Poesia come azione di pace

La decima edizione di un Festival internazionale di Poesia che ha coinvolto, negli anni, 23 Paesi e 120 città, quest’anno si si svolge dal 1 al 31 di maggio in molte città e Paesi del mondo. A Venezia una delle edizioni italiane di e’ tenuta agli inizi di maggio, promossa dall’Associazione di Amicizia Italia Cuba Circolo “Vittorio Tommasi”, presidente Giuliana Grando, con numerose collaborazioni e patrocini importanti, quali l’Università Ca’ Foscari, l’Unione degli Armeni d’Italia, e altri, direttrice artistica Anna Lombardo, con la collaborazione di Zingonia Zingone.

Palabra en el Mundo è nato come una iniziativa di alcuni poeti che hanno formato un comitato per sostenere il Festival Internazionale di Poesia de L’Avana, nel 2007. L’obiettivo era quello di ottenere un reciproco sostegno e parallelamente era proposta di un Festival multidisciplinare centrato sulla poesia, in grado di dare vita a letture simultanee in vari punti in tutto il mondo. Oggi Palabra en el Mundo è un Festival che si presenta come un progetto indipendente, definito dalla partecipazione comune dei suoi membri e partner per garantire il funzionamento e l’attuazione delle sue varie linee di lavoro, disseminando parola poetica, letteratura, arti plastiche, danza, teatro, informazione, nelle diverse aree e zone delle città contemporanee, con particolare attenzione alle criticità, ai conflitti, alle situazioni problematiche della società.
Si fonda sulla fiducia negli effetti benefici agiti dalla parola, scritta, parlata, recitata, performata, elaborata in forme diverse attraverso una pluralità testuale e mediatica, capace di trasformazione oltre che di denuncia e riflessione.

Di fronte a una società occidentale sempre più chiusa nel solipsismo tecnologico, nell’egoismo individuale e di massa, nella paura dell’estraneo, con i bisogni drammatici che si moltiplicano vorticosamente in diverse aree nel presente, la proposta di una apertura “sensoriale” all’altro, una vicinanza che metta in gioco l’emozione, che tocchi corde profonde fondate sull’arte e la bellezza, diventa una strada da percorrere per esprimere ciò che siamo, che vogliamo essere: una pluralità di donne e uomini amanti della poesia come luogo di conoscenza, capace di essere compresa oltre le lingue e le culture, capace di collegare tradizione e innovazione, terreno di una cultura di pace che si fonda sulle diversità, sui reciproci e differenti approcci all’esperienza umana.

Il Festival di Venezia, ospitato nella mattina del 7 maggio al Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena, ha avuto come tema trainante una Tavola rotonda dal titolo: “La parola poetica e la parola della legge. Rifugiati di guerra: Lasciti di donne in fuga”, coordinata da Anna Lombardo e Debra Werblud, con l’intento progettuale di ascoltare le parole del diritto internazionale nel confronto con la voce dei poeti, su argomenti di drammatica attualità. Incrociare la parola poetica con quelle della legge, chiamando giuristi e poeti da diversi luoghi del mondo, riflettere sulle criticità contemporanee che vedono profughi, richiedenti asilo, rifugiati affluire sempre più numerosi verso un’Europa che alza muri e barriere, oppone ostacoli all’accoglienza e rischia la disgregazione nella ipotetica ricerca di soluzioni, offre a tutti una desolante visione di divisioni e contrasti, di ambiguità e violazioni dei diritti, dove anche la nozione, ricercata dalla giustizia, di “soglia minima per una accettabile vita umana”, secondo le parole di Martha Nussbaum, diventa labile o inesistente.
Il movimento esodale di massa rende impossibile la distinzione tra richiedenti asilo e migranti per povertà. Proprio la letteratura può essere palestra di conoscenza per mostrare le violazioni dei diritti, l’artista può provocare un trauma al fine di smuovere le coscienze. C’è anche una grande confusione nell’uso del linguaggio, sottolineano diversi giuristi, e conseguentemente nasce e si alimenta la disinformazione, la paura dell’estraneo. Vengono indagati i concetti di genocidio, come messaggio di morte rivolto alla società intera piuttosto che alle vittime, e di crimine, che ha obiettivi altrettanto perversi ma più circostanziati.

Oggi uno dei temi più scottanti, a giudizio dei relatori, è la massiccia partecipazione delle donne alla migrazione. Dal 2010 c’è stato un ribaltamento di dati: nel 2015 donne e minori hanno rappresentato circa il 60% dei profughi, e questo ha creato problemi specifici che necessitano di una normativa adeguata e ancora non attiva, non prevista. Su questo tema occorre cambiare il punto di osservazione, perché le donne che fuggono sono soggetti ancora più privi di diritti e oggetto spessissimo di ulteriori violenze. Il problema della persecuzione assume sempre più caratteristiche di genere e su questo mancano studi e analisi.

Nel pomeriggio autori e autrici si sono spostati al Liceo Artistico M. Guggenheim per una lettura poetica a più voci che ha coinvolto studenti di diverse scuole della città. Di rilievo una rilettura di testi classici in lingua originale (latina e greca) da parte di ragazzi e ragazze.
Anche la voce dei poeti provenienti da Spagna, Afganistan, Argentina, Turchia, Serbia, USA, Italia, ha seguito le linee generali del tema, intrecciando esperienze soggettive alla problematicità del presente, alle parole dei tanti poeti “in absentia”. La voci plurilingui alzate nella sala hanno dato ragione di una complessità che si tende spesso a essere ignorata, mentre sullo schermo si muovevano le traduzioni dei testi. E’ emerso uno spaccato di realtà difficile da raccontare attraverso parole neutrali, che puntino soltanto alla comunicazione, alla evidenza dei fatti. La poesia in questo richiama la sua autenticità, nell’essere in bilico, su una soglia, nel consentire passaggi di senso che penetrano e scalfiscono i vissuti, ne restituiscono gli spessori umorali e lo spirito, ne anticipano le comprensioni.
Di seguito alcuni testi di alcuni autori e autrici presenti.

Interrogativo d’inverno

Come molti altri prima di me
mi sono chiesto
quale fosse il senso
di questa laconica esistenza

Aspirando un tabacco troppo amaro
mi sono detto
ancora due o tre minuti
e la vita tornerà quella di prima

Stordito e obbediente di natura
ho trascorso le giornate
con una tazza di té fra le mani
unico calore inalterato negli anni

Contando gli autunni
le estati
le primavere
e gli inverni

ho atteso il giorno
in cui il corvo nero
si sarebbe seduto sul ramo di cedro
per cantare un ultimo requiem

e come l’albero tagliato in due
non poter più sentire
la neve che cade
il calore del te
tra le mani ghiacciate

Ho concluso
esser questo il senso della vita
una fine infinita

un gracchiare di corvo
(Basir Ahang – Afganistan)

***

Ecco ora parla il corpo
parla con voce di carne e foglia
voce di riva e casa
dove s’accampa l’intero
del corpo più scuote l’involucro
il vuoto a perdere che sono – il pieno
che scava mondo
carne e foglia riva e casa.

(Fabia Ghenzovich – Italia)

***

La notte che vedesti il cielo
le strade erano semplici scivoli
su altalene stellate
orsa maggiore vagante
tu seduta assente

II

Aprendo la porta sul cortile
rami di gelso
morbidi di brina
indifferenti

III

I volti assunti a pretesto
pendevano da un lato
come sigarette
lasciate a consumare
il letto del tempo

IV

Gli occhi stellati
a frugare tasche vuote
rosicchiare lembi
sdrucidi di lenzuola

V

Stipati tra pareti d’acciaio
uno starnuto trattenuto a stento
portò nel viso
il rosso settembrino delle vigne

VI

Un suono straniero
Una risata a sghimbescio
E i documenti sul selciato

(Anna Lombardo – Italia)

***

CAUCASO (frammento)

La domanda
in una New York senza gelsomini
torna
come legna al fuoco
come acqua al mare
dal mare
che non si colma,
come linciaggio
di incappucciati.
I’m Turkish, and you?
E io:
negra negra negra.
Puskin era negro,
lo dice Marina.
Al Nieuw Haarlem
dove prima
c’erano solo indiani;
negri.
Io una negra che sta
qui
adesso,
perché non ero
in Anatolia
in quel momento.
Qui come una barca
che ti cerca sulla riva
dei porti
del mare
che non si colma
perché mi veda
mentre affonfo.
La fune
con cui si impiccarono
le bambine
alle piantagioni.
Io, una negra
consumata
a frustate.
Tutte le mattine
del mondo
io
un popolo vinto
assisto
alla nascita
di una nazione.
Deformazioni.
Io sto qui
perché non ero

in quel momento.
Una negra
che non dorme mai
tutta intera.
Scaloni di vetro laminato,
legno bavarese
e marmo rosa,
finestre triangolari
disposte come squame
e la negra
alla deriva
in uno smarrimento
che la abbatte.
La negra vede Joseph Brodsky
al Russian Samovar
bere vodka fatta in casa.
Vede
il movimento di chi non vive.

(Ana Arzoumanian – Argentina)

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
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