Editoria/ Fame di scrittura

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Nel novembre del 2012, Chiara Turozzi – scrittrice, critica letteraria e giornalista – ha fondato a Verona una casa editrice ‘declinata al femminile’. Il nome scelto per questa impresa è L’Iguana – in riferimento a quella creatura strana e sontuosa descritta da Anna Maria Ortese nel suo racconto omonimo. Negli intenti della giovane casa editrice si legge: «Il punto di partenza è un presupposto chiaro: nella scrittura, come in qualunque altra forma, femminile e maschile esprimono il talento in maniera differente. Ecco perché L’Iguana esige tanti punti di vista di donne e uomini».

 Cara Chiara, come prima cosa mi piacerebbe sapere perché ti sei affidata proprio al nome dell’Iguana? Cosa rappresenta e cosa risuona di quella sua posa nel progetto editoriale?

«La piccola iguana di Ortese è figura di una posizione femminile ben precisa. All’inizio degli anni Sessanta, mentre da un capo all’altro del mondo una generazione di donne sveglie si prepara a fare i conti con un ordine simbolico che non ammette espressioni adeguate alla loro esperienza, Anna Maria Ortese, scrittrice arguta e ineguagliabile, escogita una creatura mezzo donna e mezzo bestia per nominare la trascendenza femminile. E scatena sostantivi, aggettivi, verbi. Ne inventa, perfino. Poco dopo l’inizio del racconto, Ortese descrive l’episodio più significativo. Mentre durante una cena due uomini ispirati discutono intorno alla vecchia faccenda del bene e del male, l’iguana Estrellita, servetta di casa, si annoia rannicchiata sotto un tavolo. Per lei niente questioni metafisiche. Casomai una manciata di piccole pietre e avanzi di cibo, peraltro stomachevole. Esclusa da un simposio del quale le importa ben poco, Estrellita ha certamente fame di cibo buono. Ma ho l’impressione abbia soprattutto fame di parole avvincenti, magari nuove di zecca. Di altri criteri e altre misure. Fame, che è desiderio. Il desiderio che determina la lunga storia dell’intimità straordinaria tra le donne e la scrittura. Ecco, il mio desiderio è di partecipare in qualche modo, con L’Iguana editrice, di quella storia bellissima».

 

Decidere oggi di fondare una casa editrice appare quantomeno un rischio. A far sì che quel rischio si connoti negativamente basterebbe poco, credo. La preoccupazione, la mancanza di risorse materiali fino ad arrivare alle difficoltà del mercato del libro. È però interessante notare come dentro a una parola, condotta nei meandri della propria etimologia – che è anche e pur sempre la sua storia, si annidi sempre qualcosa di sorprendente e imprevisto. Nella parola rischio per esempio, oltre al pericolo incombente c’è quel senso del resecare decifrabile come tagliare, fendere, che non attiene alla fine bensì ad un inizio che necessita risolutezza. Quando sono venuta a conoscenza del progetto de L’Iguana e ho potuto leggerne le scelte editoriali, ho pensato proprio a questo: o ci si fa giocare dall’azzardo fine a se stesso, oppure di quel gioco ne assumiamo la signoria. Del resto, se quel rischio si sa mantenere tra le mani ci si potrebbe accorgere che sa germogliare, è come un patto tra sé e l’avventura che ci fa stare al mondo. Ci vuole paradossalmente fiducia. Sicuramente amore. Si potrebbe dire banalmente che se il rischio attiene all’intera condizione umana, accade qualcosa di inatteso quando in particolare è una donna a misurarsi con la propria differenza. Ciò implica un’impresa più alta. Fino a toccare il proprio desiderio.

Vorresti raccontare che cosa ha significato per te dare vita a questo desiderio e chi lo ha sostenuto?

«Dare consistenza al mio desiderio, rendendo la scrittura un mestiere, ha significato prima di tutto prendere coscienza e farmi carico della vera portata di quel desiderio. Sconsiderato, lo so bene, ma irriducibile e sorprendente. Un desiderio senz’altro più grande di me, sostenuto dal desiderio vigoroso di altre e altri. Un desiderio di ordine e di parola. Per ordine intendo misura del rapporto tra cose e parole, corpi e segni. Parola invece è il lavoro coinvolgente di ricerca e invenzione di formule che esprimano davvero un senso. Mai senza condizioni, ma di volta in volta. Allora la scrittura è una pratica: una modalità creativa che implica effetti imprevedibili e porta il marchio del soggetto e della differenza sessuale. L’Iguana entra in gioco in questa pratica, gomito a gomito con chi scrive.Generare un libro insieme è ogni volta un salto di gioia. Farlo circolare al meglio è un salto di qualità e anche un salto nel vuoto. Ma proprio a questo punto intervengono le preziose alleate che ho incontrato lungo la strada. Le librerie delle donne, le riviste filosofico-letterarie declinate al femminile, le studiose che scrivono recensioni, i gruppi di donne fecondamente impegnate per le donne. Certo, la faccenda della distribuzione è un altro paio di maniche. I distributori non rischiano, vendono e basta. Ho faticato per inserire i miei volumetti nel mercato, ho insistito, rotto le scatole e negoziato. Estenuante, ma finalmente pare funzioni».

Quali sono i titoli fino ad ora proposti e in che modo la casa editrice si relaziona alle proprie autrici e ai propri autori?

«Una prerogativa de L’Iguana, un punto di forza, è il coinvolgimento di autrici e autori nel lavoro di revisione. Non accolgo fascicoli per rispedirli, corretti, al mittente. Quando decido di pubblicare un manoscritto, inizio con qualche aggiustamento che illustro al primo appuntamento in redazione. Leggiamo, abbozziamo, regoliamo, rinvigoriamo, alleggeriamo. Sono indispensabili una certa autorità da parte mia e una buona dose di credito da parte di chi scrive. Non è mai semplice mettere in discussione la propria scrittura, ma contrattiamo fino a una qualche intesa. In questo modo posso valutare per bene il taglio del testo e il ritmo del lavoro, stabilire incontri regolari, avviare uno scambio decisamente vivace. E la tecnologia è una risorsa notevole: Skype, Facebook, Viber, per esempio, offrono simultaneità e lavoro in presenza a basso costo, nonostante la distanza. Perché lo scambio, credimi, prosegue fino a un paio di minuti prima di consegnare il file impaginato alla tipografia. Dal momento che poche cose sono intime come la scrittura, spesso il lavoro gomito a gomito finisce per maturare in una vera e propria relazione di amicizia. Anche perché elemento imprescindibile è la limpidezza: chi scrive non deve sganciare una lira, per contratto non è obbligato all’acquisto di una determinata quantità di copie né al vincolo del diritto di opzione per pubblicazioni successive. Restituisco, invece, la percentuale sui diritti, quella che mi posso permettere come piccola società. Perché intendo portare avanti l’editoria seria e sana. Così finora ho pubblicato quattro titoli: Salnitro di Gloria Zanardo, cui sono affezionata perché è stata la prima a scommettere su L’Iguana. Intorno alla mancanza, al vuoto, all’assenza, la scrittura impeccabile di Gloria compone episodi esilaranti, dolorosi, a volte inquietanti, sempre sorprendenti. Sono racconti filosofici. La vida venciendo a la muerte  di Ludmila Bazzoni, che mette in campo teorie politiche e guadagni del pensiero femminile per una lettura squisitamente filosofica del movimento delle Madres de Plaza de Mayo. Uno studio molto fecondo. E dal momento che, come precisavi, L’Iguana esige punti di vista di donne e uomini perché femminile e maschile esprimono il talento in maniera differente, et voilà La vite di Archimededi Marco Gabrieli, incursioni anarchiche negli episodi meno noti della storia sulle tracce di una genealogia maschile. Marco è uno storico rigoroso e uno scrittore ironico: il suo saggio è, di fatto, uno spasso. Infine un mio volumetto: Femminile esorbitante [  indisciplinata, spensierata storia filosofico-letteraria del pensiero delle donne e dell’irriducibilità femminile. Quando ho avviato la casa editrice ho deciso di pubblicarlo per alzare la posta in gioco. Come per dire: vedete? rischio due volte».

 Qualche anticipazione sulle nuove uscite?

«Volentieri, perché ne sono entusiasta. In ordine di uscita: un’autrice fresca fresca, Anna Pravadelli, che scrive racconti fulminei, disinvolti, audaci, dal finale ogni volta inaspettato. E, quando il tema è la violenza, tremendo. Ma Anna si guarda bene dal concedere spazio al dramma. Poi, entro marzo, la traduzione del libro The Antigone Complex. Ethics and the Invention of Feminine Desire della filosofa svedese Cecilia Sjoholm, sulla relazione tra etica e desiderio. Un testo importante. La trasposizione in italiano è della fine anglista Evelina Somenzi e a cura della psicanalista Grazia Biraghi, che ha lanciato l’iniziativa. In seguito un saggio, che scorre via come una narrazione, della psicanalista e scrittrice Gianna Candolo. Gianna racconta nel dettaglio le vicende, le lotte e le pratiche del femminismo durante i suoi anni universitari a Padova, dal 1973 al 1977, calibrando bene pubblico e privato, autobiografia e politica: una testimonianza avvincente che mi piacerebbe suggerire soprattutto alle donne più giovani. Ancora, l’edizione italiana di Olimpia de Gouges o la pasión de existir di Margarita Boria. Un’intrigante pièce teatrale sulla biografia di Olympe de Gouges (che Margarita ha realizzato con Diana Raznovich) arricchita dalle analisi di alcune studiose sulla messa in scena, la costruzione dei personaggi di Olympe e Robespierre, le genealogie femminili, la grande attualità della protagonista. Il lavoro di traduzione e redazione è svolto con intelligenza e autentica passione da Francesca Mantura, interprete legata al mondo teatrale, alla lingua spagnola e alle autrici del saggio. E, un po’ più in là, una densa raccolta di poesie di Lea Goldberg curata da Paola Messori, che da parecchio tempo si occupa della scrittura, in lingua ebraica, della poetessa di origine lituana. Solo grazie all’impegno di Paola abbiamo l’occasione, da qualche anno, di leggere la Goldberg in Italia. Le nomino tutte per esteso, perché tutte sono donne generose e studiose formidabili.

 

Per maggiori informazioni si può visitare il sito ufficiale della casa editrice: http://www.liguana.it

 

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