Le costituenti, biografia di gruppo

9788869445958BPatrizia Gabrielli continua a scavare nella storia delle donne con passione e rigore: se con Il 1946, le donne, la Repubblica (2009) aveva focalizzato tensioni e aspettative di quelle giornate in cui le italiane vanno alle urne per la prima volta, qui offre, con una ricca bibliografia, una ricostruzione delle 21 elette e del loro contributo alla Costituzione, tanto più significativa oggi di fronte ai tanti discorsi retorici sui settant’anni dal voto delle donne e l’attacco alla Costituzione.

Le rappresentazioni nei giornali del periodo possono sembrare lontane, ma non tanto se si pensa a certi atteggiamenti persistenti, anche di recente, e si considera quanto ancora sia radicato un linguaggio sessista. Il fatto è che il diritto di voto infrange una concezione della cittadinanza quale territorio maschile “fondato sul principio astratto dell’universalismo dei diritti che nasconde, invece, una connotazione sessuata”. Perciò sulla stampa sono frequenti vignette, barzellette dirette a mettere in luce “la naturale irrazionalità femminile”, che costituirebbe un’incognita preoccupante. Le varie associazioni s’impegnano per rimuovere il clima di sfiducia diffuso con una campagna capillare di comizi, opuscoli, appelli, volantini e audiovisivi, andando inoltre – ha sostenuto Nadia Spano – “casa per casa, con pazienza, a spiegare”. Affrontare i temi dei diritti di pari opportunità per la donna in ogni campo della vita e del paese significò – come sottolineava Maria Federici – “rimescolare le carte della politica”. La partecipazione al voto fu altissima cancellando il pregiudizio sulla presunta indifferenza femminile alla politica: all’assemblea costituente furono elette 21 donne su 556 parlamentari.

Giustamente Gabrielli si propone “un’attenta analisi e decostruzione delle pratiche discorsive” e di come si andavano radicando i modelli sulla “donna politica”, per favorire oggi un cambiamento nella politica istituzionale: il nodo della rappresentazione e della rappresentanza è senza dubbio ancora cruciale per una riflessione problematica sul tema.

Il dibattito nelle varie sedi è vivace scorrendo gli Atti dell’Assemblea Costituente: mi soffermo su alcuni temi che mettono in luce come l’idea della donna in quanto cittadina fosse debole. Le 21 elette introducono nella Costituzione l’art. 3 e la esplicitazione del ‘sesso’ nel primo comma si deve a Lina Merlin: a chi obiettava che “tutti i cittadini” comprendeva già le donne, la deputata replica che dal 1789 la proclamazione dei diritti dell’uomo e del cittadino in senso allargato fu solo “platonica”, perché “cittadino è considerato chi porta i calzoni, e non le donne, anche se oggi la moda consente loro di portare i calzoni”. Teresa Mattei pensa ad una più completa articolazione, proponendo l’aggiunta – “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli” limitanti l’uguaglianza.

Sulla “ricostruzione della famiglia” si ha un impegno generale, al di là degli schieramenti politici, per misure e garanzie atte a migliorare le condizioni materiali di donne e figli/figlie. Tutte le elette sono concordi che non si trattava di perseguire l’assistenzialismo fascista, ma di fondare un nuovo diritto, preoccupandosi delle condizioni delle lavoratrici e della tutela di chi nasce fuori del matrimonio.

Se gli articoli relativi alla famiglia determinano uno scarto tra sfera pubblica e privata, secondo Buttafuoco la delega alle donne dell’impegno domestico rientrava nell’impianto giuslavorativo della Costituzione. Perché, nel momento in cui proclamava anche per le donne il diritto di lavoro e ne riconosceva la parità salariale, attraverso il privato limitava la piena cittadinanza delle donne. Debolezze e contraddizioni rispecchiano la società, dove convivono spinte innovative e conservazione di fronte ai cambiamenti dovuti alla guerra. L’opposizione di molti ad una riforma profonda delle relazioni di genere si consoliderà del resto in seguito con inadeguate politiche di welfare che hanno cristallizzato la tradizionale divisione.

Profonda invece la distanza sulla indissolubilità del matrimonio. Pericolose novità erano richiamate ad esempio da L’Italia illustrata e pure le esponenti della sinistra erano prudenti anche se, nota Gabrielli, qualcuna viveva sulla propria pelle la staticità delle leggi e della morale in fatto di matrimonio. Era “il prezzo da pagare – secondo Miriam Mafai – per rendere saldo il legame che doveva instaurarsi tra il Pci o meglio tra le donne comuniste e le masse femminili”. Ancora negli anni ’50 del resto la bella rubrica “Dalla parte di lei” di Alba De Céspedes in Epoca offriva un panorama quanto mai problematico al riguardo. Durante i lavori della Costituente cattoliche e comuniste cercano un accordo, mentre Lina Merlin è apertamente dissidente. Se le laiche sono abbastanza compatte nel rifiuto della indissolubilità, la divisione si verifica nella concezione della famiglia quale “società naturale”.

La discussione sulla famiglia occupò più sedute e fu segnata da contrasti profondi anche sul modo di votare. Il 23 aprile l’Assemblea – su proposta di Carlo Grilli (Psli) – in tarda notte vota la soppressione del termine “indissolubilità”, a scrutinio segreto. La maggioranza è di tre voti, numerose le assenze fra cui quelle di Teresa Noce e Nilde Jotti. Da ricordare che la soppressione di quella parola/concetto permise l’introduzione del divorzio in Italia nel 1970, confermato dal referendum popolare del 1974.

L’autrice non solo analizza conflitti e mediazioni, alleanze e divergenze, per i vari articoli della Costituzione, ma traccia anche un profilo di ogni eletta, dando così un volto a quei nomi passati alla Storia, anche a quelli meno noti e delineando una biografia di gruppo delle elette, composte da una generazione formatasi nell’Italia prefascista e dalle più giovani cresciute nel ventennio, accomunate dalla scelta antifascista: “Seppure inquadrate nella cornice familiare, le biografie delle elette, comprese quelle delle 2000 nei Consigli comunali, rivelano un livello di esperienze politiche significative”. A maggior ragione doveva riuscire pesante la costruzione di un’autorevole rappresentazione della donna in politica, contrastata anche da una parte della stampa impegnata a svuotare, attraverso il richiamo a canoni estetici, le competenze “secondo pratiche discorsive che riconducono la novità nell’alveo di una tradizionale immagine femminile”. Si arriva anche a mettere in ridicolo l’aspetto fisico, definendo ad esempio brutta povera comunista Teresa Noce che così titolò poi la sua autobiografia. L’accoglienza a Montecitorio, ricorda Teresa Mattei, “fu un misto di paternalismo, dileggio, stima. Imbarazzo soprattutto. E interesse per le più giovani e carine, tutto un chiedere con chi erano state a letto per essersi potute guadagnare quel posto”. Perciò pettegolezzi e satire nei rotocalchi mentre appare L’onorevole Angelina di Zampa del 1947 con Anna Magnani. La stampa politica femminile cercava di contrastare questa tendenza sottolineando le capacità delle candidate, senza mai dimenticare però di esaltarne le virtù domestiche, fino a proporre l’immagine ad esempio di Adele Bei davanti a un tavolo da stiro.

Queste retoriche rivelano la difficoltà della società italiana ad accogliere la rappresentanza femminile, per timore del rovesciamento dei ruoli di genere, ed infatti ci vorranno anni perché alla pienezza dei diritti politici corrisponda quella dei diritti civili. Ma una volta che le donne, in gran parte, acquistano, pur con differenti sfumature, consapevolezza e libertà nell’entrata nella scena politica come elette ed elettrici, il percorso è avviato e continuerà, fra ambivalenze, contraddizioni, antichi e nuovi pregiudizi.

Patrizia Gabrielli, Il primo voto. Elettrici ed elette, Castelvecchi 2016, pp. 221, euro 18,50

 

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