Simone libera e felice

«Come Il Capitale di Marx è servito da riferimento ideologico per i comunisti, le femministe di tutto il mondo oggi fanno riferimento a Il secondo sesso». In un’intervista televisiva del 1975 così viene introdotta Simone De Beauvoir dal giornalista Jean Louis Servan-Schreiber. Lo sguardo è quello di una donna di 67 anni. Deciso, come il tono che utilizza, assertivo e sereno, occhi chiari che fanno un tutt’uno con l’incarnato e quella fascia blu a reggere i capelli e che in più di un’occasione portava nei ritratti che circolano.

Nel 1949, allo scompiglio prodotto dopo aver pubblicato Il secondo sesso, ragion per cui fu ricoperta di epiteti tra i più fantasiosi, a interrogarsi sul significato di un ritorno a Simone De Beauvoir oggi, a trent’anni dalla sua scomparsa, alcuni dati emergono con chiarezza e non solo per l’eredità discontinua o meno nel dibattito femminista. Molto infatti si è sedimentato nelle coscienze, a partire da quella fotografia impietosa e provocatoria della sistemazione di un sesso accanto all’altro che ne restituiva una condizione inaggirabile eppure mai di second’ordine. Ciò per dire che a oggi si può ben osservare che chi non ha assunto la centralità di Simone De Beauvoir deve fare i conti con un punto di non ritorno che dunque non decreta una malcelata negazione del femminismo ma del pensiero filosofico in generale.
Nella discussione pubblica il suo pensiero rappresenta infatti uno dei più lucidi, taglienti e ancora densi dell’ormai trascorso – e non archiviato – Novecento. L’intreccio di filosofia e letteratura ha dato alla sua parola, sempre in forma di domanda di senso, un portato teorico e pratico di intuizione formidabile. Al centro lei, una soggettività in corpo sessuato che per la prima volta con chiarezza raccontava al mondo la mancanza di consequenzialità tra il dato meramente biologico e il destino pur sapendo, al contempo, che se una scommessa valeva ben la pena di essere intrapresa era quella del «diventare» una donna.
Un anno prima dell’intervista rilasciata alla trasmissione «Questionnaire» sul perché dirsi femminista e in cui tirava le fila su ciò che il suo contributo aveva destato, un altro libro entrava incontrovertibilmente nella scena politica. Nel 1974, Speculum di Luce Irigaray è il controcanto in forma di sapere femminile, quel sesso già decostruito da Simone de Beauvoir è nelle mani di Irigaray lo smascheramento di una falsa mancanza che alberga all’origine dello stesso pensiero occidentale, sia filosofico sia psicoanalitico. Non vi è dunque nessuna soluzione nel desiderio paritario, bensì il salto nel taglio della differenza sessuale. Che ciò non escluda il contributo di Simone de Beauvoir dalla gratitudine ma, anzi, in tempi non sospetti ne sottolinei ancora una volta la grandezza è un dato indiscutibile. Per questo risulta importante l’arco della sua ricezione, soprattutto italiana.

Nel 2008, quando la casa editrice Il Saggiatore festeggia i 50 anni della prima traduzione italiana della sua opera più conosciuta, contestuali ai cento anni dalla nascita della filosofa francese, nella postfazione affidata a Liliana Rampello si avverte tutto lo straordinario percorso nella ricaduta italiana dei temi ma anche delle frequentazioni che De Beauvoir ha avuto con altre donne, e di formazione spesso molto diversa. Quindi Luciana Castellina ma anche Rossana Rossanda, così come Daniela Pellegrini, Luisa
Muraro, Letizia Paolozzi e molte altre, per indicare un arco lungo e generoso.

Come un classico che è candidato a non tramontare mai, non solo per la quantità di testi pubblicati ma anche per la sua figura cruciale, appare lungimirante l’idea di Bastiana Madau di imbastire un testo, Simone, le Castor. La costruzione di una morale, (CUEC, ebook saggistica), che non è solo un omaggio di circostanza bensì l’intento di ripercorrerne alcuni tratti salienti come per esempio quello della «costruzione morale». Tema che va a disseminarsi sia nei saggi sia nei romanzi, compresa la sua autobiografia. La vicinanza di Madau al pensiero di De Beauvoir la pone così in una posizione privilegiata, da un lato infatti la puntigliosità filosofica si misura con perizia intorno ad alcuni testi (in particolare Memorie di una ragazza per bene, Per una morale dell’ambiguità e L’invitata) e dall’altro si sporge verso la riconoscenza. In questo risveglio che intreccia teoria e prassi, parola e impegno, Bastiana Madau decide di consegnare un ritratto di Simone De Beauvoir ai bordi di una promessa – quella che lambisce solo in parte gli anni Sessanta che si stanno affacciando e che puntellano la mappa più grande di ciò che arriverà. In questo stato di attesa, di qualcosa a venire che sarà la donna come «soggetto imprevisto della storia», per dirla con Carla Lonzi, o dello sgretolamento di una rivoluzione implosa, la strada verso la morale appartiene a un ambito molto più intimo di quanto non si pensi.

Rappresenta infatti il passaggio dalla solitudine alla presa d’atto dell’esistenza d’altri e altre.
Come scrive la stessa Simone de Beauvoir nelle sue Memorie, al principio «Che silenzio! La terra roteava in uno spazio che nessuno sguardo penetrava, e perduta sulla sua superficie immensa, in mezzo all’etere cieco, io ero sola. Sola! Compresi per la prima volta il senso terribile di questa parola. Sola, senza testimoni, senza interlocutori, senza rifugio. Il respiro nel mio petto, il sangue nelle mie vene, e tutto questo guazzabuglio nella mia testa, erano cose che non esistevano per nessuno». Immagine questa di lei al centro che corrisponde non a un diniego della responsabilità ma alla potenza di potersi ascoltare mentre si scorre. Mentre «c’erano tante cose che avevano bisogno di me. Bisognava risvegliare il passato, scoprire i cinque continenti, scendere al centro della terra e fare il giro intorno alla luna». In questa libertà situata, eppure osservando la vastità del cielo, vogliamo immaginarci Simone De Beauvoir felice, non come il Sisifo di Camus che nonostante la ripetizione della stessa fatica non vacilla. La Simone di Bastiana Madau è invece felice nel senso del superamento della frattura tra l’io e il resto del mondo che non è mai un «paesaggio abbandonato» ma una superficie complessa di vaste relazioni di intensità di cui la morale rappresenta orientamento essenziale.

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One Comment
  1. Patrizia Bonini

    Mi fa piacere che venga riconosciuta nella sua cospicua funzione di pensatrice e filosofa culturale. Simone De Beauvoir ha saputo navigare nella cultura maschile come poche altre, l’ha attraversata con occhi di donna attenta, e ha anche saputo stare accanto a un uomo impegnativo come Sartre con spirito forte e libero, condividendo in modo autonomo un impegno durato una vita. Mi piacera’ senza dubbio leggere questo libro, e voglio ricordare anche che Simone De Beauvoir e’ stata una delle prime a scrivere un libro sulla propria madre, e sulla definitiva separazione da lei. Grazie e buon lavoro.

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