Preferiscono di no

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Eleonora Cirant, nel suo ultimo libro, parte da sé. «Mi trovo nel periodo compreso tra i trenta e i quaranta anni, quando le donne occidentali del secondo millennio d.c. decidono che è arrivato il momento. Intorno a me lo hanno fatto in molte, la maggioranza. Amiche, colleghe di lavoro, conoscenti e vicine di casa. Più o meno convinte, hanno afferrato la cometa per la coda prima che si inorbitasse nella galassia dei quarant’anni. Sono diventate madri. Nel pieno di questo turbillon di pance e per rispondere una volta per tutte a chi mi chiede “allora?novità?” ho sentito il bisogno di scrivere un libro sul restante 20%».

Con Eleonora faccio parte di quella generazione nata negli anni settanta, successiva ai movimenti femministi, con un alto livello di scolarizzazione di massa, entrata in un mondo del lavoro senza più ostacoli e barriere visibile per le donne, caratterizzata dall’uso di metodi contraccettivi. Una generazione, scrive Cirant,  «che vive il precariato come condizione materiale ed esistenziale. Che dà per scontate opzioni impensabili solo trent’anni fa, come quella di preservare lo spazio di “una stanza tutta per sé”. Ma che allo stesso tempo avverte la pressione di un immaginario in cui la femminilità è strettamente legata al materno».

Eleonora parla attraverso un intreccio di storie di vita raccolte tra una quindicina di donne, alcune sue amiche, altre conosciute grazie al suo appello in rete: «sto raccogliendo testimonianze di donne trenta-quarantenni senza figli. Quale che sia il motivo, ti invito a raccontarmi i pensieri e le emozioni che hanno accompagnato o che stanno accompagnando la scelta di non diventare madre».

In una presentazione di qualche mese fa Eleonora narrava che lei e le intervistate si sono raccontate intimamente cosa c’è dentro questo essere non essere madri, ne è nata una comunicazione autentica, uno scambio di flussi quasi autocoscienziali. Cirant si è trovata ad interrogare la complessità del desiderio visto che, dopo quattromila anni, la maternità, nel nostro contesto, non è più un destino biologico. Grazie al variegato movimento femminista, più volte citato nel testo, le donne possono scegliere se essere madri e se non esserlo. Si sventaglia la possibilità di diverse soggettività.

Eleonora sottolinea la novità di questa condizione, una possibilità che apre ad altre strade percorribili ma che è ancora vissuta socialmente come una privazione: donne senza figli. Di fronte al fatto vissuto come naturale di diventare madre infatti è «meno scontato che una donna non voglia o che consideri che non ci siano le condizioni, trovandosi a dare spiegazioni di quella che il mondo non si esime dal segnalare come una mancanza. Da qui il tentativo di raccontare un tipo di scelta che sembra portare il segno meno: senza figli. Non maternità. E che proprio per la natura negativa di quel segno appare a molti e a molte, spesso anche agli occhi delle donne che la compiono, una non scelta, una scelta meno libera dell’altra.[…] Volevo sapere come scegliamo noi donne fertili del secondo millennio quando si tratta di gestire il potere del dare e accudire la vita che è anche il nostro unico indiscutibile potere in quanto donne. Volevo dire come impastiamo la biologia con la storia, le passioni con la ragione, il caso con la volontà, l’emancipazione con l’inconscio, il desiderio con la necessità. E come, da questo impasto, ne facciamo qualcosa di nuovo e creativo».

Cirant vuole evitare la contrapposizione tra madri e non madri, il suo invito non è a valutare quale scelta sia migliore, ma a stare ognuna aderente ai propri desideri e progetti di vita.

Le donne che si raccontano nel libro, alcune delle quali hanno scelto di non avere figli ed altre che non li hanno fatti finora, percepiscono i rischi di una maternità risucchiante. Tanto più in un paese come l’Italia dove il lavoro di cura è ampliamente delegato alle donne, dove per una lavoratrice che rimane incinta si aprono le strade del licenziamento o del blocco di carriera, così ché vivere la maternità non è una condizione facile.

Le protagoniste del libro hanno il timore che, diventando madri, nel contesto italiano, si riduca per loro la presenza nello spazio pubblico, avvenga la negazione di un ruolo sociale. Quello che le donne chiedono, secondo l’autrice, non è il lavoro ma un poter essere nel mondo, mettere il loro talento dentro la società.                                                  A Cirant interessa smascherare l’ideologia della maternità ovvero quella sorta di obbligo sociale normato che si rifà alla natura procreativa della donna. Per lei la natura è usata come una clava ideologica, non esiste nulla che non sia codificato culturalmente, nell’umano la natura è cultura. I mammiferi «non possono scegliere se prolificare o meno. Noi femmine della specie umana invece sì.[…] Sarà per qualche incalcolabile errore, sarà casualità o metafisica, ma la natura, qualunque cosa essa sia, ha deciso così. Possiamo scegliere se riprodurci o meno perché siamo umanamente mammifere».

La scelta è al centro di questo libro: la consapevolezza di se stesse; i progetti di vita; la voglia di autonomia di queste donne in equilibrio tra le relazioni con la famiglie d’origine, sempre più supporto in tempi di crisi e precarietà che chiede però il conto in termini affettivi, e con compagni di vita più o meno presenti, alle prese con un maschile in mutamento, anche rispetto alla paternità. Eleonora, pur uscendo da un’ottica prettamente eterosessuale, dedica maggiore spazio alle donne che stanno con uomini, anche perché in Italia non è, vergognosamente, contemplato il desiderio di maternità di donne che stanno con donne.

Per una curiosa coincidenza leggo il libro di Cirant parallelamente a quello di Alison Bechdel, un’autobiografia a fumetti dal titolo Are you my mother? A comic drama,  tradotto in: Sei tu mia madre? Un’opera buffa. Stimoli e riflessioni si rimpallano a vicenda. Entrambe le autrici, una per lo più con le immagini, l’altra con le parole, sviscerano il legame con il materno, dando vita a due interessanti forme di autoscienza.

Alison Bechdel si confronta più che col suo desiderio di maternità, con il complesso rapporto con sua mamma, in un’intensa analisi interiore che la rimette al mondo.

Stesso percorso catartico si trova in Eleonora e nelle sue compagne di riflessioni che, sedute intorno ad una tazza di the, si sono narrate partendo da sé. «Quella di incontrarsi per parlare è un’abitudine secolare delle donne. Il femminismo ha trasformato il cerchio delle amiche da luogo dell’intimità in atto politico. Noi abbiamo perso la carica sovversiva di quel cerchio, ma tratteniamo la consapevolezza che la relazione di complicità e fiducia che si stabilisce con l’amica non è qualcosa di residuale, ma che ci dà forza vitale».

Sara anche per questo che, alla fine del libro mi invade una sensazione di appagamento nel vedere il percorso di libertà compiuto dalle donne in pochi decenni, osservo  come lo slogan di un tempo, l’autodeterminazione, si sia incarnata nella vita materiale di molte donne, nonostante la precarietà, e renda ricche e autentiche le nostre vite, le nostre scelte vissute con consapevolezza, in qualsiasi direzione esse vadano.

 

Eleonora Cirant, Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, Franco Angeli Le Comete, Milano, 2012, pagine 144, euro 17

Sito libro e videointervista all’autrice

 Recensione Lea Melandri

Recensione Assunta Sarlo

Blog Eleonora Cirant, raccolta recensioni

Alison Bechdel, Sei tu mia madre? Un’opera buffa, Rizzoli Lizard, Milano, 2012, pagine 300, euro 19

 

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