Oggetti quotidiani, indagati con occhio freddo e attento

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Gli oggetti intrigano il nostro quotidiano, contengono le parole che formano il nostro mondo, il nostro modo di vivere nel mondo, le relazioni che allacciamo e con le quali ci misuriamo, dentro le quali troviamo uno spazio di esistenza. Maria Zambrano scriveva che solo nella più dura materia poteva percepire il battito occulto del tempo, il respiro delle cose.

Proprio sul tema degli oggetti si è svolta l’estate scorsa la Scuola e Laboratorio di cultura delle Donne di Duino, poi il Seminario di Firenze che ne ha declinato alcune specificità, senza contare il Festival di Filosofia di Modena Carpi Sassuolo dello scorso settembre, a testimoniare come sia un tema presente e punto focale del pensiero contemporaneo. Oggetti potenti, intrattabili, in transito, in gioco, animati, erotici, simbolici, mediatori, luoghi di apprendimento, naturali, sociali, ideali, con tutte le implicazioni che il pensiero contemporaneo ha sollecitato.

Anche l’ultimo libro di versi di Mia Lecomte guarda la «materia organizzata» di cui la stessa vita è parte, come se il lato duro, indecifrabile, opaco degli oggetti racchiudesse una ragione di esistenza da osservare con l’occhio attento della poesia. Una ragione di esistenza non muta o estranea, ma percorribile dalla parola e dalla poesia, quindi dalla conoscenza, capaci di restituirne una tessitura umana che allontana dallo «sfascio insanabile» della realtà, come osserva Elio Grasso nell’acuta postfazione. E ha ragione Gabriela Fantato, nella nota critica, a presentare la poesia di Mia Lecomte come capace di «svelare ciò che sta sotto, dentro o dietro la superficie e appartiene alla vita, e lo fa sempre, come dire, in punta di coltello».

Un punto centrale di questo libro è rappresentato dalla casa, dagli oggetti che la corredano e la rappresentano, in un percorso che attraversa numerosi testi fino ad arrivare alla dissezione di Casa di bambola, una poesia che presenta un tipico gioco molto amato dalle bambine: la sezione di una casa di bambole. Con l’occhio freddo e attento della ricercatrice Lecomte percorre dall’alto i piani, gli spazi, le stanze: «Sezione della casa./ Frontale. Mezza in ombra./» gli oggetti, osserva «Tutti i passi dei figli, a migliaia. Dei gatti», fino là dove al «primo piano comincia il dolore./ Lei è tutta sul letto, decomposta./ Lui la aspetta nella vasca da bagno./», in cui entrano in scena, come ombre divergenti, un lui e una lei, azioni che non si incontrano, indagate nelle zone di confine.

Mia Lecomte osserva la realtà quotidiana, gli oggetti comuni della vita di tutti i giorni, la tazza con il piattino sbeccato, la valigia intonata al viaggio, ma anche i mobili Ikea che affastellano armadi, letti librerie, divani, mensole, lampade, viti, bulloni, chiodi, per entrare sempre più nella dimensione piccola, minuta della materia, fino a interrogarsi su «che cosa resterà di te/ dopo tutto questo vivere/ cosa resterà da vivere»

Tutta la vita esistente – corpi compresi – è un aggregato di corpuscoli e onde, di «materia organizzata» in cui l’asimmetria materia/antimateria (come indica Lecomte intitolando una sezione del libro: Kloe o l’intermittenza della materia), non concede illusioni semplicistiche e pacificatrici, «dettagli che non lasciano scampo all’azzurro», e non è un caso che la stessa sezione sia articolata con titoli che ricordano il circo: Funanmboli, Attrazioni, Trapezisti, Giostra equestre, Contorsionismi, Domatori, Giocolieri, Illusionista, Clown, Acrobati, a ricordare il limite eccentrico e sempre inarrivabile della possibilità di conoscenza umana, «un corpo di regole/ infrante a terra in un grumo/ un vagito quasi biologico».

Ma la poesia può attraversare la materia e il tempo per restituire il calore di un gesto, di una parola, di un colore nel disegno infantile di una bambina: «e così quando rialza la testa/ la bambina che scriveva poesie/ è già un’altra» il mondo dei bambini, capare di «liberare le grammatiche» osservato con occhio perspicace: indica una strada da ripercorrere non per tuffarsi in una inconsapevole e ingenua consolazione dal dolore e dalla miseria della realtà, ma per non disperdere quel poco – o tanto – di vita reale, concreta, affettiva, che altrimenti lasciamo scivolare via dalle mani nell’indifferenza quotidiana.

 

Mia Lecomte, Intanto il tempo, nota critica di Gabriela Fantato, postfazione di Elio Grasso, La Vita Felice, Milano 2012, pp. 76, euro10,00.

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