Joan W. Scott, la donna che ha inventato il gender

Il saggio di Joan W. Scott Il genere: un’utile categoria di analisi storica viene riproposto a venticinque anni dalla prima traduzione italiana, apparsa sulla Rivista di storia contemporanea nel 1987. È un punto di riferimento importante negli scritti femministi, perché  il genere –  riguardante l’identità culturale e sociale e non solo biologica di donne e uomini – ha cambiato il modo di fare storia. Un’introduzione di Ida Fazio inquadra il dibattito nel contesto italiano e una postfazione di Paola Di Cori riflette sulle prospettive più nuove del pensiero di Scott. Se negli anni Novanta il genere si introduceva sempre di più nella storia generale, grazie ai suoi caratteri di polisemicità, il nodo è se oggi come categoria interpretativa è ancora valido, e di questo discutono i successivi saggi di Scott, insieme a riflessioni di sei studiose (Bucur, Elliott, Hershatter, Meyerowitz, Tinsman, Zheng)  di  aree geografiche diverse.

Negli Stati Uniti, la categoria analitica viene messa in discussione dagli approcci  LGBQT Studies e dalla critica queer  che considerano l’appartenenza di genere come elemento mobile e plastico;  anche in Francia la storia delle donne – dopo essersi arricchita con le domande sul genere –  studia  nuovi soggetti: oltre agli uomini, le complesse identità LGBQT e quelle originate dalle ibridazioni legate alle migrazioni e alla globalizzazione. Per l’Italia, Fazio sottolinea che possono valere le conclusioni odierne di Scott sulla utilità di lunga durata del concetto di genere, “come campo di incessante contesa politica”, tenendo conto che ormai la scrittura della storia è riconosciuta quale “terreno di intervento politico critico verso gli assetti di potere fondati sul genere”.

Se il genere è la lente attraverso cui abbiamo imparato a comprendere i significati di maschile e femminile, le considerazioni di Scott al Forum Revisiting Gender (2008)  rimarcano  che la prospettiva futura dovrà essere quella di relativizzare e contestualizzare sempre «le forme mutevoli  che il genere assume nei differenti contesti, per scongiurare il pericolo di un nuovo essenzialismo».

A distanza di anni, la studiosa – che confessa di aver perso interesse per il concetto ormai entrato a far parte dell’immaginario e del vocabolario comune dopo le iniziali polemiche – ricorda gli “sguardi accigliati” degli storici che accolsero il suo articolo nel 1985: il titolo aveva il punto interrogativo, ma per la redazione dell’American Historical Review non erano previste forme interrogative.  Ancora oggi il genere continua ad essere un utile concetto di analisi critica, ha dichiarato nel 2013 a Padova con un  intervento inaugurale al IV Congresso nazionale della Società delle Storiche, “Usi e abusi del genere” riportato nel libro. Dopo anni  da una parte la varietà degli studi fatti sembra rispondere alla domanda in modo positivo, dall’altra suggerisce che non esiste un riscontro definitivo: perciò forse il punto interrogativo cui dovette rinunciare aveva senso, per ricordare che il “genere stesso è una domanda cui può essere data soltanto una risposta frammentaria e incompleta”  attraverso indagini storiche.

Di Cori rievoca la fortuna del termine genere equivalente di gender  nonostante la difficoltà della traduzione nelle varie lingue, come emerse alla Conferenza di Pechino del 1995. L’idea di tale intraducibilità si coniuga  – negli scritti più recenti di Scott – con una forte valorizzazione della fantasia e delle passioni come motore della ricerca storica e di una pratica femminista che, dopo i movimenti politici degli anni ‘60/70, ha mutato profondamente  le maniere con cui le società contemporanee riflettono sulle identità sessuali.

Per Scott il genere infatti non può mai essere considerato indipendentemente dalle sue associazioni con la differenza sessuale,e, dal momento che questa «non ha un significato intrinseco univoco», continua a rappresentare  «un luogo di conflitto tra le definizioni che noi /e gli altri gli attribuiamo».  Costituisce dunque la risposta – contingente, controversa e mutevole – alla eterna domanda sulla relazione tra biologico e culturale, e diventa  uno strumento per comprendere non le categorie statiche delle identità sessuali, ma «l’interazione dinamica dell’immaginazione, della regolamentazione e della trasgressione nelle società e nelle culture», un approccio che apre la strada a nuove interpretazioni e «forse perfino a nuove politiche». Così significativamente  per Heidi Tinsman  il libro di Scott ha ispirato l’esplosione di storie femministe dell’America latina negli ultimi vent’anni, senza però «calare dall’alto paradigmi interpretativi». I latinoamericanisti  hanno usato infatti la discussione sul genere per sviluppare modelli innovativi relativi a Stato, egemonia, agency dei subalterni, lavoro e sessualità, rispondendo così a interrogativi specifici riguardo alle lotte in corso nell’America Latina contemporanea. Anzi Tinsman, sottolineando i diversi usi da parte di studiosi/e, afferma che, a differenza di altri paesi, è stata proprio  «la storia sociale femminista», inserita nei dibattiti marxisti sulla cultura politica, a mostrarsi più “ricettiva” nei confronti del lavoro di Scott.

Joan W. Scott, Genere, politica, storia. A cura di Ida Fazio. Postfazione di Paola Di Cori, Viella, Roma 2013, pp. 320, euro 28

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