Il desiderio cieco di regalare la vita

Il romanzo Le ragazze scritto dalla giovanissima Emma Cline e pubblicato in Italia da Einaudi, con la traduzione di Martina Testa, ha suscitato enorme interesse, non ultimo perché si tratta dell’esordio di una scrittrice poco più che ventenne. Il libro si inspira alla storia della Famiglia Manson, la setta riunitasi intorno al criminale Charles Manson, che compì la strage di Cielo Drive del 1969, in cui furono trucidate 4 persone, tra cui Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, incinta di otto mesi. Le allusioni al fatto di cronaca si ritrovano, per esempio, nella scelta di uno scuola bus dipinto di nero come mezzo di trasporto del gruppo, lo stesso con cui vagabondavano Manson e i suoi seguaci, strafatti. Da altri particolari, come il frequente riferimento al ranch, usato anche per indicare la sede della setta di Manson, fino a snodi nella trama: come Manson anche il capo della setta nel libro di Cline trasforma in violenza inaudita le sue frustrazioni da musicista fallito.

Il successo e il clamore suscitati dal romanzo sorgono, allora, dall’abilità dell’autrice giovanissima di raccontare uno dei fatti di cronaca nera più terrificanti del ‘900?

La risposta risiede nel titolo del romanzo, che anche nella sua versione originale è semplicemente: The girls. Nessun riferimento a sette, omicidi, lavaggio del cervello. Nel suo romanzo Emma Cline narra, sì, una traiettoria di vita eccezionale: l’adesione della protagonista Evie ad una setta che compirà un atroce delitto, riuscendo, però, a focalizzare sempre l’attenzione sui tratti comuni che la storia di Evie ha con quelle di molte altre ragazze: “sapevo che il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa”. O ancora: “povere ragazze. Il mondo le rimpinza di promesse sull’amore. Quanto ne hanno bisogno, quanto poco ne otterrà la maggior parte di loro […] Poi gli strappa via i sogni con una violenza micidiale: la mano che slaccia a forza i bottoni dei jeans, il tipo che sull’autobus grida contro la propria ragazza senza che nessuno gli dica niente”.

La condizione esistenziale de Le ragazze è al cuore del romanzo, e in questo la giovane età della autrice non suscita meraviglia, aggiunge semmai quella particolare forza che può derivare da una componente autobiografica. Sconcertante è invece la scelta dell’episodio di cronaca nera, a partire dal quale Cline descrive il costante rischio di sopruso a cui Le ragazze sono sottoposte e l’incomprensione che incontrano, in primo luogo in casa loro, nel rapporto coi genitori. L’autrice ragazza, statunitense, sceglie di parlare del dolore adolescenziale femminile attraverso la storia di un gruppo di giovani e giovanissime, devote di un uomo senza qualità, che giungono a compiere un omicidio efferato, come scopriamo subito, fin dalle prime pagine. Il capo, Russell, non è infatti dotato delle qualità manipolative di Charles Manson, derivategli da studi di ipnotismo e votate a pratiche sataniste e di negromanzia. Infatti, ad essere scandagliato da Cline più che il superamento della soglia, l’accesso alla barbarie, il compimento del delitto, è la capacità di dedizione di cui Le ragazze sono capaci, nei confronti di un personaggio come Russell, che non a caso non viene rappresentato come dotato di un carisma eccezionale: le sue tecniche di persuasione si limitano a qualche pressione sui polsi o sulla schiena e a incontri sessuali non incredibilmente soddisfacenti. Protagonista del romanzo di Cline non è certo il rozzo santone che suggerisce alle sue adepte di uccidere, quanto forse il loro desiderio cieco di regalargli la propria vita, come se fosse qualcosa di cui doversi disfare, in un modo o in un altro.

L’autrice sceglie di raccontare la condizione della adolescenza e della gioventù femminile, attraverso due direttrici: l’odio e l’amore. Il primo conduce, come detto, alla morte, alla distruzione, ma Cline esplicita che esso pervade l’esistenza anche di quelle ragazze, che non saranno mai delle assassine: “l’odio era facile da provare. Le sue varie forme costanti negli anni: uno sconosciuto a una fiera che mi ficcava una mano in mezzo alle gambe sopra i pantaloncini. Un tipo sul marciapiede che faceva finta di saltarmi addosso e scoppiava a ridere quando sobbalzavo impaurita”. Nella vita delle ragazze, l’odio è a portata di mano, imbozzolato, in ogni interazione coi “maschi”.

L’amore, coerentemente, non può che essere lesbico: “le ragazze sono le uniche a potersi davvero dare quell’attenzione profonda, il tipo di attenzione che equipariamo al sentirsi amate”. Il romanzo è infatti il racconto di un amore profondo e totalizzante per una giovane, che si incastona nella vita di Evie, spazzata dal senso di abbandono e dall’assenza di desideri propri: “la nostra identità femminile era un costante divenire che sembrava richiedere bizzarre e costanti attenzioni […] una sala d’attesa finché qualcuno non ti notava: i maschi lo stesso tempo lo avevano passato a diventare sé stessi”.

Il sentimento che Evie prova per Suzanne, però, non si connota come la reazione all’ingiustizia ineluttabile, insita nell’eterosessualità: è un amore profondo e come tale destabilizzante. Il pericolo che porta con sé non risiede nel sopruso, né tanto meno nell’incomprensione, che caratterizzano gli incontri coi “maschi”. Come tutti gli amori di una ragazza può trasformarsi, però, nell’unico senso dato all’esistenza, e per questo allo smarrimento di sé.

 

Emma Cline, Le ragazze, Torino, Einaudi, 2016, pp. 344, euro 18,00

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BIA SARASINI

Bia Sarasini è giornalista e saggista, ha scritto e condotto programmi a Radio3. È stata direttrice di "Noidonne". Con altre ha fondato il sito DeA. È nella redazione di "Leggendaria", è stata presidente della Società italiana delle letterate, di cui ora dirige il settimanale online "LetterateMagazine".

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