Cento anni di Cina

Fornire una chiave di lettura per comprendere la complessità del mondo contemporaneo e gettare un ponte fra realtà distanti come quelle occidentale e orientale, raccontandone le esperienze umane, letterarie, scientifiche e politiche: è questo l’intento della casa editrice “O barra O “che negli ultimi anni ha pubblicato tre volumi – I carnet del viaggio in Cina (2010), Fuga sulla Luna e altre antiche storie rinarrate (2014) e Un tè con Mo Yan e altri scrittori cinesi (2015) – che assolvono pienamente a tale prospettiva editoriale e che meritano una lettura d’insieme per meglio comprendere il filo rosso che li unisce.

I carnet del viaggio in Cina di Roland Barthes, è uscito nel 2010 nella collana Occidente_Oriente/Diari, in un’edizione a cura di Anne Herschberg Pierrot e con un’introduzione di Renata Pisu. Il volume propone al lettore italiano un’edizione critica degli appunti presi dal saggista e semiologo strutturalista francese, durante il suo viaggio nella Cina della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria nel 1974, e raccolti in tre quaderni pubblicati postumi nel 2009. Giunto a Pechino insieme ad una delegazione della rivista francese «Tel Quel» nel pieno della campagna Pilin Pikong contro il revisionismo e il pensiero confuciano, costretto ad un estenuante tour tra cooperative, fabbriche e scuole secondo l’itinerario prestabilito all’epoca per i visitatori stranieri, Barthes annota le sue impressioni su ciò che vede e ciò che sente, tentando di gettare uno sguardo “di sbieco” rispetto al discorso ideologico cinese e alle aspettative degli osservatori occidentali, alternando descrizioni dettagliate a osservazioni personali in cui non manca di esprimere il suo disincanto e la sua insofferenza verso i cliché della narrazione cinese rispetto all’esperienza rivoluzionaria, verso i limiti alle interazioni e agli spostamenti imposti ai visitatori stranieri e più in generale verso quell’assenza di “imprevisto” che tanto l’aveva affascinato nel suo precedente viaggio in Giappone e che riesce a cogliere solo di quando in quando in una bella calligrafia o nello sguardo affascinante di un operaio. Originariamente non destinati al pubblico e di conseguenza non filtrati dalle esigenze editoriali, i carnet sono un prezioso documento che fornisce al lettore un ritratto autentico e non filtrato dal discorso istituzionale di una Cina ormai scomparsa e che pochi occidentali hanno avuto l’occasione di conoscere in prima persona. Il dettagliato apparato critico arricchisce il volume contestualizzando le acute osservazioni di Barthes e fornendo la chiave di lettura di annotazioni spesso sintetiche e di difficile interpretazione.

Fuga sulla Luna e altre antiche storie rinarrate di Lu Xun, il padre della letteratura cinese contemporanea, è stato invece pubblicato nel 2014 nella collana In-Asia/Cina in un’edizione tradotta e annotata da Ivan Franceschini. Si tratta della rielaborazione in lingua vernacolare di otto racconti della mitologia, del folklore e della storia cinesi, composti da Lu Xun a partire dal 1922 e raccolti in volume nel 1935. Considerati a lungo una “bizzarra anomalia” nella sterminata produzione letteraria dell’autore dalla critica sia cinese che occidentale, questi racconti “faceti” presentano un vivace spaccato sui dibattiti intellettuali della Cina repubblicana, nonché una critica corrosiva alla società cinese dell’epoca, mantenendo intatto lo stile polemico e disincantato tipico dell’autore: in Domare le acque, ad esempio, Lu Xun riprede il mito di Yu, sovrano che secondo la leggenda salvò l’umanità da un terribile diluvio, per ritrarre l’ipocrisia degli intellettuali, la corruzione della classe dominante e la passività della popolazione cinese degli anni Trenta, con numerose caricature di personaggi del tempo e frequenti riferimenti a vicende d’attualità; in La Forgiatura delle spade, un’antica leggenda in cui il tema della vendetta si amalgama ad elementi fantastici, Lu Xun riflette sulle tragiche conseguenze che si possono scatenare dal risveglio delle coscienze e dall’istigazione al martirio politico; né mancano riferimenti a vicende personali dell’autore, come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, o riflessioni metanarrative (La resurrezione dei morti) e sul processo creativo (Rattoppando il cielo). L’eccellente lavoro editoriale di Ivan Franceschini, attraverso le introduzioni agli otto racconti e un ricco apparato di note, consente anche al lettore non esperto di cogliere tutti i rifermenti al contesto storico, letterario e sociale presenti nella narrazione, in quella che non è solo una riproposta delle Antiche storie rinarrate al pubblico italiano (la prima traduzione italiana, a cura di Primerose Gigliesi, è da tempo fuori catalogo), ma soprattutto una riscoperta e una rilettura critica di questi racconti troppo a lungo considerati marginali nell’opera di Lu Xun.

L’ultimo dei tre volumi è Un tè con Mo Yan e altri scrittori cinesi del giornalista del Corriere della Sera Marco Del Corona. Pubblicato nel 2015 nella collana Occidente_Oriente/Reportage, il volume raccoglie le interviste, per la maggior parte inedite, rivolte dal giornalista a diciotto scrittori tra i più rappresentativi del panorama della letteratura contemporanea cinese, a cominciare da Mo Yan, Nobel 2012 per la letteratura, per passare ad autori di fama internazionale come Yu Hua, Su Tong e Yan Lianke, fino all’unica autrice del volume le cui opere non godono di una traduzione italiana, la scrittrice di racconti per ragazzi Yang Hongyin. L’intento di Marco Del Corona è quello dichiarato di riportare fedelmente le parole di ciascun autore, e attraverso tali “cronache della distanza” tentare di raccogliere testimonianze dirette per una lettura autentica della Cina di oggi. Il giornalista prende spunto dalla produzione letteraria di ciascun autore toccare temi che vanno dall’attualità del boom economico e del “Sogno cinese” al rapporto dei cinesi con la tradizione, passando per argomenti ancora sensibili come le ferite della Rivoluzione Culturale e la repressione di piazza Tian’anmen. Se quindi con il laconico Mo Yan, intervistato tre volte tra il 2009 e il 2012, è inevitabile il riferimento al Nobel e al rapporto dell’autore, membro del PCC e vicepresidente dell’Associazione degli scrittori, con il potere, e con Su Tong si parla della figura femminile nella letteratura cinese, con il dissacrante Yu Hua la conversazione si sposta su temi più scottanti come vicenda di Tian’anmen, mentre con Acheng, ritiratosi dal mondo letterario, il dialogo si fa più intimo e tocca argomenti come la libertà degli intellettuali. Non mancano interviste ai giovani autori campioni d’incasso nella Repubblica Popolare, come lo “Shanghai boy” Guo Jingming e il controverso Han Han. Fine ultimo è quello di ridurre la distanza spesso percepita dagli Occidentali nei confronti della Cina, Paese che secondo Del Corona si può conoscere solo “attraverso la distanza” e attraverso gli incontri con le persone, “porte d’accesso alla differenza”. Chiude il volume una bibliografia che riporta le opere di ciascun autore tradotte nella nostra lingua, per permettere al lettore italiano di approfondire l’esperienza dell’incontro con gli autori intervistati.

 

 

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