La prima volta di Hillary e Elisabeth

La settimana scorsa Hillary Clinton è diventata ufficialmente la candidata del Partito Democratico per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America dell’8 novembre prossimo. Dopo il primo presidente afro americano nella storia degli USA, il partito democratico candida la prima donna in corsa alla casa Bianca e Hillary Clinton, a sua volta, dichiara che vorrebbe al suo fianco come vice-presidente un’altra donna, la senatrice del Massachusetts: Elizabeth Warren.

Siamo di fronte all’ipotesi realistica che dall’autunno di quest’anno ci sarà quello che viene chiamato un ticket al femminile, vale a dire la possibilità che ai vertici del potere politico negli Stati Uniti d’America ci saranno due donne?

Sembrerebbe di sì: le due si sono incontrate venerdì scorso per un dialogo privato al seguito del quale Hillary Clinton ha apertamente dichiarato che la senatrice, figura di spicco del partito democratico, è altamente qualificata e che la vorrebbe come vice-presidente; a sua volta Warren, dopo aver espresso il suo endorsement, vale a dire l’appoggio alla candidatura della Clinton per la Casa Bianca, ha dichiarato in una intervista televisiva che accetterebbe il ruolo di vice-presidente.

Certo, alla base di questa ipotesi che vedrebbe addirittura due donne alla Casa Bianca, come presidente e vice-presidente, c’è una strategia politica che oltrepassa la questione di genere e che potrebbe davvero fare la differenza nella lotta contro il candidato repubblicano Donald Trump.

Warren si è infatti distinta per la sue battaglie contro la legge della giungla economica vigente a Wall Street, a cui Hillary Clinton, secondo i suoi delatori, sarebbe invece legata a doppio filo, per via dei suoi contatti fin troppo stretti con i poteri forti della finanza mondiale.

Docente di legge in varie università del paese, fin dalla fine degli anni ’70 Warren si occupa dei crolli finanziari che colpiscono la classe media americana, collaborando alla National Commission Bankruptcy Review (commissione nazionale per l’accertamento della bancarotta) e portando alla luce le cause dei frequenti dissesti finanziari della piccola imprenditoria statunitense: divorzi e malattie in nessun modo attutiti da una qualunque forma di sostegno pubblico. Purtroppo, nonostante il suo impegno decennale sul tema nel 2005, a capo della suddetta commissione, Warren non riesce ad imporsi sulla volontà delle lobby finanziarie di limitare le possibilità di dichiarare bancarotta per i piccoli consumatori.

La sua carriera nel campo, nonostante questa innegabile battuta d’arresto, non si interrompe e nel 2010 Elizabeth Warren, nata in Oklahoma da una famiglia piuttosto modesta, in cui fu la prima ed unica a laurearsi, viene scelta dal presidente Obama per lavorare alla creazione di un organismo di controllo finanziario: il Consumer Financial Protection Bureau che ha lo scopo di proteggere i consumatori da transazioni illegali, che vadano contro i loro interessi o che infrangano la legge.

Warren inoltre sarebbe un’alleata molto agguerrita contro Donald Trump: tra i due volano già strali sotto forma di tweet da ben prima che si ventilasse l’ipotesi della sua vice-presidenza: la senatrice di origini Cherokee non perde occasione per rispondere a tema al candidato repubblicano che, come risaputo, non lesina commenti di cattivo gusto. Si è infatti riferito a Warren chiamandola Pocahontas, per via della discendenza dai nativi americani della senatrice che, di tutta risposta, lo ha apostrofato come bullo razzista, pronto a difendere solo i propri interessi.

C’è chi scrive che l’ipotesi del ticket al femminile da proporre contro Donald Trump e la maggioranza dei suoi elettori, uomini e bianchi, sia una scelta pericolosa; chi sostiene invece che se si teme che il sessismo influenzi le elezioni, la Clinton ne sarebbe vittima, anche se scegliesse un uomo come candidato vice-presidente. Certo è che al di là della questione di genere, il binomio Clinton-Warren risponde ad una esigenza politica chiara e in sé molto convincente: per Clinton avere Elizabeth Warren al suo fianco rappresenta la possibilità di avvicinarsi e strizzare l’occhio all’ala più progressista del suo partito.

Elizabeth Warren, senatrice dal 2012, le permetterebbe, infatti, di avere l’appoggio anche di quella parte definita liberal del partito democratico, vale a dire la fazione più progressista che ha dimostrato, con gli entusiasmanti successi di Bernie Sanders nella corsa alle primarie dei mesi scorsi, di essere tutt’altro che silente. Il ticket al femminile potrebbe risultare vincente, allora, non per l’ardire della doppietta femminile, ma perché Clinton e Warren al di là della loro appartenenza di genere, rappresentano le due anime di un partito che mostrerebbe di saper dialogare. Più che la quota rosa, è questo l’indubbio valore aggiunto.

 

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