Libri che attraversano le frontiere

“Trentanove voci narranti”, si legge sulla quarta di copertina di Libri Migranti, curato da Melita Richter, uscito a fine 2015 nella Collana Kumacreola diretta da Armando Gnisci, una raccolta tematica che ha come focus e punto di osservazione “il libro” portato con sé da chi parte, chi abbandona la propria terra e cerca altrove fortuna. Lo spunto è offerto da una immagine di un altro libro, Mondo ex, di Predrag Matvejevic, in cui l’autore, sulla scia del dipinto di Gericault si domanda quali libri possano trovare spazio nella valigia dei migranti contemporanei, dato che lo spazio sulle Zattere della Medusa è assai scarso. Da questa immagine, dice la curatrice nella Introduzione, ha origine il lavoro che ruota attorno alla domanda apparentemente semplice: “quando migriamo – e non necessariamente obbligati alla fuga – quanto spazio trovano i libri o un libro solo nella nostra valigia?”.

Domanda apparentemente semplice, si diceva, perché di primo acchito lo spazio destinato a un libro potrebbe essere riempito da qualcosa d’altro, ritenuto più utile. In realtà nello striminzito spazio di una valigia devono trovare posto tutti quegli oggetti e ricordi che ognuno ritiene necessari nella nuova vita: dal vestiario, a elementi fondamentali per la sopravvivenza, a quegli effetti personali che sono tramite del nostro rapporto con il mondo, che raccontano la nostra identità, la marcano, non ne consentono la dispersione.

Ecco che allora i libri acquistano una nuova e più veritiera dimensione, una collocazione più accurata nella vita di ognuno/a di noi. Quali libri riteniamo così necessari da dover essere portati con noi in un viaggio di sola andata? (Sola andata non perché non ci sia mai un ritorno, ma per indicare un radicamento altro, diverso da dove siamo cresciuti/e).

Non è una domanda facile: troppi sono i libri che ci hanno formati/e, che sono stati parte essenziale della nostra vita, abbiamo amato e abbiamo voluto tenere con noi; troppo spazio nella valigia. Una scelta drastica, radicale, si impone.

Non è una scelta facile perché in essa si giocano la nostra identità e il nostro rapporto con il mondo: chi siamo, chi vogliamo essere, quali aspettative ci prefiguriamo.

Qui le trentanove voci si alternano nei racconti delle proprie individuali migrazioni, ma si possono riconoscere tratti comuni a determinati gruppi di appartenenza. Da Julio Montero Martins che, già scrittore nel suo paese, porta una copia dei propri libri per dimostrare “di non essere un neonato, un bugiardo o un’apparizione ultraterrena”, alle osservazioni di Eva Taylor, poeta e saggista che vive a Firenze, sul “cominciare sempre con la poesia quando imparo una lingua straniera”, a Vera Lúcia de Oliveira, poeta e traduttrice, che dice: “ero io stessa il mio bagaglio [di libri], perché essi erano dentro di me”, a Barbara Serdakowski che afferma: “I libri mi abitano […] Sono entrati in me attraverso il latte materno”.

La scelta del libro da salvare diventa inevitabilmente il rapporto personale con i libri, con le biblioteche. “Avere i libri nel destino”, dice Viorel Boldis, autore romeno che ha scoperto tramite una antica e imprevista punizione scolastica l’amore per i libri e le biblioteche. Una testimonianza importante è quella di Božidar Stanišić, bosniaco fuggito dalla guerra, ex professore di letteratura, scrittore e poeta che vive a Udine. Nel lungo racconto biografico intreccia diversi piani di osservazione che ruotano attorno alla questione: “Se qualcuno mi chiede che cosa sono i libri, non so che dire”, fino a citare Romanzo di Londra di Crnjanski come “l’opera più grande della letteratura mondiale sul tema dell’emigrazione”, quella capace di “dire qualcosa di importante sulla dispersione delle anime nel mondo”. E ricorda l’aiuola rotonda sempre fiorita, in mezzo al giardino della sua casa in Bosnia, creata e custodita dal padre al ritorno dalla seconda guerra mondiale nel luogo dove un gruppo di soldati tedeschi originari della Vojvodina aveva bruciato la sua intera biblioteca tanto amata.

Di “libri passa-frontiere” scrive Nadia Setti, studiosa e saggista italiana che insegna Studi di genere e Letteratura comparata all’Università di Paris 8, nonché attiva socia SIL. Nel suo racconto autobiografico pone alcune questioni di rilievo: se la “dimora” diventa o meno “radicamento”; il rapporto tra le lingue in cui vivono quotidianamente i/le migranti; le radici che attraversano il corpo, e sono una sorta di “corpo d’infanzia”. Sono “canali sensori attivi tutta la vita, per un tempo sembrano tacere ma poi, improvvisamente, sfociano in sensazioni, visioni, parole”. E di partenze – ritorni – partenze tra Francia e Italia è ricco il suo vissuto, costellato dai libri in transito. “La lettura di un testo simula e di fatto effettua una partenza, un partire da sé verso altro/a altrove, in un territorio di cui non si percepiscono i confini, ma da cui provengono segnali”: il piano metaforico e quello reale tendono a coincidere nel movimento della lettura che è un vero atto d’amore.

A conclusione di questo breve scritto voglio tornare alle parole di Melita, nell’ultima parte della Introduzione, assai dettagliata e analitica, ai contributi ricevuti. Nota la curatrice come “la ricchezza dei testi abbia allargato notevolmente i margini del nostro indagare sul libro, sulla lettura, sulla formazione in contesti culturali e linguistici diversi”, compreso “l’inganno che a volte serba un’idealizzazione del paese nutrita da letture effettuate prima del viaggio”. “Libri migranti, come le genti migranti”, e oggi che disperati sempre più disperati si affacciano alle nostre terre europee è bene ricordare questi intrecci di aspettative, tensioni emozionali e culturali, desideri e passioni che riempiono le vite.

Melita Richter (a cura di), Libri migranti, Isernia, Cosmo Iannone Editore, 2015, pp. 268, euro 15,00.

 Predrag Matvejevic, Mondo ex e tempo del dopo. Identità, ideologie, nazioni nell’una e nell’altra Europa, (Prefazione di Rossana Rossanda, Postfazione di Claudio Magris), Milano, Garzanti, 2006, pp.234, euro 14,50.

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