuale), riconoscendo l’evidenza storica e antropologica di diverse forme di omosessualità come bisessualità fluide, definibili come stabili o transitorie, simultanee o successive, riscontrabili nei comportamenti di uomini e donne in diverse situazioni sociali, età (carcere, adolescenza) e culture (occidentale, greca antica, asiatica, africana), tanto da poter riscrivere il concetto stesso di orientamento sessuale come qualcosa di definibile ex post, cioè come un concetto descrittivo e non regolativo. Questa cornice teorica, secondo Burgio, consente di accogliere tutte le “modulazioni della sessualità umana” come un “continuum che costituisce una potenzialità plurale del desiderio (verso l’uno e/o l’altro sesso) che alcuni stabilmente e altri momentaneamente possono attivare”.

Molto interessante la ricerca di Cristina Oddone sul “discorso della violenza maschile”, dove l’indagine etnografica da lei condotta in un CAM, Centro di ascolto per uomini maltrattanti, ha messo a fuoco da una parte le percezioni e rappresentazioni degli uomini autori di violenza, dall’altra un’analisi del linguaggio messo in campo dagli operatori della comunicazione per trattare il fenomeno della violenza. Entrambe queste narrazioni risentono di stereotipi e immagini fantasmatiche del maschile egemone che si esprimono e amplificano nel linguaggio dei media attraverso l’eccezionalità (la violenza come evento straordinario e dunque lontano da sé), gli attori (vengono evidenziati maggiormente episodi di violenza dove questa è esercitata da cittadini stranieri, o su donne giovani e belle), le presunte cause (passionalità, gelosia, dunque una forma di amore). Dal racconto di sé degli uomini maltrattanti emerge la possibilità di “nuove dimensioni della realtà, che in principio sfuggivano al loro sguardo auto-centrato”, superando la violenza come elemento a disposizione di un immaginario centrato sulla maschilità egemonica.

Moltissimi inoltre i contributi che affrontano un’analisi gendered oriented del mondo simbolico occidentale e orientale (le fonti della Cina classica, nel contributo di Amina Crisma), attraverso immagini maschili sovraesposte o oscurate da quello che si configura come il campo dell’educazione formale e informale: la paternità di Dio, la scuola dell’Ottocento, la letteratura per l’infanzia, la letteratura tout court, il cinema, l’arte, la lirica, il melodramma, la danza, il mito, il mondo della mascolinità armata e delle rappresentazioni storiche della guerra.

Figure dell’oscurità, come il lupo mannaro (Sonia Maura Barillari) o il maschio selvatico (Claudio Risé), dell’ambiguità, come l’Hermaphrodito di Alberto Savinio (Roberto Deidier) o il Don Giovanni (Umberto Curi) o della fisicità maschile, come la voce del tenore (Annamaria Cecconi) vengono rilette alla luce di un sapere che si interroga su centralità e marginalità, egemonia e devianza, rapporti di potere, attraverso nuove categorie e declinazioni di genere non più uniche e monolitiche ma multiprospettiche e plurali.

La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi, a cura di Saveria Chemotti, Padova, Il Poligrafo, 2015.

 

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One Comment
  1. Spasmo

    Questo progetto ha il destino di fallire perché solo l’uomo è in grado di capire l’altezza, la profondità, l’estensione e la vastità della sua degradazione. La donna non può parlare a suo nome perché è stata educata a pensare alla differenza di lui in un senso così materiale che non è in grado di giudicare i pensieri, i sentimenti, le opinioni dell’uomo. Gli esseri morali possono giudicare gli altri solo in base a se stessi: nel momento in cui scambiano una natura differente per una del loro stesso tipo, falliscono completamente.

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