Intervista/ Edoardo Albinati, o degli effetti di un'educazione maschile

Con “La scuola cattolica” Edoardo Albinati ha scritto un  libro insolito nella tradizione italiana. Non solo per la lunghezza, 1264 pagine, piuttosto per il genere. Una mescolanza di realtà e fiction, di memoria autobiografica e cronaca dal vero, in un intreccio inestricabile, come nella realtà. Non solo perché motore del romanzo è il  delitto del Circeo, avvenuto nel 1975. Un fatto, il sequestro e stupro di due ragazze  di cui una fu uccisa, mentre l’altra rimase chiusa per ore nel cofano della macchina con il cadavere dell’amica, un fatto che fa parte della storia del Paese. Ha segnato coscienze, ha portato al centro dell’attenzione quell’azione criminale, lo stupro, che prima non si riusciva neanche a nominare. È altrettanto un fatto che gli autori del delitto frequentavano la stessa scuola privata di Albinati, a Roma: Il San Leone Magno tenuta dai padri maristi, nel Quartiere Trieste, a tutti gli effetti co-protagonista del libro. Una scuola che allora era frequentata allora solo da maschi. Scuola, quartiere, e soprattutto l’educazione sentimentale-sessuale nonché politica e civile di adolescenti maschi negli anni sessanta- settanta. Non si tratta di un saggio, ma di un romanzo, quindi non si teorizza sulla identità maschile, né sulla violenza, anche se l’autore con tutta evidenza ne conosce i testi di riferimento. L’obiettivo è un avvicinarsi all’esperienza, al restituirne i molteplici effetti, in un passaggio cruciale. Gli infiniti rivoli del disgregarsi di una figura, un personaggio. Ovvero l’uomo, gli uomini.

Qual’è la molla che l’ha spinta a scrivere il libro?

“Il secondo delitto di Izzo, a Campobasso, quando era in libertà di vigilata. Lì ho capito che dovevo riprendere questo pezzo della mia vita che avevo messo da parte, che potevo scriverne, proprio per il fatto che avevamo studiato nella stessa scuola. Poi ho impiegato quasi dieci anni, senza lavorare in sequenza, anche per questo il libro ha assunto queste dimensioni”.

Al centro del libro ci sono sia l’educazione che i ragazzi ricevono, sia la mentalità che condividono. L’effetto, per chi legge, e’ di una notevole sincerità, decisamente spiazzante. Come mai ha scelto questa strada?

“Sono felice di avere raggiunto questo risultato, con un romanzo. Perché il libro, che pure è basato su fatti veri, almeno per il 50 per cento e’ inventato. Negli anni settanta il carattere maschile, che pure era dominante, nello stesso tempo era già in crisi. Replicarlo, tenerlo in vita era come una rivincita, rispetto a un mondo che andava in pezzi. E niente di meglio che una scuola tutta maschile per osservarlo”.

Lei scrive che le ragazze le donne per voi erano un vero mistero. Alcune pagine sono esilaranti.

“Non so perché l’avessero pensata così. Tutti maschi, gli allievi e i professori. L’unica donna era la signora che vendeva le merende. Una vera segregazione sessuale. Una situazione simile l’ho ritrovata nel carcere di Rebibbia”

Ecco, lei parla di una sentimentalità, tenerezza maschile, tra maschi. Cosa intende?

“Questa classe, questa comunità tutta maschile, per me è stata una grande occasione narrativa. Anche quando sono stato in Afghanistan alcuni mesi ho osservato lo stesso fenomeno, quando c’e’ l’assenza fisica delle donne, dell’elemento femminile. Una certa forma di affettuosità, di cavalleria, viene praticata tra uomini. E non parlo di relazioni esplicitamente omosessuali”

E allora, il delitto? Lei ha molto studiato e indagato, per scrivere questo libro. Cosa pensa ora, della violenza degli uomini sulle donne?

“Appartengo al genere di chi ha commesso il delitto, di chi fa violenza. Sono coinvolto fino al collo. Credo che il conflitto tra donne e uomini sia quello che riguarda tutti, più di quello tra le generazioni o quello di classe. Nessuno ne rimane fuori, o quasi. Se guardo freddamente il delitto del Circeo lo vedo come una rappresaglia, e come nella rappresaglia c’e’ un’intercambiabilita’ delle vittime. E anche degli stupratori. Già prima c’erano stati episodi di stupro, da parte di quel gruppo, coperti dal silenzio. Alcuni ragazzi quella sera per caso non c’erano”.

 

 

 

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