Madri senza testa

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Silvia Fiorentino è un’artista. Perciò “artistico” è questo suo primo libro di poesie, che sono insieme un percorso visivo, di segni e colori e fotografie e progetti (di mostre), e un percorso di parole che portano in superficie, mostrandolo, ciò che è invisibile, quello che si può solo sentire, nel senso delle emozioni.

Al centro c’è il corpo, e una genealogia femminile, che non è solo passaggio di generazione in generazione, dalla propria madre alla propria figlia, cui il libro è dedicato, ma anche relazione orizzontale, tra donne, di cui questo libro si nutre e che Silvia Fiorentino ha messo al centro di un progetto artistico e culturale che va sotto il nome di metodoeffe, promosso dal Comune e dalla Provincia di Ancona, che afferma e ricerca «una via femminile all’esplorazione dei processi creativi nella vita e nell’arte».

In questo oggetto-libro ci sono varie cose. I ringraziamenti a tre donne che hanno portato alla genesi del volume, e non è certo un caso che siano state tre donne. L’introduzione di Giorgia Salatiello, motore della pubblicazione, che tratteggia il “procedimento concettuale” che la combinazione di testi e immagini fa emergere, pagina dopo pagina. Una conversazione dell’artista con una di loro, Giovanna Curatola, che esplora il processo creativo di Sivia, inteso come ricerca del senso profondo dell’essere donna, prima di tutto, a partire dal corpo e dalla sua capacità generatrice, che è riconoscere e mettere radici costruendo futuro in una dialettica costante tra complessità e incompiutezza. E poi quattro capitoli di poesie, corredati da disegni e tavole, bellissime. A chiudere, una nota Autobiografica.

Il manifesto della ricerca poetica e artistica (nel senso di arte figurativa) di Silvia è in Mater crudele, l’ultimo capitolo, che inizia:

Esiste un corpo, linguaggio non ancora teorizzato, dove

                                                     il dentro e il fuori si confondo e la

                                                     terza persona letteraria non ha senso

ma esiste un flusso che in movimento crea un linguaggio

                                                     nuovo, segno letterario personale

il movimento fra dentro e fuori che diventa segno, cifra e

                                                                      codificazione nel corpo,

attraverso il corpo come ciclo e non come affermazione e

                                                                                        negazione vitale

Nel dire i suoi esiste (e sono tanti) Silvia Fiorentino ci avvicina in versi a uno spazio creativo che è il suo, ma è anche di tutte le donne, che passa attraverso l’essenza tremenda descritta come angoscia e anche attesa senza memoria dell’attesa nella quale lasciare spazio perché un altro da sé, un progetto, occupi quel posto, un narrare pescando dal passato, una diversità faticosamente asserita, un percorso verso, dolente, che illumina da un’angolazione inaspettata. Perché

Esiste il diritto alla diversità ma soprattutto al percorso

                                                     di riconoscimento di questa

E questa diversità si sostanzia nel primo capitolo, un ritratto in sei poesie, dolente di corpi seducenti e/o materni ma quasi sempre senza testa, perché la testa è in quel fiume di parole e segni sulla carta, e simboli e memoria, zig zag tra accuse e perdoni, paure e piaceri, ombre e luci, alla ricerca di un equilibrio difficile, perché dell’artista Silvia cova la melancolia tremenda, e la forza ossessiva per tirarsene fuori, creando.

Ci si dà con fatica,

immaginando l’altro,

mentre la vita è nel soffio

e la sua forma e identità dove non l’avresti cercata mai,

troppo vicino.

Così l’altro, gli altri, entrano nella dialettica e nella costruzione dell’io, che “Vi fa soli o interni”, come intitola il capitolo II, con le tre lunghe poesie Velvet bianco, Velvet rosso, Velvet blu, già in una notevole mostra a Bologna anni fa. Allora questi testi si leggevano con fatica perché sormontati da altrettanti tubi di neon bianco, rosso e blu, e gli occhi per riposarsi non potevano che indugiare ancora un po’ più su, sui nudi in bianco e nero dell’artista, corpo ancora una volta acefalo e dolente, le braccia percorse da minuscole insistenti cicatrici. Dentro c’è l’esperienza del ricovero in ospedale, per un dolere dell’anima che la società apparenta alla malattia perché ancora fatica a trovare cure fatte di cura, di affetti, e non solo di medicine.

Ma Silvia sa riconoscere gli Angeli dentro

spinta forte della forza data a te per vivere

del ritmo della tua musica, concessoti per conoscere

poi un battito di ali violento, così,

ed eri redenta

un battito nell’oro e nel bianco.

 Questa redenzione trova nel territorio – quello vero, fatto di colline, strade, edifici e persone che li abitano, e il mare a limitare il tutto: le Marche – il suo terreno di elezione. E il tema costante delle ultime mostre, tra cui Architetture sentimentali, istallazione multimediale di cui era parte una delle poesie. Nel nitido ritratto urbano di Nella mia città, quell’Ancona adottata per desiderio di appartenenza rivive sotto i nostri occhi e per chi la conosce, anche poco, diventa densa e piena e reale più ancora che in fotografia, perché contiene anche lo sguardo, oltre a ciò che la città di sé mostra. Nel bosco infine si compie la catarsi che acquieta, che permette di riconoscere e gestire le proprie paure, quelle che stanno al fondo dell’essere senza ragione apparente, e di sentirsi sì piccolissima al cospetto del creato, ma sicura, perché

ora aveva una strada e una mappa,

e poi tappe e avventure,

di colore si trattava

e di altri da lei, stretti a lei. 

 

Silvia Fiorentino Spazio dentro della vita. Ricerca di una mappa emozionale Aracne Editrice, Roma 2010,  98 pagine, 15 euro

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