La sorellina fantasma

È esile l’ultimo libro di Annie Ernaux tradotto in Italia: L’altra figlia, pubblicato quest’anno dalla casa editrice L’Orma. Poco più di 80 pagine di una lettera scritta alla sorella morta prima che Annie nascesse. Eppure, da questo tema che lei stessa stenta a credere possa dare vita ad un racconto: “ho l’impressione di non avere una lingua per te, per dire di te, di non saper parlare di te […] Sei l’anti-linguaggio”, la scrittrice francese, autrice di molti altri testi autobiografici (per esempio Gli anni, Il posto, Una vita di donna) racconta il cuore della relazione tra la scrittura e ciò che disturba e inquieta, insomma il perturbante anzi La perturbante, come dice il titolo di una significativa raccolta di saggi che lo volge al femminile.

La personaggia della sorella defunta a sei anni a causa di una difterite è a tutti gli effetti un fantasma, la più classica figura del perturbante: è “la bambina invisibile” che “gironzola” intorno alla scrittrice, anch’essa bambina, nella casa che era stata di entrambe, nella stanza e nel letto che hanno abitato e vissuto tutte e due, senza sapere, l’una dell’esistenza dell’altra. Come ogni vero fantasma, però, l’incorporeità non decreta inesistenza. La sorella di cui i genitori non le hanno mai parlato, di cui non hanno mai pronunciato il nome, neanche una volta, Ginette, c’è, “è una presenza”. Ancora, nel caratterizzare la personaggia della bambina defunta come elemento fantasmatico, Ernaux esplicita che scrivere di lei equivale a “rincorrere un’ombra”.

Eppure la sua reazione, rispetto all’ombra della sorella, non è netta, non è univoca. Intanto perché, come scrive in un passo memorabile sulla relazione psicanalitica tra scrittura e perturbante, Ernaux ricorda di dover tenere presente che, in quanto scrittore (al maschile nel testo, ndr), potrebbe essere il burattino del fantasma, che sempre si nasconde nella scrittura. E il suo approccio all’assenza perturbante della figlia che l’ha preceduta è profondamente ambiguo. Inafferrabile sembra essere il senso stesso per cui ha deciso di scriverne. Nel corso del testo, l’autrice esprime sia l’inesistenza della sorella: “tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Non abbiamo giocato, mangiato, dormito insieme”, sia la necessità di liberarsi di una presenza assillante nella sua assenza assoluta, ma anche il tentativo di riportarla in vita: “non è forse una forma di tua resurrezione libera da ogni legame di corpo e sangue quella che cerco attraverso questa lettera?”. Da notare che questa affermazione è posta tra parentesi quadre, è chiusa nello spazio del dubbio o dell’accidentale. Solo alla conclusione del testo ci permette di supporre quale fosse la domanda che lo suscitava, vale a dire che senso ha scriverti e scrivere di te: “farti rivivere e rimorire, per liberarmi di te, della tua ombra. Sfuggirti”. Una doppiezza che se la scrittura non ha risolto, ha semmai svelato: l’angoscia da cui sfuggire e la libertà in cui stare, la morte e la vita.

Il doppio, certo, è un’altra delle caratteristiche focali del perturbante, così come ce lo descrive Freud, attraverso principalmente la novella di E.T.A. Hoffmann L’uomo della sabbia, in cui una delle fonti di maggiore angoscia per il protagonista Nathanaël è l’inafferrabile doppiezza della donna amata, Olympia, che si rivelerà infine essere un automa. Nel testo di Ernaux la doppiezza è chiaramente esplicitata: “credevo sempre di essere il doppio di un’altra, di vivere altrove”. E essa torna nel momento in cui l’autrice dichiara che questa lettera, questo dialogo impossibile con la sorella defunta è in realtà un modo per rivolgersi alla madre: “scrivere significa parlarti di lei in continuazione, lei, la padrona del racconto”. Alla madre, protagonista di molti romanzi di Ernaux, l’altra per eccellenza, la scrittrice sembra volere chiedere, senza avere mai il coraggio di farlo esplicitamente, chi delle due figlie uniche che aveva generato, “nate dallo stesso corpo”, avesse amato di più. Anche per questa domanda la risposta non è una: “era più buona di quella lì. Quella lì sono io”, ma non nascondendo il timore di non essere comparabile all’angelo che Ginette era diventata morendo, Ernaux sottolinea a più riprese che i genitori la proteggevano, l’amavano come ciò che c’è di più prezioso.

Infine, la scrittrice francese arriva ad un aspetto cruciale, lo stesso su cui si concentra Hélène Cixous quando sostiene che la scrittura, che mette a confronto il doppio irrisolvibile della realtà e della finzione, è sempre perturbante. Da parte sua Ernaux scrive che la doppiezza appartiene alla finzione dell’altra, a cui lei ha un accesso privilegiato proprio per l’essere venuta al mondo come L’Altra figlia. Qui si radica l’affermazione, appunto perturbante: “io non scrivo perché tu sei morta, tu sei morta, perché io possa scrivere”.

Annie Ernaux, L’altra figlia, L’orma, Roma, 2016, pp. 81, euro 8,50.

Eleonora Chiti, Monica Farnetti, Uta Treder, (eds), La perturbante, Morlacchi, Perugia, 2003, pp. 376, euro 16,50.

Hélène Cixous, La fiction et ses fantômes: une lecture de l’Unheimliche de Freud, in Poétique, n°10, 1982, pp. 199-216.

Sigmund Freud, Il perturbante, Theoria, Roma, 1984, pp. 93, euro 9.

Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, L’uomo della sabbia e altri racconti, Mondadori, Milano, 1987, pp. 209, euro 7.

 

 

 

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