Se l'Italia è Palermo. Mafia e anni '70 secondo Giuliana Saladino

Wu Ming 1 giudicò Gomorra di Saviano, uscito per Mondadori nel 2006, un “crossover ineffabile”, annoverandolo tra i non-fiction novel, commistione di romanzo e saggistica, inaugurata con l’uscita di A sangue freddo di Capote nel 1967. E individuò nella assunzione di responsabilità: “io vedo, sento, parlo e così testimonio” la capacità dell’autore di “cucire insieme le storie e metterle nella giusta sequenza iniziatica”.

Alla fine del libro non ci si sente esclusi, scrisse Wu Ming 1. La camorra non è più solo affare dei camorristi e nemmeno dei napoletani o dei magistrati. Ci appartiene: noi siamo anche questo. E parla della potenza della lingua capace di trasformare le persone in personaggi, la cronaca in mito.

Wu Ming 1 evidentemente non aveva letto Giuliana Saladino, una donna che frugava “tra le scorie […] tra questioni di fondo irrisolte accantonate come rifiuti […] il luccichio della domanda giusta”.

Una giornalista che già nel 1971 si faceva testimone del suo tempo, cercava il significato di ciò che denunciava, usando la parola letteraria.

“Ricordare, raccontare, testimoniare, non è vero che non vale la pena… Bisogna ricordare, se non altro per quelli che hanno pagato di persona” scrive in Terra di Rapina.

Il risultato furono tre romanzi, due pubblicati in vita De Mauro. Una cronaca palermitana, Feltrinelli, 1972; Terra di rapina, Einaudi, 1977. Romanzo civile, Sellerio, 2000, pubblicato postumo.

Romanzi corali, saggi di storia collettiva, inchieste, diari civili, gialli, pamphlet: sono queste le definizioni dei suoi libri dallo stile “asciutto e graffiante”. Una lingua che Giovanna Fiume giudica “sobria, diretta, di letteraria eleganza e ricca di musicalità”. Una scrittura “per sottrazione”, sottoposta “a cura dimagrante […] mettendone in risalto ossa e nervi”. “Nervosa”, “al femminile”, per i critici, che lei invece chiamava “a lassa e pigghia, lascia e piglia, interrotta venti volte, suona il telefono, si perde il filo, si ricomincia, suona il citofono, tutto daccapo, ora suonano alla porta, ma figurati, vieni, non facevo proprio nulla, riprendo, aspetta, la pentola a pressione fischia, ora scrivo questo”.

Giornalista-femminista-comunista, secondo Simona Mafai; “grintosa, anticonformista, ironica, capace di leggere il mutamento mentre è ancora in corso” secondo Giovanna Fiume, Giuliana Saladino nasce nobildonna nel 1925. Nel secondo dopoguerra entra nel Partito Comunista e ne uscirà dopo i fatti d’Ungheria. Insieme al marito, Marcello Cimino, compagno inseparabile, anima le lotte contadine nell’agrigentino, dei zolfatari a Caltanissetta e poi delle donne nei quartieri popolari di Palermo. Nel ‘46 è segretaria di redazione della rivista Chiarezza e nel ‘50 contribuisce alla formazione dell’Associazione donne Palermitane da cui nascerà l’UDI Palermo. Tra la fine degli anni ‘60 e il ‘70 firma numerose inchieste sulle donne e sulla città di Palermo per il giornale L’Ora. Nel ‘91 è tra le fondatrici di Mezzocielo e nel ’92, dopo la strage di Capaci dà vita al Comitato dei lenzuoli con l’esposizione di lenzuoli dai balconi della città con scritte contro la mafia. Assessora alla cultura durante la primavera siciliana lascia l’incarico dopo pochi mesi. “Se cambia Palermo, cambia l’Italia seppellendo […] quel cupo progetto gravido di mafia e di incubi […] che si chiama DC del Sud”, scriveva nei primi mesi di ottimismo che precedono le sue dimissioni. Muore nel 1999.

De Mauro. Una cronaca palermitana è stato ripubblicato alla fine del 2015 dall’Istituto Poligrafico Europeo col titolo “Romanzo politico De Mauro, una cronaca italiana”.

La scelta del nuovo sottotitolo – il libro precedente, si legge nell’introduzione, tranne una tiratura stampata clandestinamente non era stato più ristampato e scomparirà come il suo protagonista – è dettata dalle parole della stessa Saldino, che si leggono nell’ultima pagina: “chi si chiedeva se Palermo è l’Italia ora comincia a chiedersi se l’Italia è Palermo”.

Palermo come metafora, potremmo dire parafrasando Sciascia, al quale la Saladino è stata più volte paragonata. Ma il libro, definito dall’autrice “un aggrovigliato giallo politico a vasto spettro che abbraccia dai servizi segreti internazionali alla mafia di Alcamo; dallo spionaggio industriale al bandito Liggio; da Cosa Nostra ai ricatti della classe dirigente siciliana”, non è un poliziesco, come L’Affaire Moro.

E’ un romanzo politico che ha inizio la sera del 16 settembre 1970, giorno del rapimento di De Mauro, giornalista de L’Ora “portato via dallo scirocco che correva a 65 all’ora e il mercurio aveva sfiorato i 30”; e si chiude il 31 dicembre dello stesso anno, con l’urlo delle sirene di carabinieri, polizia e artificieri che saettano per la città impedendo le deflagrazioni di venti chili di tritolo e ottanta candelotti sistemati in contemporanea in quattro edifici pubblici di Palermo.

“L’urlo è così consueto”, annota Saladino, “che non riesce a distrarre i palermitani che brindano al 1971”.

Saladino scrive di De Mauro, ma protagonista del romanzo è Palermo, l’Italia, e i primi anni ’70, anni in cui parole come “mafia e antimafia entrano con molta circospezione all’interno della discussione politica nazionale” annota l’introduzione. Ed era lontana anche la consapevolezza anti mafiosa del popolo palermitano, e non solo, che comincerà a reagire dopo il 1982, con l’omicidio di Dalla Chiesa, e diventerà coscienza nazionale dopo il Maxiprocesso e la strage di Capaci. Erano anche gli anni in cui “l’Italia si sicilianizza”, come scrive Saladino: “Il questore di Milano è di Messina, il ministro degli interni è palermitano come il capo della polizia; palermitani sono i tre massimi magistrati della Corte di Cassazione; palermitano il segretario della Camera […] Siamo in mano ad una banda mafioso-politica che parte da Salemi, da Partinico e da Castellammare, si aggroviglia a Palermo, arriva dritta a Roma e dovunque ha uomini chiave in posti chiave”. Una mafia che agisce “con taglio e piglio da staff tecnologico […] rinnovata, perfetta e invincibile, unica a funzionare dove tutto si sfascia”.

Palermo. Una città “sporca, malata e sofferente, disseccata dal vento caldo, coperta di polvere”; una città “bella, sospesa tra il mare rosa e le montagne celesti, o il mare celeste e le montagne rosa, poi tutto sfuma in un viola malva e resta solo il neon”; una città brutta che volta le spalle al mare, “senza pace, devastata dai famelici”. Una città che aspetta. “Aspetta che il vento giri e se ne levi uno migliore” […] “Non è Europa e non è Africa. Non è capitalismo e non è feudalesimo. E’ solo una sacca”.

Una Palermo ancora senza sindaco, giunta e assessori, malgrado si sia votato a giugno.

Perché hanno rapito De Mauro? E’ la domanda.

Saladino fa proprie le parole della gente che se lo chiede per strada e nei salotti bene della citta:

“Donne? Macché donne. Intrighi. Forse intrighi. Soldi? Escluso, era povero. Ma spendeva bene. Spendeva, si. Era ricco. No era povero… Un ricatto? Non proprio ma siamo lì… De Mauro ricattatore, questa poi…cose da pazzi. Ma sicuro che non c’entra una donna? … Ogni ipotesi ha obiezioni, risposte alle obiezioni, contro risposte alle controbiezioni, in un gioco che fa saltare i nervi”.

Ad ottobre, un mese dalla scomparsa, e dopo che le tre piste – quella della droga, di Mattei e dell’Eni, e della mafia – sono state consumate da polizia, finanza e carabinieri, di De Mauro non si sa ancora nulla. La situazione è uguale a prima. Così come lo è la situazione economica di Palermo “languida e fresca avvolta da uno smalto” con la Keller (160 operai) che minaccia di smobilitare; 2400 spazzini (“13 miliardi all’anno per la città più sporca d’Italia”) sono in sciopero, e su 115 mila alunni solo 4000 sono entrati a scuola perché non ha né aule né insegnanti. In cambio ha finalmente un sindaco: si chiama Ciancimino, persona “impresentabile”. Non la pensano così i palermitani per i quali “Ciancimino o un altro che cosa cambia?”

A novembre De Mauro sarà “solo un fascicolo che continua a passare di mano in mano secondo la procedura”, mentre il questore risponde ai giornalisti con “linguaggio da sibilla cumana”.

Eppure “dal 16 settembre Palermo non è più la stessa … la città è incrudelita, più chiusa e cupa, più nemica di se stessa”.

“Col giornalista come finì?” Scrive Saladino facendo ancora propria la domanda della gente.

Il 7 dicembre, a 86 giorni dalla scomparsa, torna a scrivere:

“Di questa storia non si capisce più niente, né si capisce perché non se ne capisce niente. Si ha solo la sensazione che tutto avviene talmente al di sopra della testa del cittadino da dargli vivida coscienza della sua impotenza e nullità. Chi sa come è finita con de Mauro”.

Giuliana Saladino Romanzo politico. De Mauro, una cronaca italiana, Palermo, Istituto Poligrafico Europeo srl, 2015, pagine 116, euro 12,00

Della stessa autrice:

Terra di Rapina, Einaudi 1977; Sellerio, 2001.

Romanzo civile, Sellerio, 2000

Chissà come chiameremo questi anni, a cura di Giovanna Fiume, Sellerio, 2010

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