Siria/ Oltre il nerofumo. Un naufragio del cuore

th“Sono arrivata due giorni fa. Uno splendido viaggio lungo la vallata di Barada, una striscia di terra verde tra mura desertiche di roccia rossa, così folle e fantastica come il paesaggio dei sogni … La vallata si è improvvisamente aperta, e lì, nel sole pomeridiano, c’era Damasco gialla come un opale, col fiume che scorreva in mezzo attraverso lisci argini come in un dipinto cinese”.

E’ il 17 marzo del 1928. Freya Madeline Stark (1893-1993) esploratrice inglese, autrice di 24 volumi di viaggi in medio oriente, scrive a Lady Horlick una delle numerose Lettere dalla Siria che saranno pubblicate nel 1942 a Londra.

Nelle successive, indirizzate ai genitori, all’amata B. e a Venetia, l’amica che presto la raggiungerà, scrive: “Sembra esserci qualcosa di particolarmente luminoso nell’aria di Damasco – come se la sua atmosfera sia più sottile che in qualsiasi altro posto e la luce potesse splendervi attraverso con più fulgore … E’ straordinario quanta poca bellezza civilizzata ci sia … E’ puro fascino fatto solo di luce del sole e del passato dove la violenza della bellezza esplode dalla bruttura senza nessuna transizione, come Minerva completamente armata e ti lascia senza fiato.

Al punto che in una lettera a Venetia, il 20 aprile 1928, dopo due giorni trascorsi nel deserto dove “se fai ondeggiare la tua manica, è un segno d’amicizia”, Freya le confiderà: “E’ difficile credere che tutto questo sia Vita vera e non semplice Letteratura”.

E’ così che vorremmo ricordare – immaginare? – ancora oggi la Siria: attraverso la letteratura. Per farla continuare a vivere dentro di noi. Come atto di resistenza.

In particolare quei luoghi oscurati dal fumo nero dei copertoni e soffocati dal grigio della polvere sollevata dalle bombe. Luoghi dove un tempo la luce splendeva con più fulgore.

E “il cuore può naufragare”.

 

A Damasco Freya Stark giunge dopo aver attraversato Brumana e le rovine di Baalbek, in Libano, dove i romani costruirono il loro più grande tempio con blocchi lunghi tre metri e spessi due, per poi proseguire verso i villaggi del sud della Siria: Deir Ali, Sawara el Kebir, Shahba, Bosra, Suleime, Kanawat, Suweida, Resas, Salhad e giungere infine a Gerusalemme, da dove sarebbe ripartita per l’Italia.

Villaggi, alcuni dei quali ancora esistenti sotto altro nome o diventati città, che, come miraggi le appariranno lungo il percorso “tra basse e solitarie colline vulcaniche che emergono come schiene di delfini”. Dove vecchi templi anteriori al V secolo e moschee costruite da Saladino “vivono con il loro splendore tra i frutteti” e cristiani e drusi, incontrandosi davanti agli abbeveratoi chiacchierano pacificamente nell’attesa che le cento capre nere del pastore si dissetino a turno.

“Di tanto in tanto appare un cavallo splendido, con bardature rosse e gialle”.

Luoghi “tra il deserto e la neve, tra viti e more” e dai tramonti rosso sangue, i cui sassi luminosi hanno una grande varietà di colori: rossi, grigi, neri, gialli, rosa. “Una terra meravigliosamente ricca irrigata da sette fiumi che si perdono in acquitrini pieni di anatre e cinghiali selvatici”. Di anemoni rossi e papaveri cremisi; biancospini e dianthus dal profumo dolce come il gelsomino; alberi di ulivo pieni di uccelli cinguettanti e campi di fagioli. E ancora meloni, melograni fichi.

“Al di là della polvere, del rumore … c’è una sorta di magia”, scrive a Venetia: “che non può essere capita in un giorno o due!”

Lungo il viaggio, che si concluderà nell’ottobre del 1929, Freya Stark incontrerà “uomini magnificamente costruiti e donne con occhi come stelle”. Gli uomini “dallo sguardo libero e diretto” sono i drusi che riempiono le loro serate invernali con i racconti del Vecchio Uomo della Montagna. “C’è in loro qualcosa di molto piacevole specialmente nella sensazione di indipendenza e perfetta eguaglianza con cui si comportano tra loro”, annota l’esploratrice, “e quando questo manca – cosa che accade solo là dove gli europei li hanno rovinati – ci si rende conto di quale perdita immensa si sia avuta”. A conferma della “piacevolezza” mostrata, nelle lettere racconterà spesso del calore con il quale è stata sempre accolta nei villaggi “contenti di trovare qualcuno che non sia venuto né per profittare né per rubare, ma con un genuino trasporto per la lingua … e non hai mai la sgradevole sensazione di essere circondata da gente ostile che pure è costretta a mescolare la sua vita con la tua”. Quando la incontrano, le chiedono sempre se è sposata. Poi la invitano a fermarsi nella loro capanna e passare la notte con la famiglia. Invito che nella maggior parte dei casi Freya accetta per esercitare l’arabo che loro “parlano con un ritmo così dolce che s’innalza come la cadenza di una canzone verso la fine di ogni frase”. Oppure la invitano a ballare il dabki, una danza folkloristica maschile che è “un atto di conquista e insieme dimostrazione di forza”. Di contro, dei francesi incontrati lungo il cammino dirà che parlano degli indigeni “come se non fossero nemmeno degni di essere considerati esseri umani”.

Incontra soprattutto contadini – con un panno bianco intorno al fez legato da una corda fatta di pelo di cammello se si tratta di drusi -, e senza il fucile che i francesi hanno attentamente fatto sparire. Stanno seduti su “vivaci muli imperlati” con selle ricamate o coperte da tappeti orientali. “Uomini duri, altrimenti morirebbero tutti”. I muli dei bambini sono decorati con conchiglie e tasselli rossi e gialli e un collare di perle blu contro il malocchio, la cui credenza è testimoniata dagli innumerevoli amuleti: l’occhio azzurro. I giocattoli se li costruiscono loro: basta un oliatore di latta, un bastoncino, un gancio e una corda di pelo di cavallo per fare uno strumento musicale.

Da Bosra, in una lettera all’amata B, non mancherà comunque di annotare come “dopo aver constatato il rispetto e la cordialità dei drusi, abbiamo sentito in maniera piuttosto acuta la nostra inferiorità femminile tra i mussulmani”. Ma davanti all’insistente invito dei maschi padroni di casa “di venire a stare di nuovo qui”, specifica: “l’umiliazione inferta era dovuta al nostro sesso e non alle nostre persone”.

Le case, su scale traballanti, dai portici color ocra, e le imposte colorate di blu turchese conferiscono alla strada “il miraggio sognante dell’acqua”. Delle camere, nelle quali spesso è stata accolta, scriverà al padre che sono “con sette finestre dove, salvo che tu non presti attenzione, ognuno può guardarti mentre ti vesti … Non c’è nessun tipo di privacy forse perché gli uomini sono tutti fuori casa”. L’esperienza più “commovente” sarà salire sul tetto per sentire il muezzin: “voci che si inseguono risuonando dagli alti campanili per dichiarare la grandezza di Dio alle gente giù in basso”.

E infine il suq che le apparirà “in una luce soffusa” perché i bazar sono coperti da tettoie trasparenti, dove “anche comprare una vestaglia ha qualcosa di sorprendentemente romantico”. I negozi “sono come case da bambola a circa due piedi dal terreno o come una fila di palchi a teatro”, all’interno dei quali “signore musulmane tengono con una mano il velo alzato e l’altra tiene su l’indumento da comprare, per ispezionarlo”.

In un lettera inviata il giorno di natale del 1927 a Mrs Robertson, Freya cercherà di spiegare perché “tutto questo sia così affascinante”. Giungerà alla conclusione che “il motivo sia nell’avvertire una vita non solo poco progredita …ma genuinamente selvaggia… e nessuna elevata educazione francese può superarne il valore”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La rivista della SIL si occupa di scritture, politiche, culture delle donne. E non solo. Alla ricerca di parole, linguaggi, narrazioni che interpretino e raccontino cambiamenti e spostamenti in corso. Nello scambio tra lettrici, autrici e autori – e personagge. Dal 2017 sul sito www.letteratemagazine.it Redazione Barbara Bonomi Romagnoli, Laura Marzi, Gisella Modica, Gabriella Musetti, Silvia Neonato. Direttora Bia Sarasini.

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