Innalzare confini a Berlino

Racconta la storia di un singolo, Jenny Erpenbeck, nel suo libro Voci del verbo andare: un professore in pensione che a Berlino, di fronte alle logiche di espulsione dei governi europei, all’indifferenza e/o assuefazione della gente – se non all’ostilità e al razzismo – si accorge dei profughi. Richard, che insegnava filologia classica, non sa quanto gli ci vorrà per “abituarsi all’idea di avere tempo”: ora “il tempo era tutto un altro genere di tempo” e non sa come organizzare le giornate.
Ha già svuotato il suo ufficio all’Istituto e deve sistemare libri e documenti che hanno senso solo con lui, dopo, tutto andrà perduto. Cerca di continuare con le sue abitudini, ma un giovedì alla televisione vede ad Alexanderplatz profughi che non dicono chi sono, non mangiano, non bevono, stanno in silenzio con un cartello “We become visible”. Nel pomeriggio è passato dalla piazza ma perché – si chiede – non ha visto quegli uomini?
Ora che ha tempo per leggere a fondo il giornale nota la notizia di africani subsahariani che vivono sotto le tende a Orianienplatz. Va ad una assemblea serale nella zona e ascolta racconti dei tanti profughi, ma preferisce andarsene senza dover dire il proprio nome. Ritorna tuttavia di giorno, perché da quando è caduto il Muro, la città specie di sera è talmente cambiata che spesso non riesce ad orientarsi e da una panchina osserva, mentre ricordi del passato l’attraversano. Capisce che quella piazza è per i profughi solo “un luogo provvisorio che conduce al prossimo luogo provvisorio”. Quando assiste allo sgombero degli africani decide di recarsi alla Casa di riposo dove sono stati alloggiati. Ha bisogno di capire in che consista il passaggio da un quotidiano prevedibile ad una “vita esposta alle correnti”, formulando domande come per una ricerca.
Impercettibilmente il professore con troppo tempo libero viene trascinato in un impegno verso quei profughi. Dai colloqui emerge il desiderio di lavorare perché non hanno il permesso per farlo e ogni giorno scorre “uguale all’altro”, possono solo mangiare, aspettare, dormire. E assistere alle lezioni di tedesco di una volontaria: infatti alla porta di una camera è appeso un elenco dei verbi andare, andai, andato, infinito, passato, participio passato, le tre forme che si imparano per il tedesco, quelle da cui si formano tutti i tempi.
Fra ricordi del passato e incontri con amici, ormai il professore si dedica sistematicamente ai colloqui con gli africani, dialogando, confrontandosi con parole, silenzi, sofferenze. Dalle storie si delineano ricchezze di percorsi, esperienze, affetti, e gli stranieri, con nomi e cognomi, diventano così visibili, perché le vite oscurate dalla Storia sono “storie vere di gente vera con vite vere” (Roy). Raccontano di violenze, di guerre, di morti e sangue, di padri uccisi davanti ai loro occhi, di fughe attraverso il deserto senza acqua, di barconi strapieni, di figli annegati, brandelli di frasi che ritornano ed investono il quotidiano e il pensiero del professore perturbandolo.
Dopo varie vicende, arrivano gli elenchi delle partenze in vari posti da dove i profughi di passaggio avevano inoltrato una richiesta d’asilo, nel loro tormentato viaggio dalla Libia, perché con il regolamento Dublino II i paesi europei che non si affacciano sul Mediterraneo non devono dare asilo a chi arriva da quel mare: la legge così si trasferisce “dalla realtà fisica”, come il professore aveva conosciuto a Berlino, “alla sfera linguistica”. Davanti alle camionette della polizia e allo sbarramento improvvisato con griglie metalliche, Richard capisce che un confine può anche manifestarsi all’improvviso, dove prima c’era la quotidianità berlinese, e crescere “a vista, imprevisto come una malattia”. Ma lì la linea divisoria è fra bianchi e neri, o tra poveri e ricchi, o fra lingue diverse, fra gli abbigliamenti o fra cosa? “Ci si era dimenticati, e proprio a Berlino, che un confine non si commisurava solo sul formato dell’avversario, ma creava questo stesso avversario?”
I giornali tedeschi dicono che gli africani devono risolvere i loro problemi in Africa, che non si può nutrire tutto quel continente, senza pensare alle responsabilità occidentali, come ad esempio per le drammatiche condizioni ambientali causate in Niger dalle scorie dell’estrazione di uranio, perciò il professore si chiede – mentre cena da amici – perché “loro stanno meglio” di quegli africani?
I profughi vorrebbero restare uniti a Berlino, ma la “dura legge tedesca” vuole che chi ha fatto domanda d’asilo in un altro posto, dove casualmente è arrivato, dovrà tornare lì, a meno che non si tratti di ricongiunzione familiare. “Ma qui purtroppo nessuno di questi uomini – riflette il professore – ha una famiglia, mia cara e bella legge. Ha solo qualche amico” che non conta per la legge. Proteste, tentativi di manifestazione, occupazione di un edificio, ma alla fine devono andarsene, anche se varie organizzazioni si mobilitano e il professore con l’aiuto dei suoi amici riesce ad ospitare alcuni: l’unica cosa che ancora viene loro pagata è il corso di tedesco, e vanno così a ripetere Andare, andai, andato. Ma quale tempo è possibile per chi ha del passato solo incubi e ferite non rimarginabili, senza un futuro, in una non vita? Il tempo “si lacera” (Kristof), si fa estraneo e si pietrifica in un eterno presente di attesa.
Richard si rende conto che la “geometria burocratica”, di cui aveva letto per le conseguenze del colonialismo, è al centro delle vicende: le popolazioni colonizzate furono soffocate dalla burocrazia per impedire l’attività politica, ed ora? “Perché viene negato il diritto di lavorare in un paese in cui dal lavoro dipende persino il diritto al paradiso nell’aldilà?” Il professore si sente sempre più travolto da quelle storie da cui emerge la richiesta, talvolta sommessa, talvolta urlata, di un mondo non escludente: che cosa può fare il singolo di fronte alla tragica realtà dei flussi migratori, alle politiche inadeguate ed ai circoli viziosi della burocrazia? Una storia che ci coinvolge e che fa nascere una domanda: riusciamo, come il professore, a metterci in gioco esponendoci all’alterità ed abitando il paradosso dell’essere ospiti in casa propria senza alzare confini?

Jenny Erpenbeck, “Voci del verbo andare”, trad. Ada Vigliani, Sellerio 2016, pp. 347, Euro 16,00

Agota Kristof, Ieri, Einaudi 1997
Arundhati Roy, Guerra è pace, Guanda 2002
Alessandra Pigliaru, intervista a Erpenbeck, “Dalla Sicilia a Berlino”, Il manifesto 11/9/2016

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