A Parigi ho visto la resistenza

Nel corso della mia recente permanenza parigina ho ripetuto a più riprese alle interlocutrici francesi come in Italia la mobilitazione contro la loi du travail costituisse per molte di noi un esempio di coscienza politica e di coraggio. Ho capito al mio ritorno che il merito della popolazione parigina non risiedeva per me esattamente nella forza della battaglia studentesca, ora sindacale, che viene portata avanti ormai da mesi. Cosa allora mi ha ricondotto in Italia, a casa, profondamente certa di avere incontrato a Parigi la Resistenza?

Non è stata Place de la République, semi-deserta di sabato sera, dove in piedi, debout non c’erano più persone di quante, in una piazza di quelle dimensioni, se ne incontrino normalmente. Certo, era tardi per assistere ai dibattiti che ancora vi si svolgono su temi fondamentali: in quei giorni si affrontava l’annosa questione donne e lavoro… Eravamo comunque di ritorno da una serata di dibattito tra intellettuali anche apprezzabili, risoltasi però nella lettura accorata di rivoluzioni del passato, da quella in Messico, alla Resistenza nella guerra di Spagna. Del resto, le amiche e colleghe francesi impegnate nella mobilitazione non danno certo voce a una esaltazione da guerriere vittoriose: in primo luogo, sono tutte d’accordo rispetto all’ipotesi che: “ci sarà una dispersione con le ferie, come c’è già stato un arresto con la chiusura delle università”. M., giovane dottoranda dell’Università di Paris 8 Vincennes Saint-Denis, ateneo cuore pulsante della protesta, che ha fatto della militanza politica degli ultimi mesi la ragione della sua vita, nonché la sua attività principale, mi spiega che: “l’università è stata occupata a lungo; siamo riusciti a organizzare numerose commissioni di lavoro e di azione: gruppi femministi, comitati contro la discriminazione razziale… C’è stato un momento in cui ho creduto che era davvero la rivoluzione, che ce la stavamo facendo…” E poi? Le chiedo: “poi, tutti hanno iniziato ad accusarsi reciprocamente di intervenire nelle competenze altrui: molte femministe rifiutavano di dialogare con le donne che fossero in qualche modo attive nella politica anche maschile; i comitati per il controllo sulle discriminazioni razziali sono entrati in competizione fra loro su chi dovesse difendere i diritti di chi e la nostra lotta è diventata una serie infinita di litigi”. Da non sottovalutare, nell’affievolirsi della protesta studentesca, secondo P., sociologa francese, iscritta alla CGT (Confédération Générale du travail, sindacato operaio in cui i professori universitari iscritti corrispondono al 2 per cento) la violenza della polizia: “alle ultime assemblee i ragazzi raccontavano di come fossero stati accerchiati, gasati e pestati”. Le chiedo conferme sul dato di arresti e processi immediati: mi fa i casi di un collega sociologo e di uno studente condannati al carcere, in via rapidissima, per avere risposto alla violenza della polizia.

Né M., né P., né le numerose donne incontrate durante la mia permanenza in città, in quei giorni di chiacchiere fitte, mi parla degli attentati del tredici novembre, al massimo qualche cenno alla preoccupazione di parenti e amici fuori città, alle loro telefonate. Del resto, mentre rispetto alla protesta ho una raffica di domande, riguardo agli attentati mi scopro non solo incapace di domandare, ma facile preda del terrore.

Solo S. me ne parla, la cara amica che mi ha ospitata nella sua casa parigina, dove vive da quattro anni: mi indica mentre passeggiamo la sera in centro i luoghi degli attacchi ai ristoranti, mi racconta l’ingorgo di chiamate nel suo telefonino, gli annunci nel metro di rientrare a casa o di recarsi da amici, pur di non restare in strada. Volgendo lo sguardo verso gli angoli che mi indica, mi viene paura e sento immediato il desiderio di essere a casa e poi di lasciare Parigi. Penso che non glielo devo dire, che dovrei stare zitta, lo penso nello stesso momento in cui invece le chiedo: “non hai paura, non vuoi tornare a casa, S.?”. “Questa è casa: Parigi è la mia città, io l’ho scelta e non riesco proprio a trovare un altro luogo in cui vorrei andare. È cambiata, è vero, ma è sempre il mio posto, il mio posto preferito”.

Rientrando in metro, una ragazza verosimilmente eroinomane ci avvicina per chiedere l’elemosina, ha un topo su una spalla: S. sbigottisce; nel percorso verso La République, era stata la vista di un bambino probabilmente malato che l’aveva colpita, con le mani giunte, immobile in braccio a suo padre. A più riprese nel corso della serata e tornando a casa mi parla di quelle due visioni, di quanto fossero angosciose, che la ossessionavano: non avrebbe potuto dormire. La ascolto e penso a quante altre volte, inevitabilmente S. abbia visto scene disperanti in metro: bimbi malati o ragazzi col topo sulla spalla, interpretazione interessante della scimmia di cui scriveva Burroghs, che io stessa avevo notato più volte nel corso dei due anni e mezzo della mia vita parigina. Inevitabilmente, nella giostra del metro, si è assalite, senza ordine e redenzione, dall’idea che la vita sia una corsa e che tu sia in gara, dalla disperazione di un uomo che vive circondato dai suoi escrementi, dalla meraviglia del broncio di una donna che cammina sussiegosa, come dal terrore per la vista di un bimbo malato o dall’impotenza che suscita una ragazza di vent’anni che sta già perdendo i denti, perché fuma l’eroina. Perché allora, questa volta, la prima che la rivedo dopo novembre, S. non riesce ad accantonare, come si fa tutte senza dirselo, le immagini della nostra miseria umana, offerte dalla Parigi sotterranea e sferragliante?

Mi chiedo se non siano le tracce della paura, annidata nel corpo e nella mente di chi abita a Parigi: emerge dove può, dove la si lascia fare o non la si può più asciugare. Ma la popolazione parigina continua a vivere, a salire sul metro, organizza occupazioni, pubblica raccolte di racconti per racimolare fondi da devolvere ai bistrot distrutti. Due settimane fa c’è stata una manifestazione a cui hanno partecipato verosimilmente 500.000 persone: a Parigi si lotta contro il governo col piglio polemico che ho conosciuto solo lì. Così Parigi resiste, trascinando con sé quel terrore, per poter restare come è: un’avanguardia imbronciata.

 

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